di Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera del 31/08/2026)
Il dibattito francese sulle scelte economiche legate al voto per l’Eliseo del 2027 ha molto di italiano. E forse faremmo bene a seguirlo con un sentimento diverso da quello prevalente. La recente analisi del Financial Times è preoccupante per Parigi che paga interessi sui suoi titoli, intorno al 4 per cento, ormai superiori ai nostri. Illuderci di essere diventati di colpo un modello virtuoso è un po’ fuori luogo. Lasciamo da parte dunque la magra e inutile consolazione di notare che anche gli amati (o odiati) cugini hanno problemi simili se non più gravi dei nostri. E concentriamoci soprattutto sulle idee per l’Europa, sulle proposte per renderla più forte e competitiva. Anche perché ci coinvolgono direttamente.
Certo che se al secondo turno si dovessero presentare Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon – qualunque sia poi il risultato – sentiremmo rintoccare già qualche campana a morto per l’intera costruzione comunitaria. In Italia poi sono molte le simpatie, nei due schieramenti, per quelli che appaiono, dai sondaggi, i più accreditati, candidati al ballottaggio. Immaginiamo l’effetto imitativo e qualche malcelato entusiasmo al di qua delle Alpi se la partita finale fosse disputata da loro. Nella rimozione politica delle possibili conseguenze negative.
Le idee più interessanti nell’avvio di campagna elettorale per le presidenziali francesi sono state però presentate, a nostro modesto avviso, da due ex ministri dell’Economia che hanno diretto il dicastero di Bercy con Chirac e Macron. Thierry Breton – che è stato anche commissario europeo al mercato interno – e Bruno Le Maire. Entrambi sono convinti che sia fatica sprecata cambiare i trattati. Ci si mette troppo tempo. Tutti e due prendono spunto dai rapporti Letta e Draghi. Breton insiste per imprimere un colpo d’ala alla sovranità tecnologica e finanziaria europea attraverso dieci cantieri nelle materie più delicate (dall’aerospazio alla cybersicurezza) per le quali l’Unione non è ancora sconfitta.
Può ancora risollevare la testa. In pochi anni. Affrancarsi, per esempio, dalla sudditanza dai sistemi di pagamento americani, ritrovare l’indipendenza nei lanci nello spazio anche con attori privati, spingere per una vera unione bancaria e dei capitali, creare degli strumenti di investimento comuni nei settori strategici, come la Difesa, l’Intelligenza artificiale, il cloud e la fisica quantistica.
Sia Breton sia Le Maire sono per un allargamento del debito comune europeo. Passaggio politico non semplicissimo. Un’eresia solo pochi anni fa. E insistono sulla necessità di avere prodotti di risparmio europei. L’ex vice di Ursula von der Leyen ritiene che i sussidi nazionali debbano essere sostituiti, nell’ottica di una nuova politica industriale, da strumenti comuni. Breton difende, con energia e orgoglio – che vorremmo qualche volta vedere anche dalle nostre parti – la legislazione in materia digitale.
In particolare il Digital services act e il Digital market act. Quelle norme che gli Stati Uniti vorrebbero smantellare, ma che appaiono sempre di più assolutamente necessarie. Anche e soprattutto alla luce del clamoroso accordo da 18 miliardi di dollari con cui Meta ha ammesso, pagando, le proprie responsabilità nel creare pericolose dipendenze tra i minori.
L’integrazione selettiva di Breton, per via abbreviata senza inerpicarsi nella riforma dei trattati, non è contraria agli interessi italiani. Anzi.
Le Maire ha addirittura proposto, nell’ottica delle cooperazioni rafforzate, la costituzione di un “nucleo duro” dell’Unione europea costituito da sei stati: Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda e Polonia. Una vera e propria federazione di stati-nazione che metterebbe insieme alcune attività strategiche: dai semiconduttori all’Intelligenza artificiale, dai mercati finanziari ai diplomi universitari. I poteri di Bruxelles verrebbero ridimensionati oltre che rivisti nel loro assetto istituzionale. Un’utopia? Forse sì.
Ma il coraggio delle idee, questo dobbiamo dirlo, non manca. E contrasta con la pochezza del dibattito italiano che non va al di là di qualche sussidio e la tassazione dei cosiddetti extraprofitti. C’è poi una inconsueta dose di realismo sulle debolezze del proprio Paese che contrasta con la storica supponenza da grandeur gollista. Il Manifeste pour une autre France di Le Maire è destinato, visto il quadro politico d’Oltralpe, a rimanere al livello degli animati talk show, ma meriterebbe di essere discusso anche in Italia.
Le Maire propone anche – incredibile immaginarlo solo qualche anno fa – di mettere in comune la parte del debito pubblico dei Paesi europei che eccede il 50 per cento. Ora è vero che quello francese crescendo molto più del nostro ha superato, alla fine dello scorso marzo, i 3 mila 500 miliardi, il 117 per cento circa del Prodotto interno lordo (Pil). E il deficit pubblico a fine 2026 non scenderà sotto il 5 per cento. Ma è anche vero che saremmo noi a beneficiare di più di questa proposta, essendo il nostro, nella stima di fine anno, intorno al 138 per cento. A giugno, in valori assoluti, aveva superato i 3 mila 200 miliardi. Noi abbiamo, ed è un merito del governo Meloni, ricreato un avanzo primario (saldo di entrate e uscite al netto degli interessi sul debito). La Francia ha un disavanzo primato che sfiora il 4 per cento.
Il debito pubblico è, dunque, l’elefante nel corridoio delle elezioni francesi. Mélenchon ha proposto di cancellare la quota (intorno al 18 per cento) detenuta dalla Banca centrale europea attraverso la Banque de France, confortato anche dal parere di un banchiere d’affari come Matthieu Pigasse. Jordan Bardella e Marine Le Pen ritengono l’idea priva di senso. Altri candidati, come l’ex premier Gabriel Attal, la considerano un’assoluta idiozia. Immaginiamo che anche i “macronisti” Breton e Le Maire siano sulla stessa linea. L’economista Olivier Blanchard ha polemizzato duramente giudicando semplicemente falsi i vantaggi promessi, parlando del rischio di una crisi finanziaria (il debito francese è detenuto al 52 per cento da non residenti contro il nostro 35 per cento). Pigasse gli ha rinfacciato gli errori commessi, nel gestire la crisi greca, dal Fondo monetario, di cui Blanchard è stato a lungo capo economista. Pochi hanno ricordato che una proposta simile aveva fatto capolino anche nel programma del primo governo Conte, quello gialloverde, l’alleanza tra Lega e Cinquestelle.
L’ipotesi di cancellare di colpo 250 miliardi di debito, frettolosamente abbandonata dopo i prevedibili effetti sullo spread. Una scorciatoia pericolosa, dall’effetto nullo sulla contabilità pubblica, ma che periodicamente affiora come la “panacea” dei mali della finanza pubblica. Tutto il mondo è Paese. Certo mai avremmo immaginato di aver fatto, si fa per dire, scuola.
(Corriere della Sera del 31/08/2026)
