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Deficit al 3,1%: ecco cosa cambia per conti, energia e difesa

Gli effetti della conferma Istat sulle prospettive della clausola di salvaguardia per le spese extra. Niente impatti diretti sulla manovra

di Gianni Trovati

di Gianni Trovati      (il Sole 24ore 23 settembre 2026)

In una replica precisa della vicenda di aprile, le tabelle dei conti economici nazionali aggiornate ieri dall’Istat tornano a gelare le speranze del Governo di un’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi. L’addio al braccio correttivo del Patto potrà arrivare «nel 2027 coerentemente con i dati già espressi nel Dfp», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo aver preso atto «non senza rammarico» dei nuovi numeri dell’Istituto di statistica.

1. Il Pil migliora, ma non basta

La partita sul 2025 si chiude infatti con un deficit che rimane al 3,1% del Pil (al 3,06%, a esser precisi), e anzi cresce di 335 milioni nel confronto con i calcoli di aprile invece di perdere i circa 1,7 miliardi necessari a scendere sotto il 3%. Questa volta non c’entra il Superbonus, che aveva già colpito duro in primavera; ma la sorpresa arriva da spese per investimenti che hanno fatto crescere di 2,89 miliardi le uscite in conto capitale (l’articolo sotto). Con queste premesse, per ragioni matematiche banali, nulla può la revisione del Pil, che porta al +1,1% (dal +0,8% calcolato finora) la crescita 2024 e al +0,6% (dal +0,5%) quella dello scorso anno.

2. Le ricadute

Ma più delle cause, ora sulle scelte, imminenti, del Governo pesano le conseguenze dei dati Istat. Le più dirette investono in pieno l’extradeficit permesso dalla clausola di salvaguardia nazionale del Patto Ue, impiegabile per l’energia oltre che per la difesa dopo l’estensione chiesta e ottenuta dall’Italia. Il 5 agosto Giorgetti aveva prospettato al Parlamento l’attivazione integrale dei circa 36 miliardi di disavanzo, divisi fra 14 miliardi per gli investimenti verdi (lo 0,6% del Pil degli anni di riferimento) e 22 miliardi (lo 0,9% del Pil) per sicurezza e riarmo.

3. Extradeficit in bilico

La permanenza del Paese in procedura complica il percorso. Le regole Ue permettono infatti di escludere l’extradeficit dai calcoli sui saldi di finanza pubblica, e non solo dal tetto alla spesa primaria, unicamente ai Paesi fuori dal braccio correttivo del Patto. Ora, di conseguenza, la conferma delle ipotesi di agosto rischierebbe di rimandare al 2029 il ritorno dell’indebitamento netto italiano sotto al 3%, e quindi al 2030 l’uscita dalla procedura: archiviando l’obiettivo fissato nei programmi di finanza pubblica concordati con la Ue, e spostando molto in avanti il traguardo del lungo percorso di risanamento avviato nel 2022, quando il disavanzo era all’8,1%.

4. Non solo difesa

Il deficit rimasto al 3,1% alza quindi un ostacolo non indifferente in una strada che molti, fra Governo e maggioranza, avevano deciso di imboccare riluttanti, soprattutto nel filone dedicato alla difesa: tema cruciale in un’Europa agitata da minacce crescenti di attacchi ibridi da parte russa, ma indigesto a larghi settori dell’opinione pubblica e scivoloso mentre si avvicinano elezioni dall’esito incerto. Ma a tornare al centro delle valutazioni non è solo l’idea di impegnarsi per miliardi nella difesa, dando argomenti a un’opposizione che va da Vannacci ai Cinque Stelle passando per Avs e ampi settori del Pd. Riflessioni simili si sviluppano intorno al dossier energia: anch’esso strategico, ma legato a investimenti strutturali, dalle pompe di calore alle infrastrutture di approvvigionamento, destinati a far sentire i propri effetti fra molto tempo, mentre i prezzi si incendiano ora.

5. I suggerimenti di Bruxelles

Il problema risuona anche a Bruxelles. Dove ieri la Commissione ha spiegato per bocca di un portavoce che «la questione presenta diverse sfaccettature». La prima riguarda l’entità dell’extradeficit attivabile. L’ultimo documento di finanza pubblica prevede per l’Italia un disavanzo del 2,8% nel 2027 e del 2,5% nel 2028. Nei prossimi due anni, quindi, la deroga potrebbe essere attivata per 7 decimali cumulati di Pil (17 miliardi in tutto) senza sforare il tetto del 3%: tenendosi aperta la via verso l’uscita dalla procedura ad aprile, che libererebbe lo spazio integrale della clausola. Nel Governo non manca chi ipotizza un negoziato con la Ue sulla possibilità di attivare comunque tutta la deroga scomputando dai calcoli il deficit aggiuntivo: ma non al Mef. I calcoli aggiornati in arrivo con il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) potrebbero poi offrire qualche spazio aggiuntivo. L’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del 2024 e 2025, e il Dpfp farà lo stesso per il 2026, indicando per il Pil reale un aumento intorno all’1% e una dinamica del prodotto nominale resa ancora più vivace dall’inflazione. Tanto dice il quadro macroeconomico inviato all’Ufficio parlamentare di bilancio, che ieri ha comunicato di aver trasmesso al Mef i propri rilievi: relativi, però, agli anni futuri, nella dialettica consueta che precede nella validazione.

6. La manovra

Negli equilibri delicati dei tendenziali di finanza pubblica, la stessa corsa dei prezzi che gonfia il Pil nominale e le entrate soffia però anche nelle vele delle spese per interessi, pensioni e assegno unico (le voci indicizzate). Non arriveranno da lì, insomma, i margini risolutivi per la manovra, che dovrà poggiare su nuove coperture oltre che sui risparmi dalle spese Pnrr, in via di definizione. E, specularmente, non è la mancata uscita dalla procedura a tagliare le gambe alla legge di bilancio.Al netto di molte narrazioni politiche di queste settimane, rivelatesi controproducenti, il braccio preventivo è sostanzialmente irrilevante per le misure ordinarie di politica economica. La procedura è infatti sospesa per i Paesi che, come l’Italia, hanno rispettato fin qui i tetti alla spesa primaria, quindi non comporta oggi “sanzioni” che si spengano con la sua chiusura. Lo scenario può cambiare con un’attivazione della clausola in grado di caricare sull’extradeficit spese per difesa ed energia già previste dai tendenziali, in un gioco di sponda che libererebbe risorse come ha fatto il Pnrr lo scorso anno. Ma per il momento l’ipotesi è teorica, perché manca tra l’altro la definizione puntuale degli interventi finanziabili con l’extradeficit: comunque attivabile, con tutte le cautele viste sopra, dai Paesi in procedura.

(il Sole 24ore 23 settembre 2026)

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