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Gli obiettivi sono stati raggiunti, ma la crescita non si vede

di Carlo Stagnaro

di Carlo Stagnaro (ItalyPost 01/09/2026)

Ieri è scaduto il termine per completare i progetti del Pnrr. È quindi giunto il momento per trarne un primo bilancio. Se sarà confermato il raggiungimento degli obiettivi, entro il 31 dicembre la Commissione erogherà 133 miliardi di euro (di cui 28 per il nostro Paese), che si aggiungeranno ai 440 già versati (166 all’Italia). Così facendo, certificherà che gli investimenti sono stati realizzati e le riforme formalmente adottate; molto più difficile sarà stabilire se questa immensa iniezione di spesa pubblica abbia aumentato la produttività, la crescita potenziale o la resilienza dell’economia.

Il Pnrr nacque nel contesto della pandemia: i leader europei crearono un fondo straordinario di circa 700 miliardi di euro, finanziato tramite l’emissione di titoli di debito comune. I Paesi cosiddetti “frugali” erano storicamente contrari perché temevano che i più spendaccioni – tra cui l’Italia – vi avrebbero attinto per sprechi e regalie. Per superare le resistenze, si raggiunse un compromesso: i trasferimenti europei sarebbero stati subordinati a un programma dettagliato di riforme e investimenti; qualunque modifica avrebbe dovuto essere approvata dalle istituzioni Ue. L’Italia, che ha ottenuto risorse pari a circa il 9,1% del suo Pil, ne è il maggiore beneficiario.

Tuttavia, il successo amministrativo del Pnrr e il suo successo economico sono due cose diverse. L’obiettivo centrale del Piano era la ripresa: investimenti e riforme avrebbero dovuto aumentare il potenziale di crescita del Pil nel lungo periodo. Secondo le previsioni di primavera della Commissione (le ultime disponibili), cresceremo dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% il prossimo, contro una media Ue dell’1,1% e dell’1,4%, rispettivamente. Ciò che colpisce non è tanto il modesto tasso di crescita – che dipende anche dal contesto macroeconomico globale – quanto il persistente divario tra l’Italia e il resto d’Europa. Non è possibile attribuire al Pnrr né la crescita italiana né la sua assenza: per farlo servirebbero controfattuali che oggi non abbiamo (e che gli studiosi svilupperanno nei prossimi anni). Ma è difficile sostenere che, a questo punto, il Piano abbia impresso una discontinuità alla traiettoria dell’economia italiana. Se avesse prodotto gli effetti auspicati, sarebbe stato lecito attendersi almeno un miglioramento della nostra posizione relativa. Al momento, non se ne vede ancora un segnale.

Il Pnrr aveva però anche un altro fine: aumentare la resilienza. Anche sotto questo profilo, ci sono poche ragioni di ottimismo. Oggi l’Italia è il Paese europeo più esposto a una crisi energetica, come lo fu qualche anno fa di fronte al Covid. E questo nonostante siano stati destinati decine di miliardi proprio alla transizione ecologica e digitale. Cambiano le crisi ma non la nostra impreparazione.

Il problema, insomma, non è stabilire se il Pnrr sia stato materialmente attuato: è se abbia prodotto i risultati economici per cui era stato concepito. Parafrasando una battuta del premio Nobel per l’Economia Robert Solow, si potrebbe dire che il Pnrr si vede ovunque, tranne che nelle statistiche sulla ripresa e la resilienza.

(ItalyPost 01/09/2026)

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