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PRUDENZA obbligata dai «VENTI DI BURRASCA»

di Dino Pesole

di Dino Pesole

I “venti di burrasca” evocati a più riprese dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti con chiaro riferimento agli effetti soprattutto sul versante dell’energia e dell’inflazione dell’attuale scenario internazionale, hanno imposto all’ultima legge di bilancio della legislatura un percorso per molti versi obbligato. Il fondo di riserva, cui ha fatto cenno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nella conferenza stampa dopo il varo della manovra, servirà a finanziare le modifiche che verranno introdotte nel corso dell’iter parlamentare, ma l’impianto della manovra resta inchiodato in queste cifre: impatto sulla crescita del 2027 pari allo 0,2%, per provare ad elevare l’asticella allo 0,8% rispetto allo 0,6% previsto dal quadro a legislazione vigente.

Per il deficit la partita si gioca sul filo di pochi decimali poiché il target stimato è del 2,9%, quanto basterebbe per uscire in primavera dalla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, ma è chiaro che una variazione sensibile al ribasso della crescita (il denominatore) renderebbe alquanto arduo rispettare l’obiettivo poiché occorre restare al di sotto del 3% almeno per un triennio. A rischio anche il profilo ipotizzato per il debito che passerebbe dal 138,1% atteso per quest’anno al 138,5% del 2027. Poi la lenta discesa al 137,9% nel 2028.

I “venti di burrasca” potrebbero addensarsi sul fronte della fondamentale componente della spesa per interessi, e questa volta non per responsabilità del nostro Paese ma delle tensioni in atto sul mercato obbligazionario (la Francia è nel mirino). Lo spread naviga nei dintorni dei 120 punti base (eravamo a quota 70-80 punti solo qualche settimana fa), e le incognite si riversano sul fronte della spesa per interessi che nello scenario ipotizzato dal Governo dovrebbe passare dagli 87,2 miliardi del 2025 a 96,9 miliardi quest’anno per superare nel 2027 la soglia dei 100 miliardi (103,7 miliardi) e raggiungere i 112,3 miliardi nel 2028 fino a 117,2 miliardi nel 2029.

In percentuale del Pil, si va dal 3,8% del 2025 al 4,2% di quest’anno, poi al 4,3% nel 2027 e al 4,6% nei due anni successivi. Un motivo in più per non alterare, e se possibile incrementare l’avanzo primario (in sostanza il saldo tra entrate e uscite al netto della spesa per interessi) importante termometro dello stato di salute dei conti pubblici. Nel 2024 abbiamo salutato con favore il ritorno in positivo del saldo primario. Si prevede che si passi dall’1,2% del Pil atteso per quest’anno all’1,4% del 2027, e poi all’1,9% e 2,5% nel biennio successivo.

Per consolidare questo risultato, e non alterare l’equilibrio dei conti pubblici raggiunto a fatica grazie a una condotta prudente del Governo non vi è spazio per un “colpo di coda” all’insegna di incrementi di spesa in deficit e dunque non adeguatamente finanziati nel corso dell’iter parlamentare della manovra. Serviranno dunque tagli alle spese o maggiori entrate.

(Il Sole 24 Ore 29/10/2026)

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