Home » La forza delle imprese. L’export va ma non basta

La forza delle imprese. L’export va ma non basta

di Dario Di Vico

di Dario Di Vico

Dopo i dazi di Donald Trump, virtù e limiti di un successo inatteso: l’export del made in Italy tiene, ma la crescita resta allo «zero virgola» e consumi e salari ora vanno sostenuti.

Il gioco è semplice: alzi la mano chi nei primi mesi del 2025, davanti all’offensiva trumpiana dei dazi, avrebbe scommesso sulla resilienza dell’export italiano, sulla sua capacità di crescere «nonostante Donald». Probabilmente nessuno potrebbe alzare la mano. Il motivo è altrettanto lineare: la prima risposta degli analisti e degli economisti di fronte al protezionismo in avanzata e alla riduzione di spazi di libero commercio era stata quella di prevedere scenari grigi, se non del tutto neri. Per l’export del made in Italy si sarebbe aperta una stagione di contrazione e di ritirata. E invece non è andata così e possiamo tirare un sospiro di sollievo, perché già cresciamo alla lenta cadenza dello zero virgola: in caso di contrazione delle vendite all’estero avremmo ulteriormente rallentato, affidandoci per il Pil al solo Pnrr.

Passata — almeno per ora — la paura di uno stop alle esportazioni, le performance del made in Italy del 2025 e dei primi mesi del 2026 sono materia molto intrigante per capirne di più sullo stato della nostra industria, i suoi punti di forza e le sue lacune (più o meno storiche). È uno specchio che riflette virtù e difetti in maniera esauriente.

Prima di addentrarsi nei numeri un caveat iniziale ci vuole: è vero che siamo diventati quarti al mondo nel ranking delle esportazioni e abbiamo superato l’ostico Giappone, ma questo è avvenuto solo in alcuni trimestri, non è affatto un dato stabilizzato. Ci vorranno uno o due anni per sapere davvero se quel ranking, di assoluto rilievo, è stato definitivamente conquistato o meno.

Il caveat di cui sopra può valere anche a livello di metodo in questa nostra riflessione: è giusto sottolineare il valore dell’exploit italiano, ma attenzione a trarne valutazioni univoche. A determinare quei risultati — di cui parleremo — hanno contribuito fattori strutturali, ma anche fattori che non è affatto detto che si debbano ripetere. E infatti le previsioni che circolano per l’intero 2026 ci dicono che l’exploit del 3,3% del 2025 purtroppo non verrà bissato e che i numeri saranno decisamente più bassi, anche se non al punto da retrocedere in territorio negativo.

Un po’ d’inflazione

Veniamo a ciò che è successo. Nel 2025 l’export italiano ha toccato quota 643 miliardi, ovvero +3,3% sul 2024. Nei primi quattro mesi del 2026 l’incremento (ulteriore) è stato del 3,2% calcolato sullo stesso periodo dell’anno precedente. Un risultato, quest’ultimo, che possiamo definire sorprendente perché, come detto, il 2025 è stato un anno buono. Ma quanto della crescita dell’export 2025 è stato in volumi e quanto in valore medio unitario dei prodotti (prezzi compresi)?

I primi sono saliti dello 0,7% e il secondo del 2,6%, che però, avverte Alessandro Terzulli, chief economist di Sace, «non è una pura traslazione di prezzo: incorpora anche un aumento della qualità dei prodotti del vecchio e nuovo made in Italy». Nei primi quattro mesi del 2026 la proporzione volumi/valore medio ha visto i primi assestarsi a +0,4% e il secondo salire a +2,8%. Il contributo dei volumi si è dunque assottigliato.

Monfalcone e Firenze

Torniamo al 2025 e vediamo quali sono stati i fattori temporanei che hanno aiutato l’Italia a vendere di più. In primo luogo il frontloading, ovvero la tendenza degli importatori americani a costituire delle scorte prima dell’entrata in vigore delle misure protezionistiche. Il secondo effetto straordinario, secondo Terzulli, è stato rappresentato dalle commesse della Fincantieri, grazie alle navi da crociera vendute nel mondo e per le più fabbricate a Monfalcone. Nella farmaceutica, poi, il frontloading è stato ancora più ampio e lungo.

«Questi effetti temporanei non vanno sottovalutati. Penso ad esempio a un effetto-Firenze dovuto alla novità nell’offerta rappresentata dai farmaci anti-diabete e anti-obesità della Eli Lilly, che ha lo stabilimento a Sesto Fiorentino. Il 3,3% del 2025 di cui abbiamo parlato deve molto a questa novità». Lo stesso Terzulli chiede di non dimenticare il mix dell’offerta italiana di farmaci, costituito da multinazionali straniere e gruppi familiari d’eccellenza (Chiesi, Menarini, Bracco, Zambon, Alfasigma), che sommato costituisce un bacino di competenze e skill manifatturiere che fa invidia a tanti concorrenti stranieri e che giustifica i risultati delle esportazioni.

Un altro fenomeno temporaneo che ha dato ali al nostro export lo rintracciamo nei buoni risultati dei primi quattro mesi del ’26 e riguarda i metalli preziosi.

Forza Arezzo

Il distretto orafo di Arezzo ha prodotto oro grezzo e lingotti che sono stati esportati in Svizzera. I dati? L’export del periodo verso Berna è cresciuto del 42,9% e quello dei metalli del 262%. A giustificare questi numeri concorrono la forza dell’oro come bene rifugio, ma anche le riserve in oro della Bce e delle banche centrali. È presumibile, poi, che una buona quantità dell’oro di Arezzo sia stata fusa dai compratori e quindi usata come bene intermedio.

Elencati con dovizia i fattori una tantum, Terzulli tiene a sottolineare quelli che invece possono essere definiti «fattori strutturali» della vivacità del nostro export. La diversificazione geografica, ad esempio, che ha visto crescere la nostra presenza negli Emirati Arabi Uniti, in India e in Marocco, solo per fare qualche esempio di scelte che hanno cominciato a dare frutti e che dimostrano «una capacità di adattamento delle nostre imprese». La seconda gamba, per così dire «strutturale», sta nell’insostituibilità della qualità italiana in diversi settori: dalla meccanica di precisione ai beni strumentali, dal packaging all’agro-alimentare.

Di qualità

Il prodotto italiano, il suo grado di specializzazione, l’aggiornamento continuo di tecnologia hanno fatto sì che molti importatori Usa si siano caricati sui propri conti il prezzo dei dazi e molti consumatori non abbiano fatto questione di prezzo pur di continuare a comprare il loro made in Italy. Quello del bello e benfatto, ma anche di produzioni sempre più customizzate. «Sono le grandi virtù della manifattura italiana specializzata e di nicchia, che sono state lungi dall’essere azzerate. Con questo non vuol dire che non dobbiamo continuare a fare i compiti a casa, a cominciare dalla crescita dimensionale. Si tratta però di riconoscere meriti che ci sono», dice Terzulli. Come nel caso della Danieli, che ha portato a casa una commessa per l’acciaio green da un miliardo in Svezia, dimostrando che possiamo essere esportatori di low carbon technology.

«Nessuno nega i meriti del made in Italy — commenta Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche —. Di fronte ai dazi temevamo il peggio e fortunatamente non c’è stato, ma non raccontiamo favole. In volumi la crescita è stata misurata (0,7 nel 2025 e 0,4 nei primi mesi del ’26) e comunque rimaniamo un’economia che cresce dello zero virgola. È dunque giusto sottolineare le virtù della specializzazione italiana, ma è anche giusto ragionare su come la bassa dinamica salariale abbia fatto sì che il costo del lavoro diventasse un vantaggio competitivo. E questo purtroppo senza che siano partiti nel frattempo investimenti in capitale umano», conclude De Novellis.

(Articolo di Dario Di Vico pubblicato su L’Economia del Corriere della Sera del 29 giugno 2026)

Articoli correlati