Gli articoli dei nostri soci pubblicati sui giornali italiani
Di Sergio Luciano
Il Papa si è comportato da utile idiota del Partito comunista cinese!”: parola di Peter Thiel, l’ideologo allucinato del dream-team di tecnocrati che ha preso il potere in America, per interposto Donald Trump. Il quale, infatti, ha immediatamente dato ragione a Thiel, respingendo con sdegno le (peraltro ipocrite) geremiadi di Altman e Amodei sulla necessità di porre limiti all’AI (di cui paradossalmente proprio loro e i loro concorrenti sono i ricchissimi costruttori): “È in atto un complotto malato contro l’IA e i data center – ha detto Trump – e l’unica a esserne contenta è la Cina”.
Chiaro il quadro: hanno vinto loro. Hanno già vinto. Continueranno a fare quello che vogliono. Un pugno di oligarchi che ha usato la tecnologia per arricchirsi vergognosamente, spappolando il pensiero critico della stragrande maggioranza delle persone. L’ha fatto forse involontariamente – gli interessava solo arricchirsi – ma certo con totale cinismo.
Si sa com’è andata, anche se pochi lo dicono, a causa di quel maleodorante conformismo che impedisce di criticare anche la peggiore porcheria tecnologica. Innanzitutto, vent’anni fa, hanno inventato il meccanismo delle echo chamber su cui si fondano i social-media e che serve a far risuonare attorno a noi solo e sempre le opinioni che ci piacciono, enfatizzate e martellanti, per addormentarci e semplificare in noi l’unica cosa che sta cuore ai padroni, cioè il nostro shopping compulsivo. Ma appunto, le echo chamber ci confinano tutti nel giro di quelli ci assomigliano di più, che fanno l’eco alle loro e alle nostre opinioni. E la brevità sincopata che l’algoritmo dei social favorisce, occultando le proposizioni complesse, appiattisce tutto a invettiva gutturale e polarizzata: maleparole sì, esaltazioni sì, ragionamenti no, mai!
Contemporaneamente, la casta dei ricchi inventori digitali ha concentrato il potere degli algoritmi della ricerca su Google (il maledetto e velenoso Seo, che trasforma anche il Vangelo in una pappetta da stupidi) in una formidabile leva di marketing: “passa” il filtro dell’invisibilità solo chi paga, chi compra le posizioni di primo piano nelle risposte; una commistione totale dell’informazione con le marchette, solo se paghi ti vedono. E per tutto questo, nei fatti, l’accesso al più grande archivio mai creato dall’uomo – e l’archivio serve da sempre a ricordarsi del passato per capire il presente! – è stato ridotto a una incessante rilettura delle ultime tre ore…
L’esplosione dell’Ai contiene l’estrema, atroce beffa. La potenza di calcolo diventa scorciatoia per la pigrizia mentale. Chiediamo all’Ai anche come si fa il caffè. E i “modelli”, difesi dalla pretesa di intelligenza che sembrano dimostrare, ci propinano opinioni precotte, generate nell’interesse di chi li ha programmati. E dunque il cancro diventa appunto la cancellazione del senso stesso del pensiero libero…
Con quel che sta accadendo, l’Ai – alimentata dalla già conclamata passività critica costruita dai social – sta innescando una regressione antropologica programmata dell’umanità, che in un volger di tempo brevissimo disimparerà a studiare, riflettere, ragionare, decidere – così come abbiamo disimparato a tenere a mente i numeri di telefono dei nostri amici! – delegando tutto a macchine che saranno quei pochi a programmare. La peggior fantascienza che diventa realtà. Sta già accadendo.
In tutto ciò, chi ci guadagna? Il capitalismo finanziario autoreferenziale, gonfiato a dismisura dall’apporto dei derivati e delle criptovalute, bolle nelle bolle, ad altissimo rischio di esplosione e proprio per questo mantenuto vivo da una convergenza di interessi che la sinistra occidentale, negli Stati Uniti come in Europa, dapprima non ha capito e poi ha considerato un male necessario. Lo stesso capitalismo che oggi di fatto ha bloccato l’ascensore sociale e la redistribuzione dei redditi, per cui guadagna, troppo, solo chi vive di finanza e tech, su entrambe le sponde dell’Atlantico. E’ così che il cerchio si chiude: i nuovi ricchi sono infinitamente ricchi e hanno a disposizione una politica asservita e un popolo ipnotizzato dai loro “device”.
È il sogno di tutte le dittature: il plebiscito sincero. Il popolo bue è felice di esserlo, abbarbicato al suo smartphone che gli ha spento il cervelllo. Il 99% dei voti che oggi premiano Putin o Xi sono da sempre la caricatura della democrazia. Ma se a quei voti venisse tolto il presidio militare che li impone, si libererebbero: mentre oggi è chiaro che chi disobbedisce fa una brutta fine. Invece in Occidente la nuova dittatura tech ha messo la maschera della libertà di scelta, la maschera grottesca dei tecno-oligarchi. Il consenso dei popoli abbindolati dai social e decerebrati dall’Ai va molto oltre quello imposto dal kalashnikov: nasce dalla cancellazione del valore e del senso della partecipazione. Per questo non si va più a votare: vedi alla voce “elezioni suppletive calabresi”.
I padroni del vapore tecno-finanziario comandano all’ombra del turbocapitalismo globale che si nutre di hype tecnologico come Dracula di sangue umano, e si trincera dietro l’alibi del contenimento del nuovo “Male Assoluto” cinese – che poi è sempre il vecchio comunismo, per la prima volta efficiente quanto il libero mercato americano e quindi pericoloso. Comandano e, dopo averci rincoglionito con i social network, che hanno parificato le battute sceme del Bar Sport con la filosofia di Kant, ci svuotano del nostro Io con l’AI.
Catastrofale? No, oggettivo. Altro che populismo: lasciamo biasimare il populismo dai massoni delle cancellerie europee che presidiano il loro stesso declino senza capire che hanno a loro volta i minuti contati. Il populismo è pur sempre democrazia: invece l’ideologia teo-pluto-tecnocratica teorizza che il popolo è sempre cojone, per citare Trilussa, e che può solo imparare ad obbedire. E’ il pensiero di Thiel, di Musk, di Trump.
Non è la Spectre: è una cosca di narcisisti patologici irresponsabili e avidissimi, che stanno trovando nel consenso allocco di noi tutti la benzina – a buon mercato – per percorrere le loro autostrade di potere.
Cosa possiamo fare? Di immediatamente operativo, niente. Eppure qualcosa cambierà. E il cambiamento va favorito, invocato, e prima di tutto capito.
Nella loro infinita saccenteria e, certo, nel monopolio delle tante risorse finanziarie e tecnologiche che hanno, questi figuri che comandano si sono infatti dimenticati che, mortificando ed azzerando il lavoro dell’uomo nella filiera della produzione, si fa saltare l’architrave del sistema, che è la redistribuzione dei redditi. Con l’Ai e la robotizzazione, il fenomeno sta esplodendo: servono sempre meno persone a lavorare. Ma se il sistema pagherà sempre meno stipendi, oppure ne pagherà solo di miseri, e se quindi i redditi si concentreranno in sempre meno numerose mani, tutte le altre mani si chiuderanno a pugno.
Non sarà il ragionamento a muoverle: sarà la fame. Come nel 1789 a Parigi, o nel 1917 a Mosca. Anche allora, chi scendeva in strada a morire per cambiare, era analfabeta. Ma aveva fame e aveva capito un’unica cosa: che la sua fame era colpa di quelli nel Palazzo del potere. Accadrà ancora.
Oggi in Italia e in Europa pochissimi osano parlare di queste cose, si rischia di passare per esaltati misoneisti, si rischia il ridicolo. Tanto più meritevole, sulla Stampa – testata storica rinata a nuova giovinezza – la campagna di dibattito lanciata attorno alla proposta di Gianrico Carofigliol di una ridefinizione della progressività fiscale, che aumenti molto il prelievo sugli alti redditi e gli altissimi patrimoni, per sostenere il welfare e ridare una speranza a tutti. In passato accadeva perfino in America, nel ’63 l’aliquota massima del prelievo fiscale americano (presidenze sia democratiche che repubblicane) arrivava al 91%.
Ma era un altro mondo, non globalizzato. Oggi la globalizzazione e la libera movimentazione dei capitali aggioga tutti gli Stati a uno stesso carro guidato dalla finanza americana. Mettiamo pure un’aliquota al 70% sui redditi oltre i 2 milioni di euro all’anno; o introduciamo un prelievo patrimoniale forte sui patrimoni oltre i 10, o 20 milioni: ma se non aggiungiamo un divieto di investimento all’estero, chi lascerà i propri soldi esposti a una simile mannaia? E se invece blocchiamo i capitali, siamo comunque alla rivoluzione…
Il dramma è che l’Europa non c’è. Un riformismo forte e alternativo non nascerà mai nè a Bruxelles nè a Francoforte (dove sta rinascendo il nazismo). E il tanto strombazzato AI Act è una fionda contro un carro armato.
La resistenza umana va opposta, perciò e intanto, anche e soprattutto sul piano delle idee: ufficio per ufficio e casa per casa, per tenere accesa nella testa nostra, dei nostri cari, dei nostri amici, dei nostri colleghi la fiamma-pilota del pensiero critico, che sa distinguere gli interessi individuali da quelli collettivi, quelli personali da quelli sociali. Qualcosa accadrà, prima o poi.
Non ci vorrà molto: due o tre anni e, Trump o non Trump, Big Tech sarà pronto a governare il mondo. Mandiamogli all’aria questo piano da folli. Nessuno oggi può dire come sarà possibile riuscirci: ma ci riusciremo. La premessa irrinunciabile è sapere che la dittatura tecnofinanziaria degli Stati Uniti e dei loro accoliti, protetta dallo spauracchio della asserita minaccia cinese, è già iniziata ed è la forma più subdola e potente di totalitarismo mai costruita dall’uomo.
P.S.: le proteste in Francia e Spagna non sono che l’aperitivo; nemmeno: sono un pallido trailer di quel che in evitabilmente accadrà. E il comunismo non c’entra, non c’entra la sinistra storica, la sinistra esausta di oggi, c’entra il senso della vita collettiva, spento dall’hi-tech e inscatolato in uno smartphone, a vantaggio di pochissimi e nella indifferenza per tutti gli altri.
(Economy Magazine del 03/10/2026)
