di Giampaolo Galli
Con l’approvazione il 22 aprile scorso del Documento di Finanza Pubblica (Dfp) si è aperto un mezzo dramma nazionale per aver mancato l’obiettivo del 3% per il deficit su Pil del 2025. Il dramma è incomprensibile dato che quello era un obiettivo autoimposto dal governo e non era stato richiesto dall’Ue. Ciò che invece dovrebbe preoccupare – e molto – è la crescita, scivolata nuovamente verso quei valori di zero virgola cui eravamo stati abituati negli ultimi trent’anni: 0,9% nel 2023, 0,8% nel 2024, 0,5% nel 2025 e ora si spera in un 0,6% nel 2026.
C’è da chiedersi che fine abbia fatto il Pnrr, ossia qual complesso di investimenti e riforme, finanziato per quasi 200 miliardi dalla Ue, che avrebbe dovuto dare un decisivo impulso alla crescita dell’economia italiana. Stando ai documenti ufficiali il Pnrr ha dato il boost che era previsto: la versione del Piano approvata dal governo Draghi il 23 aprile 2021 prevedeva un effetto sui tassi di crescita pari a 0,7% nel 2023, 0,5% nel 2024, 0,7% nel 2025 e 0,5% nel 2026. Dati questi numeri, che grosso modo sono stati replicati con qualche ritocco al ribasso di documento in documento sino al Dfp appena pubblicato, per l’economia italiana lo scenario sottostante, ossia in assenza di Pnrr, è di crescita zero o negativa.
Dunque, i casi sono due: o gli effetti del Pnrr sono sovrastimati oppure l’economia italiana è moribonda. Per quanto si possa essere pessimisti sulle sorti del Bel Paese, è difficile pensare che l’economia sia strutturalmente pressoché ferma. Sembra più probabile l’ipotesi che il Pnrr abbia avuto sino da oggi effetti modesti. Una conferma viene dalla stima fatta nel Dfp del potenziale di crescita dell’economia, ossia di quella crescita che si realizzerebbe nel lungo periodo in assenza di cigni neri quando tutti i fattori della produzione fossero pienamente utilizzati. Ebbene il potenziale, stimato con una metodologia comune europea, scende dall’1% del 2023 allo 0,5% del 2029.
Ciò avviene per via del declino demografico, ma anche perché, incredibilmente, la produttività totale dei fattori, che è la variabile chiave della crescita potenziale, diminuisce ad un ritmo medio di -0,2 per cento. La diminuzione si realizza fino al 2029 anche nello scenario alternativo, che è fatto correggendo verso l’alto le stime del modello europeo. Oltre il 2029, le cose migliorano un po’ nel senso che in entrambi gli scenari, la produttività ricomincia a crescere, ma comunque il potenziale di crescita declina costantemente e arriva a zero nello scenario “europeo” e ad un modestissimo 0,5% nello scenario più favorevole.
Se questi sono gli scenari, c’è da preoccuparsi seriamente: come faremo a pagare le pensioni, la sanità, la scuola, la difesa, gli interessi sul debito e quant’altre esigenza emergono continuamente nelle società? In sostanza, dopo la pubblicazione del Dfp, non è più possibile eludere la domanda di perché il Pnrr non stia dando i frutti sperati. L’impressione è che molti dei risultati del Piano erano o procedurali («fare decreto ministeriale…») oppure sono stati realizzati solo in parte o forse solo formalmente. Si può forse dire che oggi la scuola è migliore di quella di 5 anni fa? O la giustizia? O la pubblica amministrazione? Leggendo il Dfp si trovano ben 130 pagine dedicate alle azioni che servono a sostenere la crescita.
Si trovano le cose che sono necessarie per ridurre i tempi della giustizia, o per introdurre il merito nelle carriere della pubblica amministrazione, oppure per semplificare la burocrazia per cittadini e imprese. Non si può dire dunque che il governo non si sia speso per obiettivi meritevoli. Il problema è che quasi nessuno di questi obiettivi è diventato oggetto del discorso pubblico e di un’azione politica. Le 130 pagine del Dfp sono state affidate a bravi funzionari che tuttavia non avevano quasi nessun impulso politico. Per fare un esempio, uno dei capitoli principali di questa parte del Dfp si intitola: “merito e competenze nella pubblica amministrazione”.
Questo è un punto dirimente perché oggi le carriere nelle amministrazioni sono lentissime e avvengono per anzianità. Riuscire a introdurre promozioni per merito è l’unico modo per far sì che le amministrazioni funzionino e siano al servizio di cittadini e imprese. Ma questa è una riforma dirompente che richiede una spinta politica potente per superare le ovvie resistenze degli interessati. Lo stesso si può dire della giustizia. L’obiettivo è ridurre i tempi dei procedimenti civili, penali e tributari. Ma questo non è mai stato un obiettivo qualificante dei governi. Il governo attuale, come noto, si è speso enormemente per la separazione delle carriere. Se si fossero dedicati con la stessa energia alla riduzione dei tempi dei procedimenti, forse oggi vedremmo qualche risultato in più. Gli obiettivi del Pnrr sono il nocciolo di un vero e proprio programma di governo e non possono essere lasciati solo ai funzionari.
Non si limitano peraltro al tema della crescita, ma si preoccupano di transizione ecologica e diseguaglianze. C’è da sperare che qualcuno se ne accorga e se ne faccia carico. Magari per la prossima legislatura.
(LA REPUBBLICA – AFFARI & FINANZA – 18 MAGGIO 2026)
