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La competitività dell’Europa non passa da dazi e sussidi

Un errore utilizzare risorse per proteggere industrie deboli

di Stefano Feltri

di Stefano Feltri

I leader europei non perdono occasione di criticare l’approccio di Donald Trump al commercio internazionale e all’ordine basato sulle regole, ma poi sono tentati di seguirne l’esempio.
Il protezionismo unilaterale dell’amministrazione americana è privo di senso economico, ma crea molti spazi per l’azione discrezionale della politica, per assecondare le richieste di protezione di questo o quel settore elettoralmente decisivo.

Un gruppo di Paesi europei, tra i quali l’Italia, suggerisce un approccio trumpiano nei confronti della Cina. Francia, Italia, Spagna, Olanda e Lituania hanno preparato nei giorni scorsi un documento che chiedeva alla Commissione europea di adottare «politiche di difesa del commercio più assertive ed efficaci».

Non si cita la Cina e non si dice quali politiche, anche se il pensiero va subito allo strumento Anti-coercizione, quel famoso “bazooka” tanto spesso citato nelle conversazioni sulla risposta da dare ai dazi di Trump.

Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha detto che lo status quo è insostenibile nei rapporti con la Cina, come confermerebbero gli ultimi dati sul deficit bilaterale dell’Ue nel commercio di beni di un miliardo al giorno (come si dice, perché fa più effetto che circa 360 miliardi all’anno).

Guardare ai rapporti bilaterali con un Paese, per quanto grande come la Cina, è la premessa per adottare la prospettiva trumpiana.
Il Consiglio europeo ha deciso di non decidere e, per una volta, è una scelta saggia. I sostenitori della linea dura contro la Cina non hanno molti argomenti a loro sostegno dazi, quote e sussidi non possono correggere i problemi di fondo.

Nel 2024 la Commissione europea ha deliberato dazi sull’importazione di autoelettriche cinesi senza neppure che il settore europeo li chiedesse formalmente e senzache fosse dimostrato in alcun modo il danno che le presunte politiche indebite cinesicausavano in Europa. Risultato: nessuno

A parte un paio di miliardi di euro di gettito per le casse europee, in questi due anni è soltanto diventato più chiaro che il problema delle aziende europee è il ritardo su batterie e veicoli elettrici, non la vendita sottocosto da parte di Byd e altri gruppi cinesi.

Ora si discute molto di come proteggere l’industria dell’acciaio. L’8 giugno scorso il Consiglio europeo ha adottato il regolamento sulla sovracapacità produttiva con un sistema molto stringente di quote e tariffe che entrerà in vigore a luglio, motivato anche dalla necessità di ridurre la dipendenza dall’acciaio russo. Le importazioni oltre i 18,3 milioni di tonnellate annue avranno un dazio del 50%. Il grosso delle importazioni è dalla Turchia, India e ovviamente Cina. Il nuovo sistema sostituisce quello precedente, durato otto anni nei quali non è cambiato nulla: il settore europeo non è diventato più competitivo.

Anzi, la situazione è soltanto peggiorata: l’eccesso di capacità produttiva globale è destinata a crescere entro il 2027 a 721 milioni di tonnellate, cinque volte la produzioneeuropea. Infatti, gli impianti europei sono usati al 67%, per essere sostenibili l’utilizzodovrebbe essere all’85%.

I produttori europei lamentano la concorrenza cinese, che considerano ingiusta perché basata su un eccesso di capitali e sussidi pubblici e blande regole ambientali. Poi reclamano sussidi nazionali e allentamenti nei vincoli europei alla riduzione di emissioni.

L’Italia è in prima linea in questa battaglia, che si combatte anche sul fronte dell’energia con la richiesta di rivedere (o addirittura sospendere, come chiede il governo Meloni) il sistema Ets di commercio delle quote di emissioni di anidride carbonica autorizzate.

In nome della riduzione del costo dell’energia – su cui Ets incide al margine – cresce la pressione di lobbying per uno sconto, ovviamente a spese del contribuente europeo. Ma sospendere o rivedere l’Ets non farà sparire la sovracapacità produttiva a livello mondiale e non renderà le acciaierie europee più competitive, causerà soltanto grossi problemi a chi ha investito per decarbonizzare e ha programmato investimenti considerando un certo prezzo per le quote di anidride carbonica. Se si allentano le regole, il prezzo scende e l’investimento non si ripaga.
Insomma, assicurare protezione permanente ai settori nei quali l’Europa non è competitiva restituisce spazi di azione alla politica, consente di compiacere qualche lobby organizzata ma non rende l’economia europea più competitiva.

La linea dura sul piano commerciale contro la Cina poi ha un altro rischio: quello cinese è l’unico governo che ha risposto alle aggressioni di Trump con una vera escalation, sia di contro-dazi che di uso dell’interdipendenza come un’arma (con le autorizzazioni obbligatorie all’export di terre rare anche se incorporate in prodotti finiti).

L’Europa è in grado di reggere un confronto di questo genere e rispondere colpo su colpo?
L’Ue è stata costruita sull’apertura commerciale, sull’interdipendenza, non può riconvertirsi a fortezza autarchica senza distruggere le fondamenta su cui si regge l’intero progetto politico ed economico.

Accettare questo limite – o meglio, questa natura – non significa rassegnarsi alla passività nel commercio internazionale. Ma trovare una postura nel mondo frammentato di oggi coerente con le possibilità dell’Ue e i suoi interessi.

L’obiettivo non è ridurre il deficit commerciale con la Cina, ma rendere l’economia europea più competitiva e utile a raggiungere i nostri obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale. Per farlo servono tanto le importazioni cinesi quanto i loro investimenti in Europa, nel rispetto delle regole che fissiamo noi, ovviamente.

Difendere industrie non competitive che resistono da decenni soltanto grazie a sussidi e protezioni è il modo migliore per sprecare risorse e rallentare l’evoluzione necessaria.

(ItalyPost 20/06/2026)

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