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di Ferruccio De Bortoli
Appena uscito il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) sulla grande depressione italiana dei salari, Gian Paolo Patta, ex segretario confederale della Cgil, ha commentato sconsolato: “Questo è il risultato di 36 anni di Seconda Repubblica”. Non credo che gli autori dello studio comparato sull’andamento di salari e stipendi – Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli – abbiano deciso di calcolare l’impoverimento delle retribuzioni italiane, a partire dal 1990, con un occhio al tramonto della stagione politica del lungo Dopoguerra. Solo a partire da quella data vi erano informazioni complete, e comparabili con l’estero, sull’andamento delle retribuzioni. Quindi la ragione è puramente statistica. Ma vi è, nell’osservazione di un vecchio autorevole e deluso esponente della sinistra sindacale, l’amara constatazione che le ragioni delle classi lavoratrici fossero meglio garantite nella Prima repubblica. Peraltro terminata, nei fatti, con Mani Pulite, ovvero nel 1992. È andata veramente così?
Le cifre contenute nel rapporto dell’Upb sono avvilenti. Perché testimoniano da una parte il declino dell’economia italiana nel suo complesso che, crescendo meno delle altre, ha avuto una dinamica dei redditi insoddisfacente per non dire peggio. Dall’altra l’impoverimento relativo di quei posti di lavoro nelle aziende troppo piccole per guadagnare competitività e accrescere il valore aggiunto. Oltre naturalmente al dilagare di forme precarie e sottopagate, in particolare nei servizi. Certo, accettare cifre così umilianti segna una sconfitta storica, della destra e della sinistra di governo, e getta una luce inquietante sul futuro lavoro dei più giovani. Mentre le retribuzioni reali lorde medie a tempo pieno equivalente dei Paesi Ocse, l’organizzazione di Parigi che riunisce le maggiori economie del mondo, sono aumentate mediamente del 35 per cento tra il 1990 e il 2024, le nostre, uniche, sono addirittura diminuite dell’1,6 per cento. I dati Inps, che fotografano più in profondità le varie tipologie di impiego, anche a tempo parziale, sono addirittura peggiori. La caduta delle retribuzioni lorde reali nel settore privato, tra il 1990 e il 2026, è stata del 6,6 per cento. Nella fascia più modesta persino del 40,8 per cento. Il dieci per cento più povero lo è diventato ancora di più. Si è salvato solo il dieci per cento “più ricco”.
Dopo il 2021, l’inflazione, anche attraverso il fenomeno del fiscal drag, ovvero il salto di aliquota per il gonfiamento nominale dei salari, ha provocato un ulteriore calo del potere d’acquisto. “Sul piano settoriale, tra il 1990 e il 2026 – si legge nello studio dell’Upb – le retribuzioni lorde reali aumentano del 16,5 per cento nell’industria e nelle costruzioni, mentre diminuiscono del 20,9 per cento nei servizi. Persistono inoltre ampi divari tra lavoratori a tempo pieno e a tempo parziale e tra impiegati e operai, con questi ultimi che registrano gli andamenti retributivi meno favorevoli. La sovrapposizione di tali fattori ha contribuito ad accentuare la disuguaglianza salariale”.
Non c’è dubbio che nella Prima repubblica le retribuzioni fossero difese meglio. Ma era un altro mondo, molto diverso da quello attuale. Vi era un potere negoziale dei sindacati e dei partiti maggiore anche per la concentrazione nell’industria della parte più rilevante della forza lavoro. C’era poi la scala mobile che da meccanismo protettivo verso l’inflazione si trasformò però – attraverso la spirale tra prezzi e salari – in un infernale trappola di rigidità. La competitività perduta veniva recuperata, in maniera via via sempre meno efficace, solo grazie alle svalutazioni competitive della lira. La globalizzazione ha visto la vittoria dei capitali, più liberi e dunque meno tassabili, rispetto al lavoro, meno libero e più tassabile. La flessibilità delle forme contrattuali ha aiutato le aziende e migliorato l’occupazione a danno dei livelli retributivi.
Gli imprenditori si sono cullati troppo a lungo sul tema del costo del lavoro, preoccupandosi molto meno della sua qualità. Ora non trovano profili adeguati al necessario salto tecnologico. L’adesione all’euro ha provocato certamente una “svalutazione interna dei salari” che però altri Paesi, pur con la moneta unica, non hanno avuto. Anzi hanno alzato le retribuzioni medie molto più di noi.
Qual è l’insegnamento di questo importante studio dell’Upb? La fine dell’illusione che la leva fiscale possa davvero essere efficace nel difendere il potere d’acquisto dei salari. In particolare l’Irpef che viene pagata in gran parte da dipendenti e pensionati. I margini di manovra sembrano essersi esauriti. Non è questa la funzione del Fisco. E lo studio Upb dimostra che i risultati possono essere assai lontani da quelli desiderati. Interventi popolari – come gli 80 euro di Renzi, poi diventati 100 con Conte o alcune riforme delle aliquote del centrodestra – hanno finito per innalzare la curva della progressività, aiutando poco le basse retribuzioni e penalizzando quelle più alte, al di sopra della soglia dei 35 mila euro.
“Ormai possiamo dire – spiega la presidente dell’Upb , Lilia Cavallari – che sia un’arma spuntata nel proteggere il valore reale delle retribuzioni, anche se ha ridotto le disuguaglianze tra impiegati ed operai pur con costi molto elevati. Sono stati numerosi, nell’arco di tempo esaminato dal nostro studio, gli interventi sull’Irpef – dalla riduzione delle aliquote, all’allargamento della no tax area – che hanno reso l’imposta più complessa e progressiva ma con una base imponibile sempre più ristretta.
Molti i regimi sostitutivi. La concorrenza della flat tax ha tolto gettito all’Irpef. Gli interventi sull’Irpef hanno però consentito un recupero parziale per i redditi bassi e accorciato le distanze rispetto ai redditi più elevati per i quali si sono ridotti anche i guadagni. Si sono salvati solo alcuni settori della manifattura. Ne hanno sofferto soprattutto i lavoratori dei servizi. È esploso il ricorso al part time. Per le donne spesso una scelta obbligata dalla cura dei familiari. Per gli uomini dalla ridotta domanda di lavoro. Non è poi da escludere l’esistenza di effetti circolari delle scelte sulla tassazione.
Come per autonomi e piccole imprese, il limite di 80 mila euro di fatturato per la flat tax disincentiva dal crescere di dimensioni, la disponibilità di strumenti fiscali per i redditi più bassi può, dal punto di vista teorico, scoraggiare investimenti sul capitale lavoro, sulle competenze e renderle più remunerative. Non solo: politiche tributarie accomodanti e moderazione salariale riducono la pressione negoziale e realizzano un equilibrio implicito tra gli attori del mercato del lavoro”.
Anche l’economista Tommaso Nannicini, docente all’Università Bocconi, è convinto che il Fisco non sia più – come si credeva nel Novecento, soprattutto a sinistra – lo strumento più efficace per intervenire a difesa dei salari. Nonostante sia l’autore di una proposta sulla start tax che esenta i giovani fino ai trent’anni dal pagamento dell’Irpef. “Ma è per non farli andare all’estero, la ratio è quella di dare più dignità e consistenza alle retribuzioni d’ingresso.
L’eccesso di regimi speciali e la ridotta consistenza dell’imponibile Irpef hanno tolto via via efficacia a ogni riduzione d’aliquota o taglio del cuneo fiscale e contributivo. Interventi che miravano ad accrescere il valore reale di salari e stipendi sono serviti solo, e neanche del tutto, a restituire risorse che l’Erario si era preso con il fiscal drag. La realtà è che bisogna operare su produttività e valore aggiunto ma sono processi molto lunghi, coraggiosi intenti programmatici che purtroppo non portano voti”.
Una leva importante è il puntuale rinnovo dei contratti di lavoro. In alcuni casi si è riusciti a recuperare anche il danno dell’inflazione. In altri no. Lo Stato è il principale datore di lavoro e ha dato prova ultimamente – come affermato dal ministro della Funzione pubblica, Paolo Zangrillo, su Il Sole 24 Ore – di un’inusuale sollecitudine nello stipulare accordi nel corso del triennio di durata. Venti rinnovi in quattro anni. Il governo ha una leva in più per premere, con forme di incentivo e penalizzazione per le imprese ritardatarie, affinché le negoziazioni siano puntuali. Un modo corretto per difendersi almeno dal fiscal drag dell’attuale ondata inflattiva.
Certo poi c’è tutto l’universo o la palude dei contratti più piccoli, delle diverse, minute e persino oscure rappresentanze, soprattutto nell’area dei servizi, che nemmeno una legge sul salario minimo scuoterebbe in positivo. Anzi, come dimostra l’importante studio dell’Upb, non è più una questione di salario minimo, ma di retribuzioni adeguate, aggiungeremmo dignitose. E un po’ il sindacato, nel difendere i più deboli e i governi nell’usare la leva fiscale per i redditi più bassi, si sono dimenticati della classe media che, nel frattempo, si è ugualmente impoverita. Si è realizzata una non voluta maggiore uguaglianza. Verso il basso.
(Corriere Economia del 27/07/2026)
