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La politica dell’aria condizionata

di Stefano Feltri

di Stefano Feltri

Bisogna rendere la rete capace di sostenere la transizione.

Come molti giornalisti romani, a un certo punto della vita ho cercato casa a Capalbio, in Toscana, capitale di un mondo radical chic in declino. Quasi tutte le case della zona sono prive di impianti di aria condizionata, perché fino a qualche anno fa nessuno ne sentiva il bisogno. Al massimo c’è qualche pala a soffitto, per smuovere l’aria.

Il riscaldamento globale ha reso assai poco allettante la prospettiva di passare i mesi estivi sotto il sole della Maremma senza un condizionatore.

Questo significa che, in prospettiva, al prezzo di vendita di un immobile va aggiunto il costo inevitabile del condizionatore (oltre a quello per l’utilizzo, tra i 54 e i 180 euro l’anno per apparecchio, secondo le stime di A2A). Una delle tante tasse occulte che la crisi climatica impone a chi può permettersi di pagarle.

Agli altri non resta che il caldo soffocante.

Ha fatto un certo scalpore che la Commissione europea, nella sede di Bruxelles, abbia spento l’aria condizionata nei piani dello staff ma l’abbia tenuta ben accesa nei piani alti riservati alla presidente Ursula von der Leyen e ai suoi commissari. Ai funzionari di basso livello viene imposto di limitare le emissioni ed evitare di sovraccaricare la rete elettrica, mentre il vertice si gode il fresco.

In Francia la bassa diffusione dei condizionatori – 25% di penetrazione contro il 50% dell’Italia – è sempre stata parte della cultura nazionale, oggi è al centro di feroci polemiche: bisogna prima salvare il clima o la salute degli impiegati? Il condizionatore è di destra e la camicia sudata di sinistra?

Secondo l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, la rivoluzione dell’aria condizionata è appena all’inizio: ci sono 3,5 miliardi di persone che soffrono per le alte temperature, ma solo il 15% di loro ha il condizionatore. In alcune aree è atteso un boom, in Indonesia nel 2040 ci saranno nove volte più condizionatori che nel 2020.

Appena aumenta la disponibilità economica, si compra il condizionatore.

Questo comporta un ovvio impatto climatico, visto che il condizionamento d’aria consuma circa il 7% dell’elettricità prodotta ogni anno e contribuisce per il 3% alle emissioni di anidride carbonica. Dunque sembra esserci una scelta da fare: aria condizionata o transizione ecologica.

Nel 2022, nella prima estate della guerra in Ucraina, l’allora premier Mario Draghi presentò agli italiani questo bivio morale: «Preferiamo la pace o il condizionatore d’aria acceso?». Qui la scelta sembrava tra complicità con il criminale di guerra – il nostro ex fornitore di fiducia di gas e petrolio Vladimir Putin – o nella rinuncia a qualche comfort, visto che sostenere gli ucraini implicava bollette più alte.

In realtà sono falsi dilemmi, che spostano su un terreno ideologico una discussione che ormai è soltanto tecnica.

La principale politica per la transizione ecologica è l’elettrificazione dei consumi, combinata con incentivi a diffondere le tecnologie che aumentano l’efficienza, a livello aziendale come domestico.

Ci sono consumi non elettrificabili (il trasporto marittimo, per esempio) ma tutti quelli residenziali lo sono. Per come è impostata in Italia – e in quasi tutto il mondo – la transizione energetica prevede un graduale distacco dalle energie di fonte fossile per spostarsi verso le Fer, cioè le fonti energetiche rinnovabili.

Questo significa che invece di bruciare gas, petrolio o carbone (o pellet), si userà più energia elettrica: il Pniec, il Piano nazionale per l’energia e il clima approvato dal governo Meloni nel 2024, prevede che il consumo interno lordo di energia scenda da 145,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio del 2022 a 121,5 nel 2040.

In dettaglio, la produzione da generazione elettrica per l’uso finale è prevista in crescita al 2040 del 43% rispetto al 2022, con un sostanziale aumento della quota fornita da energie rinnovabili (dal 35 al 75%).

Insomma, la rete elettrica deve essere pronta a reggere aumenti di domanda molto, molto superiori a quelli causati dai condizionatori accesi in estate. In Gran Bretagna, scrive il Financial Times, i picchi di domanda elettrica sono in inverno e l’attesa è che il momento di massima richiesta salga da 60 a 100 GW.

In Italia, invece, dai dati Terna risulta che i picchi sono sempre in estate: il massimo è stato il 19 luglio 2023 con 58,87 GW, negli anni successivi poco meno ma sempre nella prima fase dell’estate.

Quindi in Italia il problema non è l’uso dei condizionatori, ma il fatto che la rete elettrica evidentemente fatica a incrociare produzione, domanda e offerta nei momenti di picco. Cioè non è ancora pronta ad affrontare la fase di elettrificazione dei consumi finali alla quale ci affidiamo per emanciparci dalle fonti fossili.

Il dibattito sui condizionatori è dunque uno di quelli nei quali la risposta immediata dei più sensibili alle questioni ambientali («riduciamo i consumi, soffriamo un po’ e il caldo passerà») è sbagliata.

Servono più investimenti, certo, ma serve anche intervenire sui meccanismi di formazione del prezzo dell’elettricità: oggi, come noto, è fonte che entra nel sistema al margine (in prevalenza il gas) a determinare la remunerazione per le altre fonti.

Le fonti fossili che così spesso determinano il prezzo soffrono anche di una tassazione aggiuntiva – quella dovuta al sistema di quote di anidride carbonica Ets – che però determina a cascata un rincaro anche per l’elettricità da fonti rinnovabili.

Il governo Meloni sta provando a sterilizzare l’effetto dell’Ets per i produttori scaricandolo però comunque in bolletta sugli utenti finali.

Dietro la polemica sui condizionatori, insomma, ci sono alcuni nodi cruciali della transizione ecologica. Che non si risolvono con un clic sul telecomando dell’aria condizionata.

(Editoriale di Stefano Feltri pubblicato su Italypost il 4 luglio 2026)

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