• martedì , 25 Giugno 2024

Banche torna la grande paura

La banche europee, e quelle italiane un po’ più delle altre, sono sotto attacco e quello che inquieta è che la ragione non sono i numeri. O meglio, il fatto che i numeri delle banche eropee, e di quelle italiane in particolare, non sono affatto peggiori di quelli delle banche inglesi e americane. Ma è su di loro che piove, anzi che grandina.
Venerdì scorso l’indice del settore in Italia ha perso un altro 5 per cento, che si va a sommare al 27 per cento lasciato sul terreno dal primo di gennaio a giovedì.
Ogni giorno ha le sue ragioni. Venerdì sono stati i conti pubblici ungheresi. E poi le voci di perdite sui derivati della francese SocGen e i dati sull’occupazione Usa peggiori delle attese. Sono cattive notizie per tutti, ma le borse e le banche dell’Europa continentale pagano d più.
Sono settimane ormai che si va diffondendo l’idea che la coperta è corta e chi ha più forza la tira dalla sua parte. «Lo stato della California è sull’orlo della bancarotta e quello di New York pure, e temo che pesino più della Grecia. Ma qualcuno si preoccupa? No. Tutti si precipitano a investire in dollari», dice un banchiere anonimo ovviamente per metà arrabbiato e per l’altra metà sconsolato. E come dargli torto se persino l’Iran, che non ha certo Washington nel suo cuore, ha deciso di spostare dall’euro al dollaro 45 miliardi delle sue riserve.
A pensar male si fa peccato è una delle perle che Giulio Andreotti ha lasciato alla saggezza di tutti noi ma spesso si indovina. A peccare in questo caso è un quotato analista, al quale la ‘policy’ della istituzione cui appartiene impedisce di rilasciare dichiarazioni. Ma senza fare nomi una dichiarazione la rilascia: «Negli Stati Uniti c’è carta (titoli di debito di varia natura, ndr) in scadenza per un ammontare pari al 43 per cento di tutta quella in scadenza nel pianeta, con il giochino sui Pigs portano risorse sul loro debito a tassi bassissimi». Decrittato dal gergo finanziario, il senso della dichiarazione è il seguente: gli americani hanno da rifinanziare una montagna di debiti e creando tensione sull’euro attraverso l’allarme sui debiti sovrani di Portogallo, Irlanda (o Italia) Grecia e Spagna, fanno affluire liquidità sul dollaro, e quando la liquidità è abbondante chi deve rifinanziare il suo debito riesce a farlo a costi più bassi.
Sviluppando il ragionamento dell’analista malizioso, chi ha la forza di tirare dalla sua la coperta sarebbe la finanza anglosassone grazie al fatto che controllerebbe le leve della finanza mondiale, ovvero le grandi banche d’investimento, gli hedge fund, i grandi gestori del risparmio, le agenzie di rating nonché la stampa di settore che ha un peso oltre i confini del paese d’origine.
Non è che chi controlla ciascun pezzo del sistema si sia seduto intorno a un tavolo insieme agli altri per decidere una strategia comune. E’ successo un paio di mesi fa che si siano riuniti i boss dei maggiori hedge fund mondiali, ma come molto spesso accade la teoria del complotto è più una semplificazione che una rappresentazione della realtà. La quale ci dice che in effetti è in corso uno spostamento degli investimenti in direzione del dollaro e ci suggerisce che la ragione potrebbe essere legata proprio alla dimensione risicata della coperta. Gli investitori di tutto il mondo sanno benissimo che l’intero pianeta è sotto stress, che i paesi industrializzati sono troppo indebitati, che le banche nel loro complesso non hanno ancora capitale a sufficienza e che non ce n’è per tutti. Dovendo scegliere allora chi salvare, o meglio chi rinunciare a salvare, ritengono più coerente puntare sulle sedi delle grandi piazze finanziarie internazionali dove sono gestiti buona parte dei loro interessi che non sull’Europa che, pur con la sua dimensione, per i loro interessi è meno centrale. E’ una valutazione pragmatica, che tiene conto del fatto che Stati Uniti e Gran Bretagna hanno i conti in condizioni peggiori di quelli dell’Europa continentale ma anche meccanismi politici più chiari, oltre ad essere i luoghi dove i capitali internazionali vengono gestiti.
La conseguenza di questa valutazione, fatta individualmente da milioni di soggetti, ha come effetto la debolezza dell’euro, la pressione sui titoli pubblici europei e sulle azioni delle banche.
Queste ultime offrono in realtà ragioni di preoccupazione (anche se non maggiori delle banche inglesi o americane), ma soprattutto sono penalizzate dal contesto. Secondo il consensus degli analisti delle maggiori case d’investimento, quelle anglosassoni comprese, il problema numero uno delle banche europee è il rischio sovrano dei loro paesi, mentre il problema numero due è la liquidità.
Cominciamo dal primo. Si è creata sui mercati una correlazione diretta più salgono i primi e più salgono anche i secondi tra i credit default swaps (i Cds, le assicurazioni contro il rischio di default) dei debiti sovrani e i cds sulle banche, e si è creata un’altra correlazione, questa volta inversa più salgono i primi più scendono i secondi tra i Cds sulle obbligazioni bancarie e il valore delle azioni di chi quelle obbligazioni emette. La catena è quindi che l’aumento della sensibilità nei confronti del rischio sovrano si trascina dietro una eguale sensibilità nei confronti del rischio bancario il quale a sua volta spinge verso il basso le azioni delle aziende di credito.
Quanto alla liquidità il problema è che il mercato interbancario e quello obbligazionario, in particolare per le obbligazioni emesse dalle banche e, andando ancora più nel dettaglio, quella componente importante che è rappresentata dagli investitori istituzionali, si è inaridito. Circolano meno soldi e la situazione in Europa ormai somiglia molto a quella che si venne a creare subito dopo il fallimento della Lehman Brothers nel settembre del 2008.
Secondo un report sulla liquidità pubblicato dalla Deutsche Bank il 21 maggio scorso, il sistema bancario europeo ha titoli di debito di varia natura in circolazione per un ammontare di 4 mila 920 miliardi di euro (dato Bce), dei quali 773 in scadenza nel 2010, 693 nel 2011 e 676 nel 2012 (dati Dealogic). Fino al 13 maggio di quest’anno dell’ammontare in scadenza sono stati rifinanziati 337 miliardi, il che vuol dire che di qui a fine anno bisognerà trovarne altri 440, in un clima meno favorevole del passato nei confronti di questo tipo di investimento.
Intanto il costo è già salito. Sempre secondo il report di Deutsche Bank, tra il 2000 e il 2007 le banche collocavamo obbligazioni a un tasso inferiore di quasi mezzo punto rispetto alle quelle emesse dalle imprese, nel 2010 pagano mezzo punto in più.
La conclusione alla quale porta questo lungo elenco di numeri è, da una parte, che se la Bce non sarà più che disponibile (ma tutti scommettono che lo sarà), le banche europee potrebbero avere problemi di liquidità, e dall’altra che comunque andranno le cose le banche faranno meno utili, anche a causa delle perdite su crediti, e meno ancora ne potranno distribuire perché dovranno accantonarli per aumentare il loro capitale.
In questo contesto generale le banche italiane sembrano messe meglio di altre anche se il loro andamento in borsa non lo riconosce. Gli impieghi sono in ripresa, sia pure lieve, grazie all’export che il basso valore dell’euro sta risvegliando; i depositi continuano a crescere dell’810 per cento; l’esposizione nei confronti di Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo è bassissima e non hanno più ‘subprime’ in portafoglio. Quanto alle obbligazioni, secondo la Banca d’Italia quelle in scadenza entro il 2011 ammontano a 245 miliardi di euro, ma stando al report di Deutsche Bank di cui sopra solo un terzo del totale è nelle mani degli investitori istituzionali (quelli più restii ad investire) mentre il resto è nei portafogli delle famiglie che creano assai meno problemi.
La penalizzazione delle azioni bancarie italiane è quindi dovuta soprattutto a tre fattori: il primo è il fatto di essere ‘italiane’, di portare cioè il peso del debito pubblico del paese, che ha una buona presenza nella lista dei loro investimenti; il secondo è il timore che serpeggia nei mercati che ci possa essere una ricaduta in recessione in Italia e in Europa, dovuta alla stretta fiscale che tutti i paesi stanno contemporaneamente facendo. Una ricaduta determinerebbe la diminuzione dell’attività economica e un aumento delle sofferenze, che mangerebbe i margini ancora di più di quanto non stia già facendo. Il terzo fattore è la redditività. Le banche italiane sono solide ma guadagnano poco e continueranno a guadagnare poco finché i tassi di interesse resteranno bassi per la semplice ragione che essendo più impegnate nell’attività tradizionale del credito il loro guadagno arriva perlopiù dal margine di interesse, che è schiacciato dal livello dei tassi.
Tre ragioni vere, ma non sufficienti a spiegare una capitalizzazione di borsa che è mediamente del 20 per cento inferiore ai mezzi propri.

Fonte: Affari e Finanza 7 giugno 2010

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