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di Giuliano Cazzola
La Camera va in ferie dopo che i gruppi, sia di maggioranza che di opposizione, hanno continuato a dare il peggio di sé. In Aula, nel dibattito sul Safe, dopo l’intervento del ministro Giancarlo Giorgetti sulla necessità di avvalersi dello scostamento di bilancio anche per la difesa, sono emerse le tensioni che agitano i due fronti.
Nella risoluzione di maggioranza, il governo ha dovuto fornire un contentino alla Lega, precisando che l’accesso al fondo Safe potrà avvenire soltanto se ne sarà dimostrata la convenienza economica rispetto ad altre fonti di finanziamento (una circostanza già ampiamente verificata in termini assolutamente più favorevoli) e dovrà dare priorità “a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.
Le opposizioni, che non hanno potuto, per questioni di regolamento, mettere ai voti le loro tre risoluzioni, avevano subordinato la possibilità dello scostamento soltanto per fini ‘’virtuosi’’, tra cui non erano compresi gli armamenti. Giuseppe Conte ha ripetuto gli slogan dei socialisti massimalisti ai tempi della Grande Guerra: ‘’non uomo né un soldo’’. ‘’Non avete trovato risorse contro il carovita e ora ci chiedete 20 miliardi per la difesa, è una follia”.
Il capogruppo contiano a Montecitorio Riccardo Ricciardi si è esibito nella teoria secondo la quale la Russia non ci invaderà mai (dimenticando che facciamo parte di un’alleanza che impone di essere solidali con tutti i Paesi membri che subissero un’aggressione); mentre i veri pericoli provengono dagli Usa e da Israele.
Da Fn – per farsi riconoscere – vi è stata l’oscena esibizione di un cappio. Sostanzialmente un dibattito con argomenti in parte reticenti e in parte vergognosi; ma almeno riguardavano opzioni importanti.
Sono volati gli stracci anche dopo il voto negativo sul caso della lettera inviata al presidente della Camera dal procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi, con la richiesta di acquisire le chat relative ai rapporti di affari tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove e il ristoratore Mauro Caroccia.
Alla Camera la discussione è stata accompagnata dalle proteste delle opposizioni. Il 3 agosto i deputati del Movimento 5 Stelle avevano portato in aula una cassaforte ed esposto gli striscioni «Fuori le chat!» e «Aprite la cassaforte!». Il giorno del voto, invece, i deputati di Alleanza Verdi-Sinistra si sono bendati gli occhi, mentre quelli del Movimento 5 Stelle hanno alzato i telefoni al termine, chiedendo di rendere accessibili le conversazioni.
Pagliacciate che hanno rifiutato di misurarsi con gli argomenti presentati in Aula dal relatore Pietro Pittalis di Forza Italia, benché fossero fondati sulle disposizioni di legge e sulla giurisprudenza costituzionale.
Secondo il relatore, i magistrati della procura non avevano indicato con sufficiente precisione né il periodo interessato né i singoli messaggi collegati all’inchiesta, né avevano spiegato perché le stesse informazioni non potessero essere ottenute con strumenti meno invasivi, come i movimenti sui conti correnti o l’acquisizione della documentazione bancaria e fiscale.
In sostanza, si leggeva tra le righe la critica ad un sistema di indagini, in cui prima si sceglie l’indagato, poi si vanno a cercare i motivi che giustifichino l’indagine.
Anche le reazioni della maggioranza sono state riprovevoli come le provocazioni delle opposizioni. Galeazzo Bignami – che è avvocato – avrebbe avuto la possibilità di rispondere in punta di diritto, ma ha scelto di replicare in tono polemico, imputando alle opposizioni i medesimi sospetti di connivenza con la mafia di cui la maggioranza era accusata, fino a chiamare in causa Oscar Luigi Scalfaro – un pessimo presidente fazioso e intrigante – ma estraneo ai provvedimenti di clemenza denunciati da Bignami.
Gli esponenti della maggioranza avrebbero a disposizione argomenti ben più sostanziosi di polemica con la procura di Roma. Al posto di Bignami, troverei il modo di porre, col dovuto garbo, al dr. Lo Voi alcune domande riguardanti lo stato dell’arte nell’indagine relativa all’attentato dinamitardo contro il conduttore televisivo Sigfrido Ranucci.
Per motivi poco trasparenti si ha l’impressione che l’inchiesta sia bloccata: come se non si volesse accertare la verità, andando oltre a quanto già è emerso.
Facciamo il punto. Gli inquirenti hanno individuato i bombaroli, confermandone l’esigenza della carcerazione. Hanno trovato nel gigante nero – un sosia di Lothar, l’assistente del mago Mandrake del fumetto – riparato in tutta fretta in Camerun, il trait d’union tra i manovali dell’esplosivo e il mandante Valter Lavitola.
Poi tutto si è fermato quando sono emersi i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere e il giornalista/conduttore. Così il sospetto mandante di un attentato circola in libertà, senza che nei suoi confronti si svolgano i passi consueti nel proseguimento delle indagini. Né risultano rogatorie internazionali per il transfuga in Camerun, anch’esso accusato di un grave reato.
A questo punto, se l’indagine non va avanti, si pongono due ipotesi. O è tutto sbagliato e tutto da rifare; tanto che la procura sia tenuta a chiedere l’archiviazione.
Oppure non si vuole approfondire un’ipotesi verosimile che, con altri protagonisti, sarebbe già emersa e occuperebbe le prime pagine dei giornali e l’apertura dei tg: l’attentato è frutto di un accordo fraudolento tra Ranucci e Lavitola, tanto che è interesse del primo difendere ad oltranza il secondo, il quale, messo alle strette, potrebbe svelare l’arcano.
Ovviamente questa liaison criminale andrebbe provata in modi inconfutabili. Ma volerla scartare a priori e di proposito è tutto un altro paio di maniche.
(Start Magazine del 09/08/2026)
