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Perché non è l’ora di nuovi sussidi

di Stefano Lepri

di Stefano Lepri

I prezzi aumentano a causa della guerra, seppur un pochino meno di quanto temuto. È la seconda volta in pochi anni. Nel 2022 la colpa era di Vladimir Putin, che aveva invaso l’Ucraina, e costringeva l’Europa a rinunciare al gas russo. Ora è di Donald Trump, che nella sua impresa contro l’Iran ha sbagliato i calcoli e fa danno al mondo intero.

La fiammata inflazionistica di quattro anni fa ha decurtato il potere d’acquisto degli italiani in una misura che ancora non abbiamo del tutto, o tutti, recuperato. Potrà accadere di nuovo se lo stretto di Hormuz non sarà sbloccato presto. Nel loro insieme i numeri mostrano che l’inflazione sarebbe sconfitta, se non fosse per la politica che muove guerre.

Che si può fare? In tutta Europa, i cittadini si liberano sempre di più della diffidenza verso le auto elettriche e verso le pompe di calore; installano nuovi pannelli solari (a vantaggio della Cina, che fornisce la gran parte di queste merci). Invece i governi, per mostrare che stanno facendo qualcosa, rischiano di ricadere su provvedimenti costosi e poco utili.

Se una parte del petrolio viene a mancare, è inevitabile pagare di più i carburanti che ci arrivano. Quello che i governi possono fare è attutire il colpo per i più bisognosi e casomai per attività produttive essenziali. È appunto questo il senso dell’invito a misure «temporanee e mirate» che la Banca centrale europea ha ripetuto anche nel suo bollettino di ieri.

Sgravi fiscali ingenti, tali da compensare in pieno i rincari, li pagheremmo tutti con più tasse domani. Avrebbero senso solo per superare uno shock che con certezza fosse di brevissima durata. Invece occorrerà risparmiare, limitando i consumi, per un periodo di tempo che non sappiamo quanto durerà.

I dati Istat di ieri mostrano che, al di là dei costi dell’energia, non ci sono altri fattori inflazionistici all’opera, almeno per ora; e l’Italia è messa meglio di altri. Però in gran parte dell’Europa abbiamo governi timorosi dell’impopolarità immediata, che per evitare agli elettori un danno oggi sono pronti ad accollargliene uno più pesante domani.

Secondo una analisi del centro studi europeo Bruegel, fin qui le misure «non mirate» sono state più del doppio di quelle «mirate» (da noi assenti). Più dell’Italia hanno speso, in proporzione, la Grecia, la Spagna, la Bulgaria, il Portogallo, l’Irlanda, l’Olanda. Non sono state impegnate cifre ingenti; vedremo che cosa succederà da qui in poi.

L’Italia non avrebbe comunque spazio per interventi massicci. Molte cose potrebbe invece fare il governo per rendere il nostro Paese meno debole in futuro davanti alle sfide dell’energia. Il rischio è che si limiti a distribuire qualche sussidio per tacitare gli autotrasportatori che protestano.

(La Stampa del 16/05/2026)

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