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La fine del doping fiscale

Salari in caduta, Irpef svuotata: oggi il mercato del lavoro paga il conto

di Stefano Feltri

di Stefano Feltri

L’ondata di rincari che la nuova crisi energetica sta provocando finirà per provocare quella che ormai politici e media chiamano “emergenza salari”, secondo la tipica logica italiana che porta a considerare come prioritario soltanto ciò che è emergenziale. Gli interventi di emergenza (di solito emergenza elettorale, cioè la necessità di fare qualcosa prima del voto) hanno nascosto il problema strutturale, che riguarda la struttura del mercato del lavoro, non soltanto l’entità dei salari.

Il dato che viene sempre citato è quello dell’Ocse: tra 1990 e 2024 le retribuzioni lorde per dipendente a tempo pieno equivalente in Italia sono diminuite in termini reali dell’1,6%, mentre in Francia e Germania sono cresciute più del 30%, perfino in Spagna sono aumentate del 12,9%. Non parliamo poi del Regno Unito (+48,5%) o degli Stati Uniti (+50,5%). L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha condotto un’analisi dettagliata su microdati amministrativi Inps (relativi al solo settore privato) per capire cosa si nasconde dietro queste medie che, per definizione, non raccontano tutta la storia.

Quello che ha scoperto dovrebbe essere al centro della discussione politica da qui alle prossime elezioni. Intanto, l’Upb nota che il calo delle retribuzioni reali ha accelerato negli ultimi anni, quelli della grande inflazione: la riduzione è del 2,2% tra 1990 e 2018, ma il calo cumulato è del 6,6% fino al 2026. Le dinamiche sono state molto diverse, a seconda dell’entità del salario. Il 10% meno pagato dei lavoratori ha visto crollare il salario del 40,8%. Se prendiamo un insieme più grande, cioè il 25% inferiore della distribuzione, il calo è comunque notevole: 31,1%. Bisogna arrivare al novantesimo percentile, quindi il 10% meglio pagato per trovare una crescita, del 3,3%. Nel 1990, osserva l’Upb, soltanto il 4,4% dei lavoratori del campione aveva un contratto a tempo parziale, nel 2018 sono diventati il 31,5%.

L’occupazione a tempo pieno è passata dal 60% al 45,3% dei lavoratori. Dunque, nota l’Upb, «non si tratta di una variazione marginale, ma di una vera e propria riconfigurazione delle modalità con cui gli italiani partecipano al mercato del lavoro». Questa dinamica rende poco sensato concentrarsi su quel dato medio di riduzione delle retribuzioni reali fornito dall’Ocse, perché quel numero riguarda l’andamento delle retribuzioni di un teorico lavoratore medio che lavora a tempo pieno. E che nella realtà però è diventato molto meno rappresentativo del mercato del lavoro italiano.

Perché questo tracollo delle retribuzioni, coerente con la percezione diffusa di molti lavoratori di impoverimento, non ha determinato rivolte di piazza? Un crollo del 40% del salario per i dipendenti più poveri dovrebbe determinare qualcosa di più che occasionali fiammate di voto di protesta. C’è la spiegazione nella nota dell’Upb: governi di ogni colore politico hanno usato il sistema fiscale per mitigare le conseguenze di una profonda trasformazione del mercato del lavoro che stava impoverendo i lavoratori, in modo che questi ultimi non se ne accorgessero troppo. Il fisco costruito negli anni Settanta con l’Irpef aveva una natura redistributiva nel senso che, con aliquote progressive, chiedeva a chi aveva redditi più alti di contribuire in modo più che proporzionale a generare risorse con cui finanziare la spesa pubblica. Di fronte al crollo dei salari, invece, il fisco è stato usato con un’altra logica redistributiva: interventi mirati su alcune categorie di contribuenti per garantire una riduzione del carico fiscale che compensasse il crollo delle retribuzioni e integrasse il reddito disponibile.

Il sistema è stato svuotato da sotto, da sopra, dal centro: il numero di lavoratori con uno stipendio che però sono esentati dall’Irpef è salito in trent’anni da 500.000 a 5,8 milioni, il 40% del totale. Flat tax varie – su interessi, plusvalenze, affitti, incassi da partite Iva – hanno portato fuori dall’Irpef gran parte dei redditi di contribuenti nella fascia più alta.

A svuotare il sistema fiscale dal mezzo ha cominciato il governo Renzi nel 2014, con il bonus degli 80 euro, per ridurre un po’ l’Irpef al ceto medio-basso. Un intervento criticato da partiti di centrodestra che però poi lo hanno reso permanente e allargato, anche nell’attuale legislatura. Per anni, quindi, il fisco ha mascherato e distorto l’evoluzione del mercato del lavoro: integrando il reddito disponibile ha ridotto la pressione sulle aziende, che altrimenti avrebbero fronteggiato richieste di aumenti maggiori, visto il crollo dei salari.

Questo ha reso più tollerabile per molte imprese rimanere concentrate in settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività: in pratica abbiamo dato incentivi fiscali al declino del Paese per evitare le rivolte dei lavoratori. Adesso però il sistema è arrivato al punto di rottura: quello che è rimasto dell’Irpef è una trappola tributaria priva di ogni razionalità, con enormi scalini di aliquota, con una progressività interna estrema che non si giustifica più nel momento in cui la maggioranza dei contribuenti paga tasse non progressive, e configurato in modo che gli aumenti salariali vengono mangiati dal fiscal drag (cioè dal fatto che vengono tassati ad aliquote marginali più alte).

La cattiva notizia è che abbiamo distrutto il fisco, quella buona è che i prossimi governi non hanno più a disposizione le leve del passato e dunque, in un modo o nell’altro, dovranno affrontare i problemi profondi dell’economia italiana senza più scaricare i costi sui pochi dipendenti ancora tartassati dall’Irpef.

(ItalyPost del 25/07/2026)

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