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PIL E CONTI, TRE MOTIVI PER ESSERE PRUDENTI

di Dino Pesole

di Dino Pesole     (Il Sole 24ore del 23/09/2026)

Se spostiamo l’attenzione dal deficit del 2025, che l’Istat certifica in via definitiva al 3,1% del Pil con ciò inibendo l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione, e ci concentriamo sui fondamentali di finanza pubblica, possiamo trarne fin d’ora alcune conclusioni.

Al netto della flessibilità concessa da Bruxelles per le spese dirette alla difesa ed energia, che non potranno essere scorporate dal deficit (in ogni caso occorrerà attendere prima il responso di Eurostat atteso per il 21 ottobre e poi quello della Commissione Ue di metà novembre), almeno tre motivi impongono (e avrebbero imposto comunque) la massima prudenza, in vista della prossima manovra.

Il primo ha a che fare con il “denominatore”, la crescita. Quest’anno l’asticella dovrebbe attestarsi nei dintorni dello 0,9-1%: un risultato tutto sommato incoraggiante, dato il contesto internazionale e il peso ingombrante della variabile costo dell’energia. Preziosi decimali in più rispetto allo 0,6% previsto dal Documento di finanza pubblica dello scorso aprile. Le incognite ora si addensano sul prossimo anno: l’aumento dell’inflazione, al 3,3% a causa dell’aumento dei prezzi dei beni energetici (+17%) nei dati relativi ad agosto, non può che avere effetti diretti su consumi, investimenti, aspettative e dunque sulla crescita. Ne consegue che, perdurando l’attuale shock energetico, anche la stima per il Pil del 2027 (0,8%) si avvia con ogni probabilità ad essere rivista al ribasso. Con un impatto immediato sulle variabili di finanza pubblica.

Il secondo motivo che induce alla prudenza riguarda il deficit (comunque in netta discesa rispetto al 7,1% del 2023 e al 3,4% del 2024). Per uscire nel 2027 dalla procedura di infrazione comunque occorrerà già a partire dalla prossima legge di bilancio (l’ultima della legislatura) garantire che ci si mantenga stabilmente al di sotto del 3% del Pil. E andrà rispettata la traiettoria per quel che riguarda la spesa primaria netta finanziata a livello nazionale (il nuovo parametro della governance economica UE): quest’anno è previsto che l’incremento non debba eccedere l’1,6 per cento.

Il terzo motivo ha a che fare con il debito, il cui andamento è strettamente correlato a quello del Pil e del deficit. Nel 2025 siamo al 136,7% (rispetto al 137,1% della precedente stima). L’attuale quadro previsionale (che tra breve sarà aggiornato dal Governo) fissa l’asticella per il 2026 al 138,6 per cento. Poi si dovrebbe avviare la parabola discendente: 138,5% nel 2027, 137,9% nel 2028, 136,3% nel 2029. Sotto stretta osservazione è l’andamento della spesa per interessi, che si attesterà nel 2029 a 111,5 miliardi. E occorrerà al tempo stesso non porre a rischio l’andamento del saldo primario, vera clausola di garanzia per i conti pubblici, indicato per ora all’1,2% del Pil nel 2026 e al 2,4% nel 2029 (0,8% nel 2025).

(Il Sole 24ore del 23/09/2026)

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