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di Carlo Cottarelli (Corriere della Sera del 23/09/2026)
Quali sono le conseguenze della mancata uscita dell’Italia dalla Procedura di deficit eccessivo a causa del fatidico 3,1% del Pil nel 2025? C’è molta confusione in proposito, alimentata dalla lettura politica di questo evento. Stiamo però ai fatti.
Se il deficit italiano nel 2025 fosse stato più basso del 3%, l’Italia sarebbe uscita dalla Procedura. Inoltre, e questo è punto rilevante, non sarebbe tornata in Procedura anche se nel 2027 il deficit fosse tornato sopra il 3% per effetto delle spese per energia e difesa che si qualificano per la flessibilità che l’Unione Europea può concedere. Si tratta di qualche decina di miliardi in totale, secondo la lettera mandata da Giorgetti alla Commissione Europea un paio di settimane.
Giorgetti sperava di uscire dalla Procedura, ma non è stato così. Il risultato del 2025 non è affatto male: l’obiettivo originario, concordato con la Commissione, era di un deficit del 3,4%. Abbiamo quindi fatto meglio del previsto, ma non abbastanza per uscire dalla Procedura in anticipo.
Quali sono le conseguenze di non essere usciti? Non è vero, come molti hanno sostenuto, che non potremo usare la sopracitata flessibilità. Non è vero come altri hanno detto che dovremo anzi accelerare la riduzione del deficit. Potremo usare la flessibilità, compresi i finanziamenti agevolati concessi dall’Unione e il nostro sentiero di rientro dal deficit continuerà a essere quello concordato nel 2024 (a parte la spesa per la flessibilità). L’unica conseguenza è che se, usando la flessibilità per energia e difesa, resteremo sopra il 3% rimarremo in Procedura, cosa che, come spiegato, non sarebbe successo se fossimo usciti ora. Ma, attenzione, le conseguenze negative abitualmente associate a essere in Procedura sono del tutto sospese se l’eccesso sarà dovuto alle spese per difesa ed energia. Per esempio, non inizierà il (pur lunghissimo) iter che, in teoria, potrebbe portare a sanzioni. Insomma, si resta in una Procedura “congelata”, senza effetti pratici in termini di misure correttive.
Resta il fatto che non viene rimosso quel “bollino rosso” di cui Giorgetti si voleva liberare: resta lo “stigma” di essere in Procedura. Ma, in questo momento, non è che quello stigma pesi molto! Ci sono altri otto paesi con quel bollino al momento (tra cui la Francia). Siamo in buona compagnia. E, infatti, i mercati finanziari non hanno reagito alla notizia della mancata uscita: lo spread è rimasto tranquillo.
In ogni caso, quanto dovremo ora attendere perché quel bollino rosso sia tolto? In realtà, non si può escludere che possa essere già tolto la prossima primavera (magari prima delle elezioni?) in base al deficit del 2026, se sarà sotto il 3%. Oppure il governo potrebbe evitare di usare la famosa flessibilità nel 2027 restando sotto il 3%. Non è ovvio che l’economia italiana abbia bisogno di un deficit più alto: la disoccupazione è bassa e la maggiore spesa pubblica potrebbe semplicemente alimentare le importazioni o i prezzi. Questa potrebbe essere una buona ragione per contenere il deficit, molto più del desiderio di uscire da una Procedura i cui effetti sono congelati. Certo, in un anno elettorale sarà difficile resistere alla tentazione …
Perché allora tanto clamore? Per quel gioco delle parti che è tipico del dibattito politico. Salvini non poteva evitare di utilizzare questo episodio per attaccare i burocrati dello zerovirgola (anche se questa volta sono stati quegli stessi burocrati ad avvertire l’Italia, più di un anno fa, che le conseguenze di restere in Procedura sarebbero state irrilevanti). L’opposizione non poteva perdere l’occasione di notare lo “smacco” che il governo aveva subito. E via dicendo. Certo, il governo poteva forse essere più prudente nel far sperare in un’uscita in anticipo dalla Procedura (e nell’enfatizzarne la presunta importanza). Ma anche questo fa parte del gioco politico. La realtà economica è quella che vi ho descritto sopra.
(Corriere della Sera del 23/09/2026)
