Gli articoli di Industria e imprese pubblicati dai nostri soci sui giornali italiani
Viva l’Italia. L’Italia sulla Luna, canta Francesco de Gregori, e ha ragione. Negli occhi e nella fantasia conserviamo le immagini della missione lunare Artemis II. Le foto del lato oscuro del nostro satellite; quegli oltre quaranta minuti nei quali quella donna e quei tre uomini sono rimasti veramente soli, senza alcun contatto con la Terra; le piccole difficoltà; il viaggio più lontano di sempre di umani nello Spazio; la gioia del ritorno, del “missione compiuta”. Ma non siamo solo spettatori: c’è e ci sarà anche qualcosa di Italia nella nuova corsa alla Luna e verso Marte. “Il modulo di supporto Esm (European service modul) della capsula Orion ospita tecnologia italiana a bordo: dai pannelli fotovoltaici realizzati a Nerviano, agli elementi riscaldanti realizzati in Veneto, assieme alle attività di tracciamento della capsula tramite le antenne del Fucino” ricorda Teodoro Valente, presidente dell’Agenzia spaziale italiana. Nell’era di AstroSamantha in Tv e di Luca Parmitano protagonista del fumetto Nathan Never, abbiamo preso familiarità con il tricolore lassù. In realtà la storia spaziale italiana parte da lontano, solo che se ne è sempre saputo assai poco. A cominciare dal fatto che siamo stati il terzo Paese al mondo a mandare in orbita un proprio satellite gestendone tutto il lancio: missione San Marco, 15 dicembre 1964. I primi due erano stati colossi del nome di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e Stati Uniti d’America.
Astronauti
Ci sono un italiano, un francese e un tedesco. Non è una barzelletta, è la lista d’attesa degli europei in fila per la Luna. A turno toccherà a uno di loro, fra qualche anno. Gli italiani sono Anthea Comellini, ingegnere di Thales Alenia Space, e il capitano dell’Aeronautica Andrea Patassa. Successori di Cristoforetti e Parmitano. Samantha Cristoforetti, ex capitano dell’Aeronautica, prima donna italiana nello Spazio (199 giorni nel 2014) e prima donna europea a comandare la Stazione Spaziale Internazionale nel 2022. Luca Parmitano, ex colonnello, primo italiano (nel 2013) a compiere una passeggiata fra le stelle, era stato il primo nostro connazionale a comandare la Stazione nel 2019. In altri tempi il primo italiano in orbita fu Franco Malerba, 1992 sullo Shuttle Atlantis. Era responsabile del sofisticato esperimento di un satellite italiano che doveva dimostrare di poter produrre energia elettrica lassù. Doveva volare come un aquilone trainato da un filo lungo 20 chilometri, si fermò dopo 256 metri per colpa di una vite americana messa nel posto sbagliato. Ci riprovò quattro anni dopo Umberto Guidoni, 1996, navetta Columbia (nel 2001 dopo un volo sull’Endeavour sarebbe stato il primo europeo sulla Stazione spaziale internazionale). In quel volo c’era anche Maurizio Cheli, un militare, unico non americano abilitato a pilotare uno shuttle. Il filo per il satellite era lo stesso del ’92. Per una botta di taccagneria gli americani non vollero ripetere i test di affidabilità. Dopo quattro anni in soffitta il filo si ruppe e il piccolo satellite si perse nel vuoto: per risparmiare un milione di dollari ne furono buttati via 50, quanto valeva quell’esperimento. Di vettori ex sovietici era invece esperto il generale Roberto Vittori, nel 2002 in volo su una Soyuz verso la Stazione,per poi pilotarne una nel 2005, primo astronauta non russo con la qualifica di comandante di un velivolo di quella classe. Da paracadutista e incursore in missione in Libano prima che nello Spazio ha vissuto il maggiore dell’Esercito Paolo Nespoli. Ha volato tre volte: 2007, 2010 e 2017. Sulla sua prima tuta spaziale per lo shuttle Discovery c’era una bandiera americana. Chiese di far ricamare la nostra bandiera. Gli americani risposero di no. Si impuntò. La bandiera italiana volò su quella tuta. Quando ci parlano, tutti gli astronauti dicono, per realismo prima che per modestia: «non siamo affatto dei supermen». È vero, ma non fanno una vita normale: prima del decollo, in orbita e a volte anche dopo.
Rocco Petrone
Il pollice che spedì l’uomo verso la Luna fu un pollice tricolore. Fu un italiano a pronunciare il fatidico «go» all’Apollo 11 dalla sala comando di Cape Kennedy, il 16 luglio del 1969. Si chiamava Rocco Petrone, aveva allora 43 anni, era alto, bruno e massiccio, detto «la tigre». Fu direttore di lancio della missione Apollo dal 1966 al 1969, e, successivamente, direttore dell’intero progetto. A voler essere sinceri, nessun pollice entrò in azione quel giorno. Nessun pulsante fu premuto, come mostravano allora i film di fantascienza. La sequenza di lancio era programmata dai cervelli elettronici e il compito di Petrone e degli altri settecento tecnici addetti ai controlli sarebbe stato, al contrario, di premere un bottone se avessero notato qualcosa di anomalo. Rocco era figlio di un contadino povero della Basilicata, rimase orfano a due anni, ma riuscì a entrare a West Point, e poi si laureò in ingegneria al Mit. Alla fine degli anni Cinquanta, giovanissimo ingegnere dell’esercito appassionato di missili, conobbe un uomo che lo chiamò a lavorare con lui: era Wernher Von Braun, il padre dei V2 tedeschi che attaccarono Londra e poi, post nazista, si era consegnato agli americani, sino ad arrivare a essere considerato il più grande scienziato missilistico della storia.
Luigi Broglio
Il padre della missione San Marco. Primo, in Italia, a insegnare da una cattedra universitaria di Ingegneria aerospaziale. Il «Von Braun italiano», un ingegnere, un fisico e un militare. Un uomo di ideali, dopo l’armistizio partecipò come partigiano (bianco) alla lotta di Liberazione. Un giorno di maggio del 1954, la polizia dovette accorrere a Ingegneria, a San Pietro in Vincoli, a Roma. Era stato segnalato un gran botto, una grande esplosione. Fra polvere e tegole rotte gli agenti trovarono un esultante professor Broglio che chiese loro: «desiderano?». Il crollo del soffitto al Colle Oppio era il risultato dell’inaugurazione (un po’ avventurosa) della galleria supersonica della Facoltà: ora, finalmente, si poteva studiare la struttura dei satelliti. Nella totale mancanza di una strategia governativa in materia, seguace della «filosofia del silenzio» («bisogna fare le cose ma non bisogna dirlo, altrimenti non ce le fanno fare») Broglio fece partire in orbita alla fine del 1964 il primo satellite San Marco dalla base americana di Wallops Island, in Virginia. Tutto andò benissimo. La Nasa applaudì. Il satellite italiano serviva a studiare le proprietà dell’atmosfera ad altissime quote, attraverso uno strumento innovativo, la «bilancia di Broglio», che lui propose, ideò e realizzò. Il 26 aprile 1967 fu lanciato il San Marco 2. Questa volta da una base italiana nelle acque del Kenya.
Edoardo Amaldi
Galeotta, per un grande fisico, fu un’emozione. Quella causata da una palla di alluminio che i sovietici avevano sparato verso il cielo nell’ottobre del 1957. Una palla che girava attorno alla Terra col nome di Sputnik 1. Impressionato dai russi e dagli americani, decise che in orbita dovesse andare presto anche una «Euroluna». Non potevamo rimanere indietro, l’Italia, anzi, l’Europa, non doveva essere tagliata fuori. Per motivi «sia morali che pratici», anche il vecchio continente doveva spedire in orbita un suo satellite. Assieme al francese Pierre Auger, sulla base del loro ruolo fondamentale nel Cern (il Centro europeo per la ricerca nucleare), Amaldi immaginava un’istituzione unica europea esclusivamente dedicata alla ricerca e controllata da scienziati. Voleva fuori i militari (nonostante il loro ovvio interesse per i missili) perché la ricerca si basa non sul segreto ma sul libero scambio di idee e sulla più ampia divulgazione dei risultati. Non è andata come volevano loro. L’Europa (come le sue Nazioni) non ha oggi un Corpo di Fanti Spaziali come quello inventato da Donald Trump, ma il rapporto civile-militare nel settore fu da subito inestricabile, in termini di personale, ricerca, industria, materiali.
La stazione spaziale internazionale (Iss)
L’Italia ha un grande ruolo nella attuale casa dell’uomo nello Spazio. La Stazione è nata alla fine del ’98 e morirà (questo il programma) nel 2031. I cinesi hanno già una loro Stazione, gli indiani dovrebbero averla a breve. La Stazione verrà fatta disintegrare al contatto con l’atmosfera, alcuni frammenti grandi come un’auto cadranno nel Pacifico in zone sicure (si spera). Alcuni moduli si staccheranno prima per diventare basi private in orbita. La guarderemo venir giù con tristezza: fra moduli e laboratori oltre il 40 per cento della parte americana (l’altra è russa) è stata costruita da aziende italiane. Iconiche le sette vetrate della finestra panoramica di osservazione.
Cosa faremo
Andremo verso la Luna e verso Marte. L’Italia con l’Agenzia spaziale europea (Esa) e con la Nasa: con Scienza, tecnologia e industria. Moduli di abitazione per astronauti, tecniche di riciclo dell’acqua e dell’aria, sistemi di alimentazione che saranno decisivi per la permanenza su una futura stazione lunare. Saremo nella costellazione di satelliti in orbita attorno al nostro satellite. Ci sarà una casa italiana per gli astronauti con design e produzione Made in Italy. E poi, via verso Marte. Troveremo la vita fuori dalla Terra, prima o poi. La troveremo sicuramente, magari su uno dei miliardi di asteroidi che vagano al di fuori della nostra galassia. Magari saranno dei microbi, difficilmente avranno le orecchie a punta. Ma sulla nave spaziale terrestre che li incontrerà quasi certamente ci sarà una persona o uno strumento italiano capace di parlarci.
