• martedì , 18 Giugno 2024

A dieci anni dalla morte di Biagi e a pochi giorni da una riforma che non gli sarebbe piaciuta.

Sono trascorsi dieci anni da quella maledetta sera in cui, davanti alla porta di casa a due passi dalle Due Torri, venne assassinato (i terroristi scrissero di averlo «giustiziato») Marco Biagi, il giurista bolognese, allievo di Federico Mancini, allora consigliere del ministro del lavoro Roberto Maroni, ma stretto collaboratore del sottosegretario Maurizio Sacconi. Era un mio carissimo amico. Ci eravamo conosciuti nel 1974. Ho visto crescere i suoi figli e condiviso con Marco sia la militanza politica socialista, sia quel «comune sentire» riformista che lui esprimeva sui problemi del lavoro, io su quelli del welfare, tanto da sentirci reciprocamente complementari.
Potrei raccontare tante cose di Biagi, ma preferisco, in questa rievocazione, cedere il passo a Marina, la moglie del professore, la «madre coraggio» che in tutti questi anni ne ha custodito la memoria animando una Fondazione a lui intestata, che è divenuta un centro culturale di rilievo internazionale. Marina, di solito schiva e riservata, ha accettato di parlare del marito in occasione di un incontro con degli studenti delle scuole superiori lodevolmente organizzato dalla Cisl di Bologna. “Vi porto un ricordo di Marco – ecco l’incipit di Marina – quando è stato ucciso era babbo di due ragazzi: Lorenzo aveva 13 anni, Francesco aveva appena iniziato Giurisprudenza, quindi aveva circa la vostra età”. Poi è passata a descriverne la figura: ”Marco era un uomo libero che ha sempre detto quello che pensava. Non era legato in particolare ad una parte, si sentiva libero di dire quello che gli sembrava giusto. Ha avuto il coraggio di esporre le proprie idee. Proprio nei giorni in cui è stato ucciso – ha aggiunto – ricordo che Marco mi parlava di una cosa che riguarda i ragazzi. Era consapevole che la società si stava trasformando e che un lavoro per tutta la vita, lo stesso a tempo indeterminato, sarebbe stata una cosa praticamente impossibile, sarebbe arrivata tardi nella vita delle persone. Aveva in mente che bisogna difendere i lavori brevi. Purtroppo ci sarà questa precarietà, diceva Marco, però dobbiamo renderla una precarietà protetta, fare in modo che le persone che non hanno un lavoro protetto abbiano anche dei diritti, siano protette, che una persona non trovi solo un lavoro in nero”.
Marina non è una giuslavorista, eppure con queste poche parole è stata in grado di cogliere il punto cruciale non solo del pensiero di Marco, ma di tutto il complesso dei problemi aperti sul tavolo del negoziato che tiene con il fiato sospeso le cronache politiche ed economiche. E forse un po’ anche gli italiani. Il rischio che si corre a quel «tavolo dei miracoli» è di realizzare un accordo nel nome di Marco Biagi, tradendone nel contempo le idee e manipolando la legge che a lui è intitolata.
Se accordo ci sarà (e per esserci dovranno accettarlo anche i nemici di Marco) esso si baserà sullo scambio tra una revisione (più o meno ampia, ma comunque importante) del fatidico articolo 18 ed un netto giro di vite su quei rapporti flessibili che furono la vera intuizione del professore bolognese.
Per decenni i giuristi del lavoro non si erano mai posti il problema di come contribuire alla creazione di nuova occupazione, ma soltanto di regolare il lavoro che comunque ci sarebbe stato e di redistribuire le risorse a favore dei lavoratori. Poi la macchina si era inceppata. E quel sistema di garanzie e di diritti, che la cultura giuridica si era affannata ad orientare e a definire compiutamente, si palesava sempre più come un ostacolo all’ulteriore sviluppo dell’economia e all’accesso nel mercato del lavoro delle giovani generazioni. In tutta Europa, i Governi si erano messi alla ricerca di soluzioni idonee a sbloccare il fenomeno, o meglio il dramma, della disoccupazione giovanile nel solo modo possibile: garantendo alle imprese agevolazioni per le assunzioni di giovani medianti riduzioni del costo del lavoro e l’introduzione di misure di flessibilità in entrata e in uscita dal rapporto di lavoro. Ad una nuova generazione di giuristi – coetanei di Marco – fu chiesto di aiutare i Governi a trovare delle soluzioni pratiche e a corredarle di un impianto giuridico trasparente e sostenibile. Alcuni risposero «presente»; altri restarono a baloccarsi con i fantasmi di un mondo dei diritti ossificati nell’ideologia. Alla realizzazione di tale compito d’innovazione divenne prezioso lo studio del diritto comparato a cui Marco si era dedicato con largo anticipo e con lungimirante capacità di previsione.
Le politiche del lavoro divenivano così un tutt’uno con le «buone pratiche» messe a punto in un paese sulla base delle situazioni oggettive riscontrate e verificate nell’ambito dei confronti realizzati nel contesto della metodologia del «coordinamento aperto», a livello dell’Unione europea, allo scopo di affrontare, con il massimo possibile di intento comune, l’armonizzazione delle politiche comunitarie dell’occupazione e di quelle sociali. Nasceva così quella «nuova generazione di comparatisti» la cui forza non stava nella profondità teoretica, ma nella loro capacità di dialogo e di confronto, attraverso la comunicazione e lo studio delle esperienze dei reciproci Paesi. Cittadini del mondo, in una accademia presuntuosa e provinciale come la nostra, portavano, quanto meno, il vento dell’informazione, ma erano guardati con sospetto da una cultura giuridica incartapecorita, che prestava una facile copertura – con la retorica dei diritti – ad un establishment politico e sindacale non disposto a rinunciare alle proprie certezze e pronto soltanto a rinchiudersi nel fortilizio di un sistema di garanzie sempre più insostenibile e destinato ad un numero decrescente di lavoratori. Queste considerazioni spiegano, dunque, quanto grande sia la povertà intellettuale (e morale) dei giuslavoristi conservatori, i quali fingono di non capire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole e che le soluzioni adottate in Italia nel decennio dell’innovazione legislativa del lavoro sono soltanto delle applicazioni – o al massimo degli adattamenti – di esperienze ripetute in altre realtà nazionali, come tali attentamente monitorate nei loro effetti concreti, considerati validi o meno a seconda dei risultati conseguiti nel creare nuova occupazione.
Marco Biagi non esitò a divenire un «giurista di frontiera», attento a quanto si muoveva nel limbo dei nuovi rapporti di lavoro. Mentre i suoi colleghi contrassegnavano le aree grigie del mercato del lavoro con la classica scritta «hic sunt leones», Marco parlava apertamente di «diritto dei disoccupati» cioè di «quella fragile trama normativa esistente per coloro che non hanno ancora un lavoro, che lo hanno perso o che sono occupati nell’economia sommersa», fino a spingersi a varcare il confine della «flessibilità normata», nella consapevolezza che il primo dovere del giurista è di portare la «regola» laddove non esiste: una regola che serva alla società reale e che non pretenda di fare il contrario, di costringere cioè i processi fattuali a sottoporsi a norme insostenibili e perciò condannate ed essere violate, neglette od eluse.
Ebbene, un documento presentato, adesso, dal governo come base del negoziato affronta la questione dei c.d. contratti atipici come se su di loro gravasse una pregiudiziale di illegittimità, salvo prova contraria che tocca alle imprese fornire; come se tali rapporti fossero la causa della diffusa precarietà, mentre potrebbero servire – se correttamente applicati – a favorire l’occupazione in quanto rivolti a regolare esigenze specifiche difficilmente riconducibili a modelli contrattuali forzatamente standard (o come si dice adesso «prevalenti»).
A sentire la Cgil e certi settori della sinistra – a cui il governo è sensibile – i problemi dell’Italia non sarebbero più l’alto livello di disoccupazione giovanile, il numero elevato di persone che non studiano, non hanno un lavoro e non si preoccupano neppure di cercarlo; e neanche l’occupazione irregolare. Sarebbe la precarietà il «male assoluto», come se bastasse scardinarne l’impianto, mediante una scorciatoia normativa, per poter risolvere anche la questione della disoccupazione. Come se il salto di qualità tra lavoro e non lavoro dipendesse non dall’andamento dell’economia, ma da una combinazione di norme, che vietano, autorizzano, impongono. Nel momento in cui il governo si prodiga negli omaggi rituali alle liberalizzazioni e alle semplificazioni, il mercato del lavoro si appresta a diventare materia per le scorribande ed i verbali degli ispettori dell’Inps. Tutto ciò nel momento in cui il decennale della morte di Marco – oggi pomeriggio commemorato nella solennità di Montecitorio da Fini, D’Alema, Casini e Sacconi – si appresta a divenire memoria comune di questa nuova stramba maggioranza. Così, al mio indimenticabile amico è concesso di entrare nell’Albo degli eroi civili della storia patria, dopo che il suo pensiero sarà ampiamente reinterpretato, in modo da essere accettato anche dai suoi nemici. Probabilmente saranno loro a vincere al tavolo del negoziato. Evitiamo, almeno, di arrogarci l’arbitrio di dire che Marco sarebbe d’accordo.

Fonte: Occidenale del 19 marzo 2012

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