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Un fisco troppo su misura

Prese una alla volta, le singole misure hanno a volte anche una spiegazione. Il problema è che, messe tutte insieme, le numerose tasse piatte marginali compongono un mosaico caotico, in cui ogni piccolo gruppo ha il suo fisco, potremmo dire ogni corporazione ha la sua tassa, più alta o più bassa in relazione al momento, alla forza di impatto o alla vicinanza con il governo.

di Roberto Seghetti

di Roberto Seghetti

Con il varo dell’ultima manovra economica della legislatura il governo di Giorgia Meloni ha completato l’opera di molti anni, mandando in soffitta il primo comma dell’articolo 3 della Costituzione e l’intero articolo 53 della nostra Carta fondamentale.

Dopo tanti annunci trionfali finiti nel cestino, vedi alle voci riforma della giustizia e premierato, questa di fatto è l’unica modifica della Carta che il governo delle destre è riuscito a fare, sia pure in modo surrettizio, cioè senza passare per il voto a maggioranza qualificata nei due rami del Parlamento.

Gli oggetti di questa riforma sui generis sono l’uguaglianza degli italiani di fronte allo Stato, sancita dal primo comma dell’articolo 3 della Carta (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”) e il principio della progressività, cioè il principio in base al quale chi ha di più contribuisce in modo più che proporzionale a sostenere le spese per i servizi sociali decisi dalla collettività, secondo quanto previsto dall’articolo 53 della Costituzione: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Quattro anni di riformette, toppe, sgravi, favori, condoni, trattamenti riservati alle corporazioni considerate più vicine, hanno trasformato il sistema fiscale italiano, già largamente ingiusto e compromesso (questo va detto), in un opaco guazzabuglio di condizioni differenziate per categoria, per età, talvolta per sesso, mettendo al centro non più la consistenza dei redditi e dei patrimoni da considerare ai fini fiscali, ma la tipologia dei cittadini.

Il fisco delle categorie

Il cambiamento è sostanziale. Già con la prima legge di bilancio varata nel 2022 fu fatto un passo decisivo, innalzando fino a 85 mila euro il fatturato al di sotto del quale le partite Iva potevano scegliere il regime forfettario.

Le partite Iva a forfait non fanno più pagare e non versano a loro volta l’Iva, non pagano le sovrimposte comunali e regionali sui redditi prodotti e pagano il 5 per cento (per i primi 5 anni dall’apertura) o il 15 per cento su una percentuale di fatturato diversa da attività ad attività: pagano il 15 per cento di imposta sul 40 per cento del fatturato annuo coloro che operano nel settore dell’industria alimentare e delle bevande (codici Ateco 10 e 11), nel commercio ambulante di prodotti alimentari e bevande (codice 47.81) o nelle attività di ristorazione e servizi di alloggio (per esempio, gli affitti brevi).

Pagano il 15 per cento sul 54 per cento del fatturato gli ambulanti che vendono prodotti diversi dagli alimentari (codici 47.82 e 47.89).

Pagano il 15 per cento sul 78 per cento del fatturato coloro che operano nel settore delle attività professionali, scientifiche, tecniche, sanitarie, di istruzione, nei servizi finanziari e assicurativi. E sono solo alcuni esempi.

Con la manovra varata mercoledì 28 ottobre, dal primo gennaio 2027 la soglia per accedere alla flat tax a forfait passerà a 100 mila euro di fatturato, sempre con le stesse percentuali fisse di prelievo ai fini Irpef (5 o 15 per cento) su una parte degli incassi annui, ma dovranno far pagare e a loro volta versare l’Iva, fino a quando il governo non riuscirà a trovare un accordo con l’Ue, perché ciascuno Stato dell’Unione europea può prendere decisioni in autonomia sull’Iva solo fino alla soglia degli 85 mila euro.

Per le partite Iva che non hanno scelto il forfait c’è però fino al 2 novembre anche la possibilità di aderire al concordato preventivo biennale per gli anni 2026/2027 e di pagare sul maggior reddito concordato con l’Agenzia delle Entrate solo il 10, il 12 o il 15 per cento secco, a seconda della pagella di affidabilità fiscale; cioè anche quelli che per le evidenze fattuali lo Stato considera evasori, se accettano il concordato, pagano al massimo il 15 per cento di tasse sul reddito aggiuntivo negoziato.

Se poi l’incasso è superiore a quanto convenuto, sulla parte eccedente l’imposta è zero per tutti.

E non basta. C’è la sicurezza di non avere controlli e la possibilità di condonare l’evasione delle tasse realizzata dal 2020 al 2023.

Le altre partite Iva, cioè quelle che dal 2027 incasseranno più di 100 mila euro di fatturato l’anno, dovranno pagare e far pagare l’Iva e saranno sottoposte all’Irpef progressiva, come lo sono i lavoratori dipendenti e i pensionati (reddito da lavoro differito).

Un vero patchwork, letteralmente un lavoro con le pezze.

Dipendenti e pensionati

I lavoratori dipendenti e i pensionati, che insieme versano oltre l’80 per cento di tutto l’incasso dell’Irpef, subiscono un prelievo del 23 per cento sulla parte di retribuzione e di pensione che va fino a 28 mila euro lordi l’anno, del 33 per cento sulla parte di reddito che va da 28 a 55 mila euro lordi (soglia alzata di cinquemila euro con la manovra dal primo gennaio 2027), il 43 per cento per la parte di reddito superiore ai 55mila euro lordi l’anno (sempre dal primo gennaio 2027). In più questi cittadini pagano le sovrimposte comunali e regionali.

Ma anche tra i lavoratori dipendenti ci sono differenze di trattamento infinite.

Beninteso, prese una alla volta, le singole misure hanno a volte anche una spiegazione.

Due esempi su tutti. Il primo: è stato confermato il prelievo fisso del 5 per cento sull’ammontare degli aumenti stabiliti con i rinnovi contrattuali.

La norma è volta a favorire l’irrobustimento delle buste paga senza gravare eccessivamente sulle casse aziendali.

Certo, il problema dei salari troppo bassi deriva dal modello produttivo italiano e sta nella responsabilità degli imprenditori e dei sindacati, prima che nelle decisioni dello Stato, ma presa in sé questa misura è comprensibile.

Il secondo esempio: la previsione di una flat tax dell’1 per cento su 2.500 euro di retribuzione nei confronti dei giovani dipendenti, prevista dalla manovra e che dovrebbe entrare in vigore a gennaio.

Il problema è che, messe tutte insieme, le numerose tasse piatte marginali compongono un mosaico caotico, in cui ogni piccolo gruppo ha il suo fisco, potremmo dire ogni corporazione ha la sua tassa, più alta o più bassa in relazione al momento, alla forza di impatto o alla vicinanza con il governo.

Una tassa per ogni gruppo

I lavoratori dipendenti e i pensionati, che insieme versano oltre l’80 per cento di tutto l’incasso dell’Irpef, subiscono un prelievo del 23 per cento sulla parte di retribuzione e di pensione che va fino a 28 mila euro lordi l’anno, del 33 per cento sulla parte di reddito che va da 28 a 55 mila euro lordi (soglia alzata di cinquemila euro con la manovra dal primo gennaio 2027), il 43 per cento per la parte di reddito superiore ai 55mila euro lordi l’anno (sempre dal primo gennaio 2027). In più questi cittadini pagano le sovrimposte comunali e regionali.

Ma anche tra i lavoratori dipendenti ci sono differenze di trattamento infinite.

Beninteso, prese una alla volta, le singole misure hanno a volte anche una spiegazione.

Due esempi su tutti. Il primo: è stato confermato il prelievo fisso del 5 per cento sull’ammontare degli aumenti stabiliti con i rinnovi contrattuali.

La norma è volta a favorire l’irrobustimento delle buste paga senza gravare eccessivamente sulle casse aziendali.

Certo, il problema dei salari troppo bassi deriva dal modello produttivo italiano e sta nella responsabilità degli imprenditori e dei sindacati, prima che nelle decisioni dello Stato, ma presa in sé questa misura è comprensibile.

Il secondo esempio: la previsione di una flat tax dell’1 per cento su 2.500 euro di retribuzione nei confronti dei giovani dipendenti, prevista dalla manovra e che dovrebbe entrare in vigore a gennaio.

Il problema è che, messe tutte insieme, le numerose tasse piatte marginali compongono un mosaico caotico, in cui ogni piccolo gruppo ha il suo fisco, potremmo dire ogni corporazione ha la sua tassa, più alta o più bassa in relazione al momento, alla forza di impatto o alla vicinanza con il governo.

Una tassa per ogni gruppo

Se a dare un appartamento in affitto è invece una società, allora la locazione rientra nel reddito complessivo della società sottoposto all’Ires e ricade tutto sotto la normale Irpef progressiva anche l’affitto percepito da una persona fisica, se il contratto riguarda una società.

Sui redditi prodotti grazie all’investimento mobiliare, azioni, titoli di Stato ed altri prodotti, le persone fisiche sono sottoposte a una tassazione pari al 26 per cento dell’ammontare totale nel caso dei dividendi, dei capital gain e degli interessi, ma scende al 12,5 per cento se il rendimento si ottiene con i titoli di Stato italiani, europei o di istituzioni europee.

Se a incassare i dividendi è invece una società per azioni, una srl o una holding, allora si applica l’Ires del 24 per cento solo sul 5 per cento dell’ammontare dei dividendi. Risultato: in quest’ultimo caso la tassazione dei dividendi è pari effettivamente all’1,2 per cento dell’ammontare dei dividendi.

La tassazione dei fondi pensione integrativi è ancora più complessa e dipende dalla lunghezza del periodo dell’investimento.

Infine, l’Ires, l’imposta sui redditi delle società è pari al 24 per cento, ma passa al 30,5 per le banche e al 27 per le assicurazioni. Tutte poste a cui va aggiunta l’Irap.

In sostanza, un guazzabuglio di flat tax che rende il sistema fiscale italiano opaco e iniquo, con differenze di trattamento non comprensibili, se non nell’ambito di una ideologia corporativa della società e di una politica fatta di pezze cucite alla rinfusa, che nulla ha a che fare con quanto è stato previsto dalla Costituzione repubblicana.

Non solo: questa politica fatta di pezze temporanee scarica sui governi futuri (il calcolo è di circa 6 miliardi di euro da trovare negli anni a venire) l’onere politico e finanziario di confermare o meno molte delle misure di favore con le quali il governo oggi si presenta al paese con l’ultima manovra della legislatura.

E non basta ancora: questo sistema rischia anche di diventare ancora più iniquo nei momenti in cui scatta una veloce rincorsa dei prezzi.

Il conto nascosto dell’inflazione

L’inflazione produce un rastrellamento nascosto di risorse (si chiama fiscal drag) da coloro che sono sottoposti a un regime di prelievi crescenti, cioè dipendenti, pensionati e partite Iva oggi con oltre 85 mila euro di fatturato annuo (sempre che non accettino il concordato biennale preventivo) e dal primo gennaio con oltre 100 mila euro di fatturato: il fiscal drag tra il 2020 e il 2024 ha sfiorato i 25 miliardi di euro; con l’inflazione tornata a galoppare si rischia un’ulteriore rasatura, come ha segnato il Sole 24 Ore nei giorni scorsi, pari a oltre 30 miliardi complessivi cumulati tra il 2026 e il 2029.

Nulla di tutto questo riguarda i redditi sottoposti ai diversi prelievi piatti, come le cedolari o la flat tax per gli autonomi, che anzi è stata indicizzata portando il limite da 85 a 100 mila euro, alleviando così il possibile fiscal drag nei loro confronti.

Ragione per la quale appare più che evidente il possibile travaso di risorse da un gruppo di cittadini all’altro sotto forma di minori imposte per alcuni finanziate almeno in parte con il fiscal drag lasciato correre sugli altri, in particolare dipendenti e pensionati.

Dove sia l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è difficile comprenderlo. Quanto all’articolo 53 della Costituzione, non è detto che l’uso della flat tax, se accompagnato da interventi ben pesati su detrazioni, deduzioni e altre misure di corredo, sia sempre un impedimento tecnico alla progressività. Lo è, però, se la flat tax viene usata in questo modo caotico.

Non a caso da anni l’ex ministro Vincenzo Visco invoca una riforma costituzionale, questa volta vera e non surrettizia, dell’articolo 53 per inserire il concetto di equità orizzontale. Obiettivo: fare in modo che, per quanto possibile, siano trattati nello stesso modo tutti coloro che per reddito e patrimonio sono nelle medesime condizioni.

Il problema esiste da tempo. Ma oggi, alla fine di una legislatura dominata dalla maggioranza politica guidata da Giorgia Meloni, non è proprio più così.

(appunti.substack.com 29/10/2026)

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