Non si può capire la recente rottura tra Donald Trump e Giorgia Meloni senza considerare la vera battaglia che gli Stati Uniti stanno combattendo in Europa: quella contro la regolazione digitale europea.
Lo aveva chiarito il vicepresidente J.D. Vance nel suo famoso discorso alla Conferenza di Monaco del febbraio 2025: ogni tentativo di arginare il potere delle Big Tech americane è un attacco agli interessi americani.
Quella battaglia di lobbying si combatte in nome della “libertà di espressione”: ogni limite alle piattaforme è censura.
Dunque gli Stati Uniti sostengono i partiti che si battono per l’assenza di ogni vincolo – anche se significa consentire insulti e disinformazione – mentre contrastano forze politiche e governi che vogliono mettere limiti a social e intelligenza artificiale.
L’Italia, in questa battaglia, si è rivelata inutile: in una prima fase il governo Meloni aveva sposato appieno l’approccio americano, nel 2023 la premier aveva organizzato con l’allora omologo britannico Rishi Sunak una serie di incontri sull’intelligenza artificiale.
Meloni aveva anche portato Papa Francesco al G7 pugliese dell’estate 2024 a parlare di etica dell’intelligenza artificiale: un approccio compatibile con gli interessi americani. Finché si discute di centralità dell’umano e altre banalità non si attenta al potere di mercato delle aziende della Silicon Valley.
Poi la premier ha perso la sponda britannica di Sunak, il rapporto con Elon Musk si è presto incrinato dopo che il Quirinale ha impedito al ministero della Difesa di usare i satelliti di Starlink per le comunicazioni criptate, le elezioni ungheresi hanno spazzato via l’ariete dei conservatori americani e sponda europea della destra meloniana, Viktor Orbán, e così l’Italia è diventata irrilevante nelle partite digitali.
Oggi il principale argomento della destra di governo contro le proposte di patrimoniale che arrivano dall’opposizione è che non bisogna colpire gli italiani benestanti, ma aziende come Amazon che fanno utili in Italia ma pagano poche tasse.
Insomma, adesso che a Bruxelles iniziano le battaglie decisive, il governo italiano non è utile all’azione di lobbying americana.
Nella prima fase della presidenza Trump, la Commissione europea di Ursula von der Leyen ha usato l’applicazione delle regole digitali come strumento negoziale per ridurre i danni su altri tavoli, a cominciare da quello dei dazi commerciali.
È un approccio illegale e dunque non dichiarato, ma evidente: secondo l’analisi di Anselm Küsters del Centre for European Policy, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 Bruxelles ha scelto una linea morbida nell’applicazione della legge più odiata dalla Silicon Valley, il Digital Markets Act (Dma) che impone alle piattaforme di aprirsi in modo da consentire una maggiore concorrenza nell’offerta di prodotti e servizi ai clienti finali.
L’analisi di 150 documenti relativi all’applicazione del Dma rivela che l’attività è cresciuta del 18% dopo l’insediamento di Trump, ma l’effettiva applicazione di quei provvedimenti è diminuita del 37%.
La Commissione ha voluto chiarire che le aziende americane rischiavano molto, ma poi pagavano poco: un segnale distensivo che non ha portato a niente, visto che Trump ha continuato a colpire l’Europa.
Ora una serie di casi di applicazione del Dma stanno arrivando a maturazione, con grande disappunto delle aziende coinvolte.
In estrema sintesi: la Commissione sta cercando di impedire che, in nome della difesa della privacy degli utenti, le piattaforme che hanno dominato l’ultimo decennio riescano a incorporare sistemi di intelligenza artificiale all’interno del loro recinto in modo da escludere ogni rischio di concorrenza che deriva dall’ascesa della nuova tecnologia.
Google si batte contro la concessione dei suoi dati di ricerca anonimizzati a terze parti, Apple continua a rinviare la diffusione europea di software aggiornati (Siri, AirPods ecc.) con la motivazione che la Commissione le impone una eccessiva apertura del sistema e dunque mette a rischio gli utenti.
L’affermarsi di agenti artificiali permette di scardinare le rendite di posizione costruite nella stagione delle piattaforme: non si tratta più di imporre all’utente di scegliere tra piattaforme diverse (non ci sono vere alternative a Google, Amazon o WhatsApp), ma di evitare che quelle piattaforme impediscano la nascita di servizi complementari o concorrenti (Meta voleva escludere ogni altro sistema di Ai dall’interoperabilità con WhatsApp in modo da assicurarsi il controllo assoluto).
Un think tank americano che si batte per la concorrenza nei mercati digitali, Open Markets Institute, ha aperto un suo ufficio a Bruxelles per usare le regole europee per condizionare l’evoluzione del settore anche negli Stati Uniti: nelle scorse settimane ha cercato di convincere la Commissione a bloccare l’acquisto di Warner Bros per 111 miliardi di dollari da parte della trumpiana Paramount con la motivazione che avrebbe diminuito la concorrenza e ridotto l’offerta di contenuti anche nel mercato europeo.
Ma non sono più i tempi di Mario Monti che nel 2001, da commissario alla Concorrenza, bloccò la fusione tra General Electric e Honeywell per le sue conseguenze nel mercato europeo. La Commissione ha già fatto sapere che arriverà il via libera a Paramount-Warner Bros.
Però l’amministrazione Trump, e soprattutto la business community che la sostiene, ha ben chiaro che l’Europa rimane una potenza regolatoria, l’unico argine nel mondo al consolidamento di potere delle Big Tech. Per questo è un nemico da colpire con tanta durezza. Ma l’Italia di Giorgia Meloni non è mai stata un’alleata davvero utile in questa guerra.
da Italypost.it, 27 giugno 2026
