Gli articoli di Borsa e Finanza pubblicati dai nostri soci sui giornali italiani
di Stefano Lepri
Chi l’avrebbe mai detto che il Monte dei Paschi sarebbe diventata una preda contesissima, quando 14 anni fa fu la prima banca italiana a traballare, dopo la grande crisi finanziaria del 2008? Chi avrebbe detto che, dopo avere sfiorato allora il tracollo, sarebbe diventata anzi la pedina principale di un riassetto in forza del nostro sistema bancario? Se l’Opas di Intesa-Sanpaolo prevarrà, nascerà anzi il secondo gruppo bancario d’Europa.
Può essere questo un giustificato motivo di orgoglio, per un Paese che proprio tanti non ne ha avuti negli ultimi tempi: meglio di altri Paesi abbiamo saputo risanare le nostre banche, che durante il decennio scorso nell’area euro erano guardate con sospetto. Lunga è stata la strada da quella «foresta pietrificata» di 40 anni fa, aziende di credito quasi tutte pubbliche di cui i partiti di governo si spartivano le poltrone fino all’ultima provincia.
Ma anche veloci sono stati i progressi dagli scandali del 2015-2016, «risparmiatori truffati» perché fra indulgenza e astuzie varie le difficoltà erano state lasciate degenerare. Nel 2025 per redditività del capitale le banche italiane battevano quelle francesi, tedesche e olandesi. I crediti incagliati, dieci anni fa al 18%, sono adesso allineati alla media europea del 2%. Però c’è da domandarsi quanto sarà stabile il nuovo assetto. Se Intesa prevarrà su Bpm non avremo quel robusto «terzo polo» del credito che alcuni sognavano.
Parecchio dipende dal successo che avrà, a sua volta, l’iniziativa di Unicredit su Commerzbank. In ogni caso avremo due colossi che non potrebbero essere più diversi tra loro. Intesa-Sanpaolo resterà concentrata sull’Italia, con una solida compagine proprietaria che raggruppa gran parte delle Fondazioni uscite dalle privatizzazioni degli anni ’90. Unicredit, con Commerzbank o senza, ha invece una struttura transfrontaliera, forte in Germania e in Austria, diramata nei Balcani, e un azionariato internazionalmente composito. Quale sia la formula vincente nessuno può dirlo ora.
È solo chiaro che le rispettive esigenze saranno diverse, le pressioni sulle autorità di governo forse divergenti. Avremo in casa quello che al momento è il principale dilemma dell’area euro nel settore bancario, se puntare a campioni nazionali che però rischiano di lasciare alle multinazionali americane una serie di attività transfrontaliere ad alto valore aggiunto, o se percorrere tra mille ostacoli, politici, legali, organizzativi, la difficile strada dell’integrazione. Tuttavia, l’Italia molto probabilmente continuerà a non avere una banca veramente di dimensione planetaria. Nella lista delle «Global systemically important banks» Intesa non c’è mai stata e Unicredit ne è stata esclusa nel 2023 (ce ne sono 8 statunitensi, 5 cinesi, 3 giapponesi, due britanniche, 2 francesi, una spagnola, una olandese e la Deutsche Bank).
Può darsi che ora il Mps, fra le banche del mondo la più antica, trovi finalmente pace dopo aver vissuto negli ultimi 20 anni (su 554 totali) vicende dai tratti romanzeschi, compreso un suicidio misterioso. Al prossimo Palio di Siena, il 2 luglio, sarà ancora una volta sponsor, e lo resterà probabilmente anche se controllato da un gruppo con sede legale a Torino.
(La Stampa del 09/06/2026)
