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Fatti e parole, i programmi prima e dopo le elezioni

di Dario Laruffa

Le promesse dei partiti alla prova dei governi negli ultimi vent’anni

di Dario Laruffa

Il programma! Il programma! Le elezioni non sarebbero vicinissime, ma lo sembrano. E così il programma per il governo che verrà viene richiesto a gran voce dai giornali, compulsato con riservato affanno dai politici, atteso con un misto di curiosità e scetticismo dagli elettori, o, almeno, da una parte degli elettori.

Viene però legittimo chiedersi: una volta sfornati, i programmi vengono poi rispettati? Segue una analisi essenziale di quanto accaduto dall’inizio del secolo, limitandoci ai principali temi economici (tasse in particolare).

In molti casi alle promesse hanno fatto seguito i fatti, a volte solo in parte. Non sempre mantenere la parola ha fatto bene al Paese, ma questo è un altro discorso.

Elezioni 2001. Vinte dalla Casa della libertà. Governi Berlusconi II e III: Forza Italia, An, Lega, Udc, Nuovo Psi.

Promesse. Abbattimento delle tasse: introduzione di sole due aliquote Irpef (23% e 33%), abolizione delle tasse di successione, cancellazione dell’imposta sulle grandi eredità e sulle donazioni. Pensioni minime a un milione di lire al mese, all’epoca circa 516 euro. Riforma del mercato del lavoro.

Risultati. Abolizione delle tasse di successione e sulle donazioni. Le pensioni minime a un milione di lire, ma non per tutti.

Il mantra Irpef: poco da fare, le due aliquote promesse rimasero quattro, la massima scese dal 45 al 43%. La pressione fiscale complessiva rimase stabile oltre il 45% per tutto il periodo.

Furono gli anni della Legge Biagi (ucciso dalle Br prima di poterla vedere) sulla flessibilità del lavoro; accusata di precarizzazione dalla sinistra, conteneva istituti oggi dati per scontati. Fu promesso il Ponte sullo Stretto di Messina entro 10 anni: ne sappiamo.

Elezioni 2006. Vincitore: Centro-sinistra (L’Unione). Romano Prodi presidente del Consiglio. Risicatissima maggioranza al Senato. C’era da lavorare sui conti pubblici, deficit salito dal 2,9 al 4,3% negli anni di Berlusconi, Italia sotto procedura Ue. Programma monstre da 280 pagine inevitabile per una maggioranza estesa dall’ala moderata dell’Udeur di Mastella (che fece cadere il governo) all’estrema sinistra di Rifondazione Comunista. In due anni si poté fare assai poco.

Promesse. Ridurre le tasse sul lavoro; combattere l’evasione fiscale; aprire alla concorrenza i mercati dei servizi, delle professioni e delle grandi reti.

Fatti. Taglio del cuneo fiscale sui contratti a tempo indeterminato. Per la lotta all’evasione approvate misure severe come la tracciabilità dei pagamenti per i professionisti. Reintrodotta la tassa di successione, ma per i patrimoni oltre un milione.

Le «Lenzuolate», ovvero i Decreti Bersani sulle liberalizzazioni, la riforma economica più famosa del governo. Il deficit pubblico scese all’1,6%.

Elezioni 2008. Vincitore: Centro-destra. Su e giù riecco Berlusconi con il Popolo della Libertà. Il programma si intitola «Rialzati, Italia!». Ma le cose si mettono male. Esplode la crisi finanziaria mondiale che arriva dall’America e dai suoi subprime, a seguire la crisi del debito sovrano europeo, la crisi degli spread.

Promesse. Riduzione della pressione fiscale, abolizione dell’Ici sulla prima casa, progressivo azzeramento del deficit pubblico.

Fatti. Abolizione dell’Ici sulla prima casa escluse quelle di lusso. Per il resto, addio sogni. Deficit pubblico alle stelle, recessione nel 2009. Altro che taglio di tasse: l’aliquota sulle rendite finanziarie viene innalzata dal 12,5% al 20% per fare cassa.

Dal novembre 2011, il governo Monti con sostegno da unità nazionale esclusa Lega e Sinistra radicale. Non ha promesse da mantenere. Le riforme Fornero su pensioni e mercato del lavoro sono bene accolte dai mercati (meno da alcuni cittadini). Monti prese lo spread sui Bund tedeschi a 575 punti e lo lasciò a quota 280.

Elezioni 2013. Vincitore: «Italia. Bene Comune». Avanti il Centro-sinistra, ma si fa per dire; maggioranza alla Camera, non al Senato. Alcuni ricorderanno l’oltraggioso assalto in streaming del 5Stelle a un gentiluomo come Pierluigi Bersani in sede di colloqui per la formazione del governo. Risultato: larghe intese per tre governi: Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni. Fuori 5Stelle, Lega, Fdi, Sinistra radicale. Forza Italia sostenne solo Letta. In un contesto del genere complicato assai mantenere promesse.

Fatti. Il «Bonus 80 euro»: approvato da Renzi nel 2014 è la misura fiscale più nota. Vale integralmente per redditi sino a 24mila euro l’anno. Il Jobs Act: abolito l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori per i licenziamenti economici nelle aziende sopra i 15 dipendenti.

Arrivano misure di contrasto alla povertà come il Reddito di Inclusione, mentre alle imprese è destinato il Piano Industria 4.0, un massiccio piano di incentivi fiscali per investimenti in tecnologie avanzate. Funzionerà meglio di alcuni Piani successivi. Tanti interventi, tante direzioni diverse, anche tante polemiche.

Elezioni 2018. Prima del voto, tutti in ordine sparso, con relativi programmi e fantasie. Il voto indica i Pentastellati come primo partito e la Lega come preferita nel Centro-destra. Si fidanzano, con appartamento a Palazzo Chigi per Giuseppe Conte.

Il Parlamento approva il «Decretone». Un unico grande decreto legge che accontenta entrambi i partner. Arriva il Reddito di Cittadinanza (voluto dal M5S) e il pensionamento anticipato Quota 100 (62 anni di età e 38 di contributi, voluto dalla Lega). Il governo aumenta di molto (sino a 65mila euro l’anno) il limite entro il quale le partite Iva possono godere di una flat tax al 15% (5% per le start up). Il provvedimento era nato con Renzi ma con soglia ben più ridotta.

Cambio di scena: Conte rimane ma il governo da giallo-verde si tramuta in giallo-rosso. Siamo nel 2019, a un passo dal disastro Pandemia. Il camaleontico Conte II porta a casa la riduzione permanente del numero dei parlamentari. Irrobustito il Bonus Renzi, da 80 a 100 euro mensili per i lavoratori dipendenti. Tempi duri, deficit alle stelle e Pil allo sprofondo, è logico, serve una sterzata.

Arriva Mario Draghi. Per 18 mesi solo Giorgia Meloni all’opposizione. Arrivano i soldi del Pnrr, bisogna approvare di gran carriera le grandi riforme strutturali richieste dall’Europa per il Recovery Plan, fondamentali quelle della Giustizia e della Pubblica Amministrazione. Passa una riforma dell’Irpef: le aliquote vengono ridotte da 5 a 4, il vantaggio va ai redditi medio bassi e medi sino a 50mila euro l’anno.

Elezioni 2022. Vince il Centro-destra, domina Giorgia Meloni, Sorella d’Italia.

Promesse. Fdi: via il reddito di cittadinanza; conservare il taglio del cuneo fiscale, taglio Irpef. Lega: flat tax a 100mila euro per le Partite Iva; varie sanatorie fiscali. Forza Italia: pensioni minime a 1000 euro.

Fatti. Ridotte da 4 a tre le aliquote Irpef. Tagli per i redditi medi e medio bassi, alto costo per lo Stato, modesto beneficio pro-capite, difficile fare di più senza trovare altre entrate. Difficile, appunto, data la strizzata d’occhio agli evasori con le ennesime sanatorie, e agli autonomi ai quali viene alzata da 65mila a 85mila euro la soglia annua di ricavi per cavarsela con il 15% tutto incluso. Addio al reddito di cittadinanza, si scopre anche che i superbonus edilizi sono stati assai più costosi del previsto. Le pensioni minime sono salite, ma sino a 614 euro il mese, qualcosa in più per gli over70. Conservato il taglio al cuneo fiscale.

Silvio Berlusconi a volte lamentava: «Se avessi il 51% con Forza Italia, allora sì, non dovrei tener conto neanche degli alleati». Con lo scorrere degli anni le giustificazioni più ricorrenti per programmi non realizzati sono state prevalentemente altre: «Il contesto internazionale non lo consente»; «l’Europa ce lo impone»; «la pesante eredità dei governi precedenti ci lega le mani». Potrebbe anche essere in parte vero, ma mai nessuno (o nessuna) che ammetta: «Ho preso impegni che si sono rivelati realisticamente non realizzabili». Convinto di vincere di buona misura Bersani impostò la campagna elettorale per il 2013 su modeste concessioni alla propaganda: non gli andò bene.

(Editoriale di Dario Laruffa pubblicato su ItalyPost del 19 luglio 2026)

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