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L’America, le tasse e il nome Donald

di Dario Laruffa

L’America ha da poco «celebrato» il Tax Day: cade di norma il 15 aprile il giorno della presentazione della dichiarazione dei redditi federale all’Irs, l’agenzia fiscale.

In genere gli Stati governati dai Democratici incassano più imposte e forniscono più servizi di quelli a guida repubblicana. Alcuni esempi di grandi città governate dai due partiti in Stati a governo omogeneo: New York, Los Angeles e Washington (che è un Distretto in realtà) in mano dem, Miami e Houston in mano repubblicana.

Facciamo il caso di un lavoratore dipendente con due figli a carico di 6 e 16 anni che guadagni 150mila dollari l’anno, non sono tanti in una grande città americana. La sintesi (inclusi i contributi a carico del lavoratore per Social Security e Medicare): più tasse a New York; subito dopo Washington DC; poi Los Angeles; molto più basse Miami e Houston.

Le cifre (come sempre in materia fiscale) sono influenzate da mille fattori, ma segue una stima realistica del carico fiscale annuo: New York City, 38.000 dollari; Washington DC, 35.000; Los Angeles, 34.000; Miami e Houston, 26.000 dollari.

In termini di aliquota effettiva totale, parliamo più o meno di: New York City, 25%; Washington DC e Los Angeles, 23%; Miami e Houston, 17%.

La parte federale resta la voce principale, i crediti per figli abbassano non di poco l’imposta netta. La differenza tra le città dipende quasi tutta da tre fattori: imposta statale, eventuale imposta cittadina e progressività delle aliquote locali.

Un paragone accettabile con l’Italia (anche se ci sono differenze) ci dice che un lavoratore dipendente con imponibile annuo di 130.000 euro, residente a Milano e due figli a carico, versa (fra Irpef nazionale e varie addizionali e senza considerare eventuali altre detrazioni e deduzioni) circa 50.000 euro in un anno, il 38,4% del proprio reddito.

Decisiva, ovvero, è la valutazione qualitativa fra il dare e l’avere da parte del cittadino. In America un recentissimo sondaggio Gallup (Real Clear Politics) avverte che da quando Trump è al potere i repubblicani che ritengono di pagare troppe tasse sono scesi dal 71 al 60%, mentre i democratici sono saliti dal 39 al 49%.

Trump ha ridotto le tasse soprattutto ai ricchi e alle compagnie, ma alla sua base elettorale evidentemente questo ancora non basta. I movimenti registrati dal sondaggio indicano comunque come, quando viene chiesto loro quanto siano soddisfatti di pagare le tasse, alcuni elettori percepiscano nella domanda la parola «chi» invece di «quanto», ovvero: «Chi spenderà i miei soldi?».

Le preoccupazioni sociali dei Democratici sono note (e fondate), non a caso prevalgono candidati socialdemocratici nelle primarie verso le elezioni di novembre: sono fautori di un modello europeo di welfare. Non mancano inoltre parlamentari dem neopopulisti che non disdegnano di inseguire gli avversari al grido di «zero tasse federali», almeno per i redditi medio-bassi.

Il no alle tasse rimane granitico sul fronte repubblicano. Nicole Russel, commentatrice conservatrice, ha scritto per Usa Today: «Aliquote elevate significano anche finanziare un governo federale che spende più di quanto incassa, alimentando ulteriore spreco che viene scaricato sul futuro attraverso il debito. Più gli americani lavorano, più pagano. A un certo punto, ciò smette di sembrare un dovere civico e comincia a sembrare una penalizzazione del successo. Non è difficile capire perché l’idea libertaria secondo cui la tassazione sia un furto trovi consensi».

Da 250 anni il tema fiscale negli Stati Uniti attraversa schieramenti, epoche e classi sociali. Kenneth G. Pringle ne ha scritto, con citazioni storiche, su Barron’s, la piattaforma finanziaria di casa Dow Jones.

L’articolo descrive una tradizione di diffidenza legata anche a figure e gesti simbolici, come Henry David Thoreau, che nel 1846 rifiutò di pagare le tasse per ragioni morali. Il rifiuto diventa un atto di protesta contro uno Stato ritenuto ingiusto e si intreccia con l’idea tutta americana della libertà individuale come valore supremo, un modo per definire la relazione fra individuo e Stato.

Risale alla fine del Settecento la Whiskey Rebellion: una tassa sul whisky provocò una ribellione armata contro il governo federale. «Per molti americani, la tassazione non è mai stata percepita solo come un obbligo amministrativo, ma come un test della legittimità del potere politico».

Una battaglia durata 250 anni che «non è un incidente della storia, ma uno dei tratti distintivi della cultura politica americana che non appartiene solo a un partito o a una fase politica specifica».

Le tasse sono impopolari, e va bene, ma c’è qualcosa, anzi qualcuno, che inizia a far loro concorrenza.

Il nome Donald sparisce dalle culle americane: Trump dà il proprio nome a grattacieli e aeroporti, ma non conquista i neogenitori. Secondo dati della Social Security Administration nel 2025 «Donald» è sceso al livello più basso di popolarità mai registrato negli Stati Uniti. Per meno di 400 neonati è stato scelto il nome del presidente, oggi sceso al 690esimo posto nella classifica nazionale.

Negli anni Trenta era tra i nomi più diffusi d’America. E anche allora le tasse erano antipatiche.

Pubblicato su ItalyPost, domenica 28 giugno 2026

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