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AI e armi i mercati e la paura

di Ferruccio De Bortoli

di Ferruccio De Bortoli    (Corriere della Sera del 27/09/2026)

Gran parte delle risorse del mondo – che dal punto di vista finanziario appaiono persino infinite – sono concentrate sempre di più su due grandi aree. La spesa complessiva nell’Intelligenza artificiale (Ai) è stimata quest’anno (fonte Gartner) in 2,67 trilioni di dollari. Quella militare mondiale ufficiale avrebbe raggiunto nel 2025, secondo Sipri, i 2,8 trilioni di dollari. Sono ordini di grandezza che sfuggono all’immediata comprensione.

Cifre che ci appaiono fantascientifiche, avveniristiche, non raramente distopiche. Distanti dalla nostra vita comune. In realtà in quella grande massa di investimenti vi sono anche i risparmi delle famiglie e delle imprese, raccolti sui mercati, fondi pubblici costituiti grazie alle tasse o semplice indebitamento che graverà sulle prossime generazioni. Sono soldi anche nostri di cui abbiamo perso le tracce. Finiti anche là dove non vorremmo che producessero un’umanità controllata dalle macchine o distrutta dalle armi. Ignari? Non del tutto. I paradossi e le contraddizioni si sprecano. Quando assistiamo alle discussioni infinite sul futuro dell’Ai, ci comportiamo come gli spettatori di una fiction. Attendiamo il colpo di scena e resteremmo delusi se non ci fosse. Ci troviamo invece nella condizione, quella di investitori seppur indiretti, oltre che di cittadini, di sperare che tutto vada bene.

Di trovare conferma di quello che dicono i vari Amodei (Antropic), Altman (OpenAi), Huang (Nvidia). Oracoli contemporanei. Ovvero che gli stratosferici guadagni di produttività siano in grado di creare un mondo migliore. Salvo poi domandarci se, nella temuta strage di posti di lavoro, non vi sia anche la nostra occupazione o quella dei nostri figli. In realtà, a giorni alterni, i vari guru dell’Ai passano da uno scenario estremo all’altro. Dall’Arcadia tecnologica all’Apocalisse. Dall’entusiasmo sfrenato alla catastrofe definitiva.

Entrambe le ipotesi, altro paradosso, non dispiacciono (per ora) alle Borse. Stefano Quintarelli, nel suo libro appena pubblicato per Bollati Boringhieri (La bolla dell’Intelligenza artificiale), scritto con Emil Abirascid, si domanda provocatoriamente se non sia in atto una sorta di commedia. La trama di una fiction. Quando gli stessi grandi dell’Ai ipotizzano una maggiore regolazione o addirittura un accordo per rallentare la ricerca, nascondono la preoccupazione di andare presto con le gambe all’aria? Il dubbio di uno dei maggiori esperti italiani è inquietante. Nel libro poi si spiega quanta Intelligenza artificiale faccia ormai parte delle nostre vite (senza che ce ne accorgiamo) e quanta positiva produttività si realizzi in uno scenario moderato e ragionevole. Ma – ed è questo un punto importante della nostra attualità – l’economia, la finanza, la società e la stessa politica, tendono a non credere più negli scenari moderati. Si impongono sempre di più orizzonti estremi. Attraenti e promettenti sotto il profilo dei ritorni degli investimenti.

Tutto si polarizza. Anche le nostre opinioni? Il nostro modo di essere e ragionare? La trappola mentale dell’estremismo è premiata dagli algoritmi e favorita dall’inciviltà soggettiva dei social network. Con l’aggravante che la dimensione del gioco, del gaming (Nvidia viene da lì, dai videogiochi) sembra essersi impossessata di molte delle attività non solo economiche e finanziarie. E chi fa previsioni, e disegna scenari, ne soddisfa la domanda. E passiamo alla Difesa. Investimenti indispensabili, d’accordo. Ma quello che colpisce alcuni osservatori è che, in alcuni casi, i valori delle società coinvolte incorporino già, non solo le guerre in corso, ma anche quelle prevedibili o immaginarie.

Questo avviene, per esempio, nel considerare strutturale la domanda di prodotti cosiddetti consumabili (missili, propellenti, esplosivi, ecc.). Simone Strocchi, presidente e managing partner di Electa Ventures, ed ex ufficiale della Marina militare, nota che l’interesse degli investitori in grandi produttori di “consumabili” – come per esempio Rheinmetall, Saab e Chemring – iniziato con l’invasione russa in Ucraina e ulteriormente alimentato dal riarmo europeo rischia di incorporare nei valori di Borsa una singolare aspettativa, ovvero che nel cosiddetto terminal value di certe aziende finisca per entrare anche la durata della minaccia. Un mondo sempre più a corto di munizioni.

E si stupisce che ciò rientri nella normalità di molti scenari. A questo punto tutt’altro che estremi e improbabili. Dovremmo augurarci, come cittadini, che la bolla degli investimenti nella Difesa, pur necessari per garantire la sicurezza, prima o poi però esploda, cioè che le armi diventino meno richieste. Ma sono in molti, consapevoli o no, a puntare i propri capitali affinché ciò non avvenga.

(Corriere della Sera del 27/09/2026)

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