di Sergio Luciano
La legge delega è stata inventata da Mefistofele in un momento di allegria. Che cos’è, infatti? E’ la promessa che un governo fa al popolo di un bene indisponibile. Come il sottoscritto promettesse a qualcuno di relagargli il Colosseo, senza ovviamente esserne il padrone.
La legge delega che il 23 settembre è stata approvata definitivamente dalle Camere non fa eccezione a questa regola. Riapre, sì, il nostro Paese alla produzione sul proprio territorio dell’energia nucleare (quella prodotta su territori altrui la usiamo eccome, pagandola cara e condividendo i rischi teorici degli incidenti delle centrali francesi a due passi da noi senza condividerne i vantaggi!). Ma questa riapertura è di principio. Domani nessuno potrà chiedere a nessun ufficio l’autorizzazione ad aprire nulla.
E’ giusto salutare positivamente la legge e ha fatto bene la viceministro Vannia Gava a volderla fortemente: senza questo passo formale, l’obiettivo di riavere una produzione di energia nucleare in Italia sarebbe ancora più lontano. Ma lontano è rimasto, sia pure un po’ meno.
Perché, cosa succederà adesso? Il Governo dovrà definire un programma nazionale che ne stabilisca il ruolo nel mix energetico, insieme alla ricerca sulla fusione. La finalità dichiarata è contribuire alla neutralità carbonica entro il 2050, alla sicurezza degli approvvigionamenti e al contenimento dei costi dell’energia. Già quest’incombenza, sul piano pratico, impegna tanto di quel tempo da superare l’attesa di vita istituzionale di questo governo, anche se non si andasse a elezioni anticipate: il che significa sottoporre il tema alla prossima campagna elettorale con tutto il maledetto allarmismo da Paese mammone e cacasotto che siamo sempre stati. Ma non basta…
La legge delega approvata non indica i siti idonei ad ospitare le nuove centrali. Rinvia per questa scelta preliminare ineludibile ai decreti attuativi. È prevista la consultazione dei Comuni interessati se verranno individuate in anticipo aree idonee; restano previste le valutazioni ambientali. La legge contempla anche la possibilità di riutilizzare siti nucleari esistenti, senza assegnarli già a nuovi impianti. Lo stesso schema – per carità, sacrosanto – già seguito per la definizione delle aree idonee alle installazioni di impianti per energia rinnovabile, in particolare eolico e solare, su cui le Regioni stanno andando a rilento e in alcuni casi stanno dando risposte ricolmente prudenti, come la Sardegna che ha indicato come idoneo appena l’1% del suo territorio semidesertico. Quindi il sì o no concreto alle nuove centrali è rimesso alla volontà dei territori. Come dire: sabbie mobili.
Il Governo ha dodici mesi dall’entrata in vigore della legge per emanare uno o più decreti legislativi; potrà poi correggerli o integrarli entro ventiquattro mesi dalla loro entrata in vigore. Il ministro dell’Ambiente Pichetto ha dichiarato di voler predisporre i decreti entro la fine del 2026 – è lecito dubitare fortemente che ci riesca – e ha indicato il 2033–2034 come stima per i primi impianti: sono obiettivi e previsioni del Governo, non scadenze garantite dalla legge.
Insomma, il Parlamento ha deciso di ricostruire il quadro legale che consenta il nucleare civile in Italia. Bene, era ora e andava fatto. Ma dire che siamo tornati al nucleare sarebbe, purtroppo, fare come Di Maio quando disse che il governo di cui faceva parte aveva abolito la povertà col reddito di cittadinanza. Restano problemi rilevantissimi: da scegliere le tecnologie effettive, i siti d’intesa con Regioni e Comuni, le procedure dettagliate, l’assetto dei controlli, la soluzione per le scorie, l’identikit degli investitori. Un lavoro enorme. Il governo va incoraggiato, tanto pie riuscirà a sopravviere a se stesso. Ma è lecito dubitare, e doveroso mettere tutti sull’avviso, che la cosa – nel Paese dei No-Tav, possa mai concretizzarsi.
(Economy del 24/09/2026)
