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Prometeo e Leviatano

di Ferruccio De Bortoli

di Ferruccio De Bortoli

Una delle operazioni più emblematiche del mutato rapporto tra Stato e mercato aveva visto, nell’agosto del 2025, l’amministrazione americana entrare direttamente, con il 10 per cento, nel capitale della Intel. Nel Novecento capitalista un sacrilegio. Mossa ritenuta necessaria per assicurare e garantire la produzione nazionale di semiconduttori, soprattutto nella sfida geopolitica con la Cina.

A un anno esatto dall’operazione i risultati sono controversi. Il dibattito è acceso. Se da una parte si può ritenere che vi sia stato un deciso rafforzamento dell’offerta americana di chips, dall’altra non sono pochi i dubbi (specialmente del liberale Cato Institute) sul fatto che una presenza, seppur passiva, dello Stato non danneggi il gruppo con alcuni suoi clienti internazionali e lo indebolisca nella sfida globale con i maggiori concorrenti (esempio Tsmc di Taiwan). Se c’è lo Stato vi è una valenza strategica in ogni acquisto. Nessuna operazione, anche la più innocua, è neutra sul versante della sicurezza e delle conseguenze politiche. Nemmeno tra alleati.

Il caso Intel illustra bene il dilemma di quest’epoca. La mano pubblica nell’economia è, in alcuni settori, come forse i semiconduttori, necessaria od opportuna. In altri (la Difesa per esempio) indispensabile. La concorrenza non è più percepita come un bene in sé, ma spesso appare una debolezza congenita. La formazione di grandi gruppi monopolisti cessa di essere (anche timidamente nell’Unione europea) un pericolo da regolare.

Il potere di mercato, e persino il suo abuso, sono il sigillo di un successo da difendere e incrementare. Il possesso di un’arma da schierare nel conflitto con le autarchie che conoscono e apprezzano solo le espressioni della forza, non la tutela dei diritti e delle minoranze.

Prometeo e Leviatano. Lo scontro tra mercato e Stato per il controllo dell’economia globale, è il titolo del saggio di Fabrizio Pagani, edito da Mondadori, che uscirà nei prossimi giorni. L’economista cerca di capire origini e possibili sviluppi di un confronto epocale tra due archetipi. Da una parte Prometeo che dispensa “il fuoco e le arti” della competizione nello sviluppo. E, dall’altra, il Leviatano di Hobbes che, pur essendo un mostro biblico, “promette protezione, difesa dei confini, contrasto all’immigrazione”. Il mercato, i cui confini si stanno restringendo, dopo aver avuto l’illusione – dalla caduta del Muro di Berlino in poi – che potesse espandersi senza limiti portandosi dietro le istituzioni democratiche e forme più avanzate di governance globale.

Lo Stato imprenditore e azionista è rilanciato dallo scontro geopolitico tra blocchi. Suggestiva l’immagine che alla novecentesca “cortina di ferro” si sia sostituita una “cortina di silicio” tra Occidente e Oriente legata soprattutto allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale (Ai), alla disponibilità di talenti oltre che di chips e materie prime. Dalla Guerra Fredda alla Guerra Ibrida. Con la variante che l’Occidente, con le sue regole, le sue istituzioni democratiche, il suo pensiero “internazionalista” non è più al centro del mondo globale. È minoranza. Inconsapevole, però, di esserlo.

Pagani analizza, attraverso l’evoluzione del rapporto tra Stato e mercato, il processo di frammentazione della globalizzazione. Il declino del modello neoliberista occidentale si è accentuato, drammaticamente, con la crisi finanziaria del 2008-9 nella quale i responsabili (i capi delle grandi banche per esempio) vennero salvati, anche impunemente, con i soldi pubblici. I “semi della frattura” (dai movimenti no global, a sinistra, fino alla galassia Maga a destra) hanno radicato, nelle democrazie rappresentative, un senso diffuso di ingiustizia e alimentato il rancore degli esclusi o presunti tali.

Sono stati sottovalutati i dubbi dell’economista americano Rodrik e dallo scrittore indiano Adiga sulla stabilità del sistema, sull’incapacità di dare regole nuove e una diversa governance alla globalizzazione. L’impossibilità di far convivere sovranità, democrazia e integrazione. Un trilemma diabolico. “È quello il momento – commenta Pagani – in cui l’Occidente perde la propria autorità morale”. Le crisi dei subprime, del debito sovrano, la Brexit, la pandemia e le guerre, hanno decretato la fine dell’età neoliberale in economia.

Indebolito Prometeo e rilanciato il Leviatano. Ma in quale forma di Stato? Promotore e regolatore o dirigista, autoritario e persino oppressivo? E ancora capace di assicurare il finanziamento di un generoso sistema di welfare che i nostri concorrenti asiatici non hanno? A questo proposito va ricordato lo studio, assai interessante e provocatorio, di Massimo Florio (Il capitale contro lo Stato, Feltrinelli) che segnala l’attacco del capitalismo oligopolistico al settore pubblico per indebolirlo nella produzione di beni comuni, dalla previdenza all’istruzione.

Insomma, l’Occidente, nel dare inevitabilmente lo spazio al Leviatano, rischia di peggiorare il ruolo dello Stato facendolo assomigliare sempre di più a quello delle autarchie dalle quali vorrebbe, nella competizione economica, difendersi. In una lotta fratricida (gli Stati Uniti contro gli europei accusati di essere degli scrocconi) che indebolisce, ancora di più, i sistemi democratici. Questo è il paradosso sottolineato da Pagani. Chi ha inventato la globalizzazione non l’ha vinta. Ora che è in ritirata rischia di pagarne il costo maggiore.

Vi sono alcuni grandi interrogativi all’orizzonte. In particolare quelli che riguardano la progressiva perdita di influenza del dollaro nel sistema valutario internazionale. Non soltanto come valuta di riserva, ma come perno americano (Swift) nei pagamenti. E questo nonostante l’adozione degli stablecoins aiuti un Paese fortemente indebitato come l’America. Il “privilegio esorbitante del dollaro”, come lo definì il presidente francese Valery Giscard d’Estaing.

Fino a che punto si eserciterà ancora a lungo questo signoraggio del dollaro? Forse, tra le tante metamorfosi europee delle quali abbiamo assoluto bisogno, quella di rafforzare il ruolo dell’euro, renderlo pienamente digitale, aprirlo alle stablecoins, appare assolutamente prioritaria. Come l’adozione di un safe asset europeo, cioè di un titolo del debito pubblico sicuro alternativo – proprio adesso che si manifestano fragilità legate all’esplosione de debito americano – ai Treasury. “Senza capacità finanziaria – afferma Pagani – l’autonomia strategica europea resta un’illusione. La chiave non è la scarsità di risparmio ma l’inefficienza dei meccanismi di intermediazione e allocazione interna dei capitali”. Da qui l’importanza, tra le tante riforme di cui ha bisogno l’Europa, di una vera e propria Savings and Investiments Union, come delineata dai rapporti Letta e Draghi.

Sempre che le sirene del sovranismo che appaiono a volte irresistibili, non mandino in frantumi, insieme alla globalizzazione, anche ciò che resta dell’Unione europea. Il vero pericolo è quello. Pagani conclude proponendo una “globalizzazione selettiva”. Riprendendo alcuni concetti del pensiero politico americano contemporaneo, individua un meccanismo flessibile che potrebbe informare i rapporti economici tra i diversi blocchi, evitando tanto nuove forme di sudditanza quanto inutili ostilità.

L’Italia, a cui il saggio dedica un capitolo, avrebbe molto da guadagnare da questa “globalizzazione selettiva”. Il Paese deve infatti conciliare la propria forte esposizione al commercio internazionale e la propria vocazione di economia aperta con la necessità di preservare, assieme all’Europa, margini di autonomia strategica, continuando al tempo stesso ad attirare investimenti esteri e capitale, soprattutto umano.

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