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Lula, Bolsonaro e il rebus Trump

Lo sconfitto, in Brasile, non si dà per vinto. Cosa potrebbe accadere negli Usa?

di Massimo Gaggi

di Massimo Gaggi

L’Fbi che sequestra le urne dei seggi nei quali Donald Trump denuncia brogli. La legge lo vieta ma Trump l’ha già fatto in Georgia e in un’intervista si è detto pentito per non aver usato la Guardia Nazionale per sequestri nel 2020, quando vinse Biden. O il presidente che denuncia manomissioni del voto orchestrate dall’estero, dichiara lo stato d’emergenza e cerca di sottrarre ai singoli Stati dell’Unione la gestione dello spoglio delle schede, della quale sono titolari esclusivi in base alla Costituzione, trasferendo il controllo al suo governo federale per superiori esigenze di sicurezza nazionale. Sono solo due delle possibili forzature trumpiane del dopo voto alle midterm. Ma il rifiuto di Flávio Bolsonaro di accettare la sconfitta in Brasile e l’appoggio ricevuto da Trump (Lula «ha applicato il manuale Biden») fanno riaffiorare i timori.

Timori rimasti sempre ben presenti ai democratici che hanno messo in campo centinaia di avvocati in tutto il Paese, pronti a fare ricorsi istantanei alla magistratura in caso di colpi di mano della presidenza o del ministero della Giustizia. Il cui titolare, Todd Blanche, un ex avvocato di Trump, deviando dalla linea di non interferenza nei processi elettorali sempre rispettata sotto tutte le amministrazioni, da settimane interviene con denunce, indagini e intimidazioni su vari fronti.

I casi sono numerosi e vanno dalla perquisizione dell’abitazione della deputata democratica Ilhan Omar alla ricerca di elementi che consentano di sostenere che la sua procedura d’immigrazione fu irregolare, a una denuncia contro lo Stato della California: gli è stato intimato di bloccare le schede elettorali inviate a ventimila persone che non sarebbero cittadini americani.

Ultimo, la disputa sull’Alaska: è stato lo stesso Trump a scendere in campo con una denuncia che chiede l’annullamento del voto qualora il candidato repubblicano al Senato, Dan Sullivan, venga sconfitto dalla democratica Mary Peltola. Motivo: la presenza tra i tanti candidati, di un altro Dan Sullivan: uno sconosciuto insegnante in pensione presentatosi come indipendente.

Il tribunale dell’Alaska appare orientato a respingere il ricorso come infondato e anche gran parte del fuoco di sbarramento legale in partenza dalla Casa Bianca sembra, più che un’offensiva avvolgente e ben strutturata, il riflesso della frustrazione di un leader che si vede il terreno scivolare sotto i piedi, costretto in queste ore ad andare a puntellare coi suoi comizi anche l’ultraconservatore Mississippi.

Certo, quanto di eversivo fu tentato da Trump dopo il voto del 2020 giustifica molti timori: non potrebbe esercitare pressioni sui segretari di Stato perché alterino l’esito del voto come fece sei anni fa con quello della Georgia al quale chiese di trovargli gli undicimila voti necessari per superare Biden? Non si può ignorare il fatto che, rispetto ad allora, Trump è meno naive, ha intorno gente più esperta e disposta a seguirlo ovunque mentre il presidente ha avuto il tempo di disseminare persone di fiducia, oltre che nelle amministrazioni e nelle agenzie federali, nella magistratura e tra i militari.

Se la destra perderà, lo scenario considerato più probabile rimane quello di un Trump che torna a parlare di possibili brogli resi possibili da un sistema elettorale che lui considera inaffidabile, ma senza gettare il Paese nel caos di uno scontro istituzionale, col Congresso nel limbo, alla vigilia del vertice trilaterale in Cina con Xi Jinping e Putin. Magari dirà che lui ha fatto il possibile per tamponare ma che alcuni candidati erano troppo deboli. E ribadirà che, se fosse passato il suo Save Act, la legge che avrebbe imposto procedure più rigide per la certificazione degli elettori ammessi al voto, ci sarebbe stata più trasparenza e meno spazio per brogli. Ma quella legge non è stata approvata da un Congresso a guida repubblicana perché giudicata, anche da destra, troppo severa e tale da poter tenere molti elettori lontani dalle urne: nell’America rurale e conservatrice molti non hanno il passaporto mentre la carta d’identità non esiste. E le mogli, che al momento del matrimonio prendono il cognome del marito, non hanno provveduto ad uniformarlo con quello del certificato di nascita.

Insomma, si rimane col fiato sospeso ma scommettendo ancora che le forzature di Trump, che comunque ci saranno (agenti dell’Ice dislocati nei pressi dei seggi per intimidire?), non avranno grande impatto. O, magari, si riveleranno addirittura controproducenti spingendo i democratici a una maggiore mobilitazione.

Rimane il timore più grande ed estremo: la dichiarazione di un’emergenza nazionale per un attacco di potenze straniere. I Maga più estremi chiedono a Trump addirittura di dichiarare la legge marziale e lui a luglio, in un discorso solenne alla nazione, aveva accusato la Cina di aver tentato di alterare le elezioni 2020 aggiungendo che la cosa potrebbe ripetersi quest’anno. Poche settimane dopo, però, Trump ha accolto Xi Jinping a Washington con tutti gli onori. Senza fare alcun cenno di una questione così essenziale per la sopravvivenza stessa della democrazia americana. La ritirerà fuori ora? I leader democratici al Congresso hanno chiesto al capo della Cia, John Ratcliffe, e ai responsabili degli altri servizi di intelligence di tenere un canale aperto durante il voto per essere informati in tempo reale circa la fondatezza di eventuali minacce esterne.

(Corriere Economia del 26/10/2026)

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