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di Antonio Troise
Ci risiamo. Proprio quando gli sconti decisi dall’Eni, e poi applicati da numerose compagnie, avevano cominciato a raffreddare i prezzi alla pompa, il gasolio torna a salire. Da ieri sono venuti meno i 6,1 centesimi al litro di sconto fiscale e, per la prima volta da marzo, non è scattato il meccanismo delle accise mobili che avrebbe potuto utilizzare l’extragettito Iva per compensare almeno in parte il rincaro.
Il risultato è che, nonostante il tetto dell’Eni resti in vigore, il diesel nelle stazioni Enilive passa da 2,19 a 2,25 euro al litro. Tutto questo avviene mentre l’inflazione è balzata a settembre al 4,2 per cento, dal 3,3 per cento di agosto, trainata soprattutto dall’energia: +22,2 per cento per gli energetici non regolamentati e +25,9% per quelli regolamentati. Senza contare l’impennata del 5,3 per cento che si è registrata sul fronte dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, cioè quelli che incidono maggiormente sulla percezione quotidiana del caro-vita.
Ma attenzione a non restringere il ragionamento al solo perimetro delle accise che interessano i carburanti, come se si trattasse semplicemente di una voce sullo scontrino del benzinaio. Oggi il problema è molto più esteso di quanto possa sembrare. Quei rincari sono la parte terminale di una catena che parte dal petrolio, passa per l’energia e arriva direttamente al potere d’acquisto delle famiglie. Con l’inflazione tornata sopra il 4% e i prezzi energetici di nuovo in corsa, ogni centesimo in più alla pompa rischia di trasferirsi, almeno in parte, sui costi di trasporto, della logistica e quindi sui prezzi finali di molti beni. E allora la domanda non è se lo Stato possa permettersi di tagliare per sempre le accise, ma se possa permettersi di aumentarne il peso proprio quando il reddito reale degli italiani torna sotto pressione. Ridurre stabilmente le imposte sui carburanti è costoso e difficilmente sostenibile nel lungo periodo; ma farle risalire durante uno shock energetico rischia di aggiungere ulteriore pressione ai prezzi.
Non bisogna poi dimenticare che la fiammata attuale arriva dopo l’ondata inflazionistica degli anni successivi alla pandemia. Anche quando il carovita rallenta, infatti, il livello dei prezzi non torna indietro: semplicemente aumenta più lentamente. E oggi Banca d’Italia avverte che rincari dell’energia e dei trasporti e pressioni inflazionistiche più persistenti possono avere effetti sul potere d’acquisto delle famiglie e sui costi delle imprese. Insomma, non basta dire che i salari crescono se nel frattempo il carrello, le bollette e il pieno corrono più velocemente. L’inflazione, soprattutto quando colpisce i beni essenziali, finisce per pesare proporzionalmente di più proprio sulle famiglie che dispongono di redditi più bassi e che destinano una quota maggiore delle proprie entrate ai consumi incomprimibili.
Spetta allora al governo intervenire. E in fretta, a partire dalla prossima manovra economica. La finanza pubblica continua a muoversi su un sentiero molto stretto. E, nonostante i margini di flessibilità aggiuntivi concessi dall’Unione europea sul fronte dell’energia e della difesa, non ci saranno risorse sufficienti per accontentare tutti. Proprio per questo bisognerà scegliere. Continuare con bonus episodici e interventi emergenziali oppure concentrare le poche risorse disponibili su salari, lavoro e famiglie, affidando alle accise mobili il compito di assorbire almeno una parte degli shock temporanei sui carburanti.
Perché alla fine il vero indicatore da difendere non è il prezzo della benzina ma quanto resta nel portafoglio dopo aver pagato il pieno, la bolletta, l’affitto o il mutuo e il carrello quotidiano della spesa.
(Brescia Oggi 07/10/2026)
