Gli Studi e le Ricerche pubblicate dai nostri soci
di Giuliano Zoppis
(Festival del Medioevo 2026, “I conti intasca a Bernardone: l’economia al tempo di Francesco”)
Con la sua riforma monetaria nell’Italia del centro Nord, Carlo Magno nel 750 circa adotta un sistema monetario metallico argenteo, nuovo ma pur sempre ancora rozzo e primitivo. E’ previsto infatti un solo tipo di moneta, un sottile disco argenteo di 20 mm, dal peso di 1175 gr. Verrà chiamato denaro. Non sono previsti multipli o sottomultipli; viene adottato un monometallismo argenteo, come se oggi avessimo soltanto i 10 €. Viene all’inizio scarsamente usato come sistema di pagamento e quindi come forme sostitutive continuano ad essere utilizzati il baratto, i gioielli, le armi e i cavalli.
Gli scambi sono rari, ci si basa sull’autosufficienza. E quando non basta vengono utilizzate forme come il dono, e altri scambi. Chiaramente serve una evoluzione forte per avere un’unità di misura superiore al denaro. Arrivano allora la lira (origina da libra, cioè unità di peso) e il soldo, riproposizione di una vecchia moneta di origine tardo romana. Ma lira e soldo rimasero astratte unità di conto non tangibili, non rappresentate da alcuna moneta materiale. Come sarà fra un paio d’anni l’euro digitale. Servono solo per facilitare i calcoli di grandi cifre di denaro. Questo sistema, basato sull’equivalenza una lira uguale 20 soldi, uguale 240 denari, sarà valido come sistema di conto fino all’introduzione del sistema metrico decimale.
Nascono in Italia le zecche per coniare le monete, le prime che troviamo sono a Pavia, Milano, Treviso, Venezia e Roma. La loro nascita si sussegue frenetica, ogni comune autonomo vuole la sua per coprire le reali necessità di pagamento e anche le attività di prestito, e per prestigio. In moltissime città del centro e del nord le zecche vengono istituite nel giro di pochi decenni del 1200; secondo alcune fonti sono già attive in Italia all’inizio del secolo 45 zecche. E poi molte ancora a seguire, le ultime sono segnalate a metà del 1200 a Ferrara, Reggio Emilia, Bergamo, Modena,Vercelli.
In molte, come a Firenze e Venezia, la direzione viene assimilata ad un incarico di pubblica magistratura, con operazioni soggette a controlli, pesate, collaudi, registri tenuti dai responsabili. Serve sempre più argento per coniare le monete. Le miniere sono molto impegnate nella produzione, in Germania e in Italia, in Sardegna e nel volterrano in Toscana.
I minatori tedeschi sono dei veri e propri specialisti. Abbiamo fonti che parlano dell’attività di 18 di loro in Sardegna. Un importante terminale di produzione è Venezia, dove è attivo il cosiddetto fondaco dei tedeschi. Le miniere di Iglesias lavorano principalmente per Pisa. Nelle miniere italiane, soprattutto in Toscana e Sardegna, esiste un controllo da parte del personale minerario sulle compagnie che sfruttano i giacimenti, compare forse per la prima volta una forma di autogestione da parte degli operai. L’argento tedesco invade Venezia.
Le monete francesi vengono esportate in modo massiccio verso l’Italia. Le principali monete d’argento vengono usate negli scambi commerciali nelle nuove rotte verso l’oriente. Ma tutto questo non basta a coprire la domanda di moneta. Allora si prova a ridurre la quantità di argento per produrre un maggior numero di pezzi. Viene di fatto attuata una svalutazione ante litteram con la diminuzione del peso, un peggioramento della lega, o entrambi. Accade che in alcune zecche come Lucca, Pavia e Verona la quantità di argento utilizzata cala anche del 70-80%, a Venezia nel 1200 nelle monete coniate soltanto 250 mg di argento, con 10 mm di diametro e 0,3 gr di peso.
Fra la fine del 1100 e l’inizio del 1200 le zecche cominciano a coniare il multiplo del denaro, il cosiddetto grosso. Prima Venezia, attorno al 1201, e poi Genova seguita dalle altre entro il 1230, adottano questo sistema, che verrà copiato in Francia, nelle Fiandre, in Germania e in Inghilterra. Il grosso veneziano diventa in oriente uno dei principali mezzi correnti di pagamento.
Nel 1252 arriva poi l’importantissimo passo successivo, legato al boom economico determinato dal successo delle transazioni economiche internazionali e dalla carenza produttiva dell’argento. Genova e Firenze coniano monete d’oro puro (24 carati per 3,5 g di peso). Dopo un’iniziale diffidenza, anche Venezia, in ritardo per non creare concorrenza al suo grosso, si adegua nel 1284. Il suo ducato, che raffigura Cristo e San Marco, si affianca così al fiorino di Firenze con il giglio in effigie e al Genovino di Genova con San Giovanni Battista.
Anche il ducato pesa 3,5 g di oro, per un valore oggi di circa 430 €. Siamo di fronte alla fine del monopolio della moneta argentea, per tutto il medioevo e oltre. Secondo lo studioso Roberto Sabatino Lopez il fiorino e il ducato, mezzi di pagamento di gran lunga prevalenti nelle transazioni internazionali, sono stati i dollari del Medioevo. Come furono prima il solidus o bisante dell’Impero Romano d’oriente e il Dinar arabo. Di questo ad Amalfi, e dai normanni e gli svevi in Sicilia, venne anche coniato un sottomultiplo, il tari, poi soppiantato da ducato e fiorino. Sappiamo che in grossi vennero pagati 40.000 marchi d’argento dovuti dai crociati a Venezia. Nel 1253 sono emessi anche a Roma, con un valore uguale a un soldo. Altre monete simili furono i carlini emessi a Napoli da Carlo d’Angiò.
Attorno al 1200 nasce l’esigenza di avere monete di più basso valore, per coprire le esigenze di vita quotidiana. Si crea insomma un terzo livello di circolazione monetaria, di più basso valore con monete che vengono definite “nere”. A Venezia sono gli oboli, mezzi denari; a Firenze il quattrino, pari a quattro denari da cui il nome, serve a comprare una pagnotta di pane. Queste monete vengono utilizzate molto per le elemosine. Definiti anche biglioni, completano il cosiddetto trimetallismo monetario. A base di rame, hanno un impiego esteso fra gli strati sociali più bassi per transazioni di modesta entità, con un consistente utilizzo nelle campagne.
È il momento in cui compaiono i cambiavalute professionisti con statuti e regole rese istituzionali, un lavoro via via tenuto sotto controllo e stretta sorveglianza da parte di uffici appositamente istituiti da chi governa. Nasce insomma la prima vigilanza monetaria.
