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La crescita del PIL è necessaria ma non basta per essere felici la ricchezza va redistribuita

di Giampaolo Galli

di Giampaolo Galli

Da tempo gli economisti si interrogano su come misurare il benessere al di là degli indicatori strettamente legati alla produzione. Ma i Paesi che brillano per soddisfazione della popolazione sono gli stessi che prosperano.

Cos’è l’economia, intesa come disciplina? Qual è il perimetro che essa deve arare? Un tentativo di risposta a questa domanda viene da un network di economisti, di cui il più noto è Jeffery Sacks di Harvard, che ogni anno dal 2012 pubblica un voluminoso rapporto dal titolo davvero ambizioso: “Happiness Report”, Rapporto sulla Felicità (www.worldhappiness.report). Lo scopo di questi economisti è quello di mostrare che è sbagliata l’attenzione, anzi l’ossessione di molti economisti per il benessere materiale,
ossia per il Pil.

“Felicità Nazionale Lorda”
C’è molto altro che conta oltre il Pil; c’è per l’appunto la Felicità e gli economisti di questa devono preoccuparsi. Lo spunto per questo lavoro viene da una risoluzione approvata su proposta del Bhutan nel 2011 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite: in questa risoluzione si auspica l’inclusione di un’agenda “olistica”, che vada oltre il Pil, da parte dei Paesi membri, al pari di quanto fa lo stesso Bhutan che punta a massimizzare non la crescita del Pil, ma di una variabile che viene chiamata “Felicità Nazionale Lorda”. Con la stessa risoluzione le Nazioni Unite dichiararono il 20 marzo “giorno internazionale della felicità”.
Il Rapporto sulla Felicità (quest’anno di 260 pagine) è una intrapresa davvero notevole, a cominciare dal fatto che cerca davvero di misurare la Felicità attraverso dei sondaggi Gallup su un migliaio di persone in ben 160 Paesi. Lo strumento utilizzato è la scala di Cantril, dal nome di uno psicologo sociale di Princeton che fu consigliere di Franklin Delano Roosevelt durante la guerra.
Alle persone viene chiesto di valutare la propria vita nel suo complesso usando l’immagine di una scala in cui il punteggio migliore è 10 e il peggiore è zero. Ammesso che questa possa essere considerata una misura attendibile della “felicità”, gli autori usano tecniche econometriche standard per cercare di capire cosa la determini e trovano che le determinanti sono: il Pil pro-capite, l’aspettativa di vita in buona salute (di fonte Oms), e quattro variabile “non economiche” che vengono anch’esse rilevate da Gallup: il ‘Supporto Sociale’ («Se sei nei guai, puoi contare sull’aiuto di parenti o amici»), ‘La libertà di Fare Scelte nella Vita’ («Sei soddisfatto della libertà che hai di fare scelte per la tua vita?»), ‘La Generosità’ («Hai fatto donazioni a organizzazioni caritatevoli nell’ultimo mese?»), ‘La Percezione delle Corruzione’ («La corruzione è diffusa nel governo o fra le imprese?»).
Guardando i risultati delle analisi econometriche non c’è dubbio che il Pil conta, ma contano anche le altre variabili. Dunque, dobbiamo fare come il Bhutan e assumere un atteggiamento olistico? Analisi fatte all’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica suggeriscono che per arrivare ad una conclusione occorre fare un passo in più: una buona parte delle variabili non economiche che spiegano il benessere delle persone sono a loro volta strettamente correlate con il Pil. E dunque la crescita del Pil è una condizione necessaria (anche se non sufficiente) per migliorare lo stato di benessere delle persone. Per convincersi di questo, basta mettere in fila i Paesi in base al coefficiente di felicità.

Italia al quarantesimo posto
In cima alla tabella, si trovano tutti i paesi nordici (Finlandia, Danimarca, Islanda, Svezia ecc.). L’Italia è 40esima e se si guarda ai Paesi che stanno sopra l’Italia si trovano quasi solo
sistemi ad alto reddito, compresi l’Arabia Saudita e gli Emirati dove si può supporre che per la maggior parte della popolazione molte scelte di vita non siano propriamente libere. Nelle ultime 40 posizioni si trovano i Paesi più poveri del mondo oppure quelli che stanno soffrendo o hanno sofferto di recente per una guerra. Partendo dal fondo: l’Afghanistan, la Sierra Leone, il Libano, il Malawi, lo Zimbabwe e tutti i Paesi dell’Africa sub-sahariana. Risulta dunque evidente che l’ordinamento dei paesi in base al Pil è molto simile a quello in base alla “Felicità”. E questo non deve stupire. È del tutto ovvio che il “supporto sociale” e “l’aspettativa di vita in buona salute” siano elevati in Paesi in cui c’è un sistema di welfare sviluppato: sanità, pensioni, sostegni per chi è povero o perde il lavoro. Così come non deve stupire che la libertà di fare scelte nella propria vita sia innanzitutto libertà dal bisogno. È anche ampiamente documentato che le persone benestanti tendono a essere più generose ed è meno probabile che siano attratte nella trappola della corruzione.

Il Pil non basta
Cade così il mito del buon selvaggio, che tanta parte ha avuto nelle letteratura moderna, e cade il mito, molto più recente, della decrescita felice. Ciò non toglie che lavori come quello dell’“Happiness Report” ci ricordano una cosa molto importante: la crescita del Pil è una condizione necessaria per migliorare il benessere, ma è assolutamente insufficiente. Occorrono politiche capaci di far sì che i frutti della crescita arrivino a tutta la popolazione, il
che non avviene per caso, ma richiede scelte redistributive e lo sviluppo di moderni sistemi di welfare.

(Repubblica del 16 febbraio 2026)

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