di Stefano Feltri
Dopo oltre quattro anni di superiorità indiscussa del centrodestra, l’off erta politica del centrosinistra sembra tornare competitiva in vista delle elezioni politiche 2027.
Eppure, praticamente tutti i partiti non sembrano considerare l’ormai imminente appuntamento elettorale come un momento di scelta tra alternanza e continuità, ma come la chiusura di una fase anomala nella quale c’è stato un vincitore netto e stabile.
Lo scenario che tutti hanno in mente ha già un nome in gergo giornalistico: “il pareggione”, cioè un risultato del voto che renda impossibile a una sola coalizione governare da sola, men che meno eleggere il presidente della Repubblica nel 2029 senza un accordo con gli avversari.
Nessuno – tranne forse Elly Schlein e Giorgia Meloni che hanno ambizioni personali su Palazzo Chigi – sembra temere questo esito, anzi, molti lo auspicano come un ritorno alla normalità che garantisce potere negoziale e spazi di manovra anche alle forze più piccole.
In fondo, negli ultimi anni l’Italia ha avuto molto spesso governi di coalizioni più o meno larghe tra presunti oppositori: tra 2011 e 2014 (Monti – Letta), tra 2018 e 2022(Conte I, Conte II, Draghi).
Perfino ora incombe, di nuovo, l’ipotesi di un governo di emergenza se le tensioni dentro la maggioranza finissero per impedire all’esecutivo di gestire le varie emergenze, soprattutto la crisi energetica:
a Otto e Mezzo, Paolo Mieli ha detto in modo esplicito quello che molti pensano, cioè che in caso di dimissioni di Giorgia Meloni il Presidente della Repubblica richiamerebbe subito Mario Draghi.
Elezioni anticipate sono escluse in questo contesto di emergenza permanente.
Lo scenario Draghi (o chi per lui, anche se non ci sono alternative ovvie) potrebbe materializzarsi anche dopo il voto. Secondo le simulazioni dell’Istituto Cattaneo e con i dati degli ultimi sondaggi, sia con la legge elettorale attuale che con il cosiddetto Stabilicum che è in discussione in Parlamento, non si prevede un risultato netto.
Ad oggi le due coalizioni sono in equilibrio, intorno al 45%. Nei vari scenari prevale l’una o l’altra a seconda che i partiti minori – soprattutto Azione di Carlo Calenda e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci – entrino o meno in coalizione.
Sulla base di un sondaggio di Youtrend, sembra di capire che sia Azione che Futuro Nazionale potrebbero essere decisivi entrando nel centrodestra, ma perdendo molti voti. Azione si dimezzerebbe, da 3,4% a 1,5%.
Con lo Stabilicum sarebbero entrambe sopra il 3% e dunque potenzialmente cruciali per formare coalizioni in Parlamento dopo il voto.
Sia Calenda che Vannacci già si sentono i kingmaker della prossima legislatura, ma proprio per questo potrebbero essere stritolati da un accordo tra i partiti maggiori che non amano essere ricattabili dai cespugli.
Giuseppe Conte con i Cinque Stelle non basta per far vincere le elezioni al centrosinistra, ma può fargliele perdere se rimanesse fuori dalla coalizione, come nel2022: scelta suicida, ma non per la sua carriera personale.
A leggere il suo libro Primavera (Marsilio), il momento più difficile per Conte non è stato il governo gialloverde o la pandemia ma la grande coalizione dietro il governo Draghi.
Il due volte premier non si sente a suo agio nel ruolo di comprimario e tra essere uno dei tanti in una grande coalizione o l’unico all’opposizione in attesa che gli altri vengano a chiedergli i voti per indicare il capo dello Stato, è chiaro cosa sceglierebbe.
Il “pareggione” è quindi lo scenario più probabile e tutti si muovono in quella direzione: mentre gli elettori si illudono che la sfida sia tra due blocchi radicalmente alternativi, i partiti preparano una competizione al centro.
È il piano di Matteo Renzi, l’unico che potrebbe garantirgli centralità: ha lanciato Silvia Salis come potenziale anti-Meloni, aspirante alla leadership del centrosinistra, ma è solo una facciata. Il vero progetto, che ormai Renzi ammette nelle interviste, è farle guidare una “nuova Margherita” centrista che prenda i voti dei più moderati diffidenti verso Conte-Schlein e nauseati dai tatticismi di Calenda.
Anche le tensioni dentro Forza Italia si devono alla prospettiva – e all’auspicio – del “pareggione”: Marina Berlusconi agisce come capo di fatto del partito e vuole sganciarlo dal ruolo di junior partner obbligato di Fratelli d’Italia, una posizione che serve ormai soltanto ad Antonio Tajani per coltivare ambizioni quirinalizie in vista del 2029.
Il fallimento del referendum sulla giustizia ha convinto Marina Berlusconi che il centrodestra ha più bisogno di Forza Italia che il contrario.
Adesso la Cavaliera vuole posizionare il partito di sua proprietà – per i 90 milioni di euro di debiti – nella posizione migliore per dominare la prossima legislatura e pesare nell’elezione del capo dello Stato: l’ultima si era aperta con l’improbabile ambizione senile di Silvio Berlusconi di correre per il Colle da un letto di ospedale del San Raffaele.
La figlia vuole portare a termine a modo suo quel lavoro: non con una esposizione diretta, ma con una regia ferma ma discreta. Marina Berlusconi si muove come Rupert Murdoch negli Stati Uniti o Vincent Bolloré in Francia: il conflitto di interessi è un’arma potente finché non scendi in campo, dopo diventa un punto d’attacco per gli avversari.
Elly Schlein e gli altri non possono fare nulla, se non veder svanire ogni giorno che passa le prospettive di un governo solido di centrosinistra. Più il Pd si rafforza, più è probabile che avversari e alleati vogliano imbrigliarlo in uno schema di alleanze larghe.
(Italypost del 09 maggio 2026)
