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Stipendi e licenziamenti- i numeri dietro l’onda nera AfD

La forbice del Pil tra Est e Ovest si è ridotta molto più che nel nostro Nord-Sud, ma negli ultimi anni il processo ha rallentato. La crisi dell’auto fa paura.

di Giampaolo Galli

di Giampaolo Galli      (la Repubblica del 14/09/2026)

Il clamoroso successo di AFD nelle elezioni della Sassonia-Anhalt ci dice qualcosa sulle cause dello spostamento a destra che osserviamo in molti paesi europei? È difficile negare che questo voto esprime enorme insoddisfazione per la propria condizione economica, anche se le spiegazioni non possono essere semplici; la Sassonia-Anhalt, infatti, come tutti i nuovi lander (quelli della ex-DDR), è un esempio di successo dell’integrazione a seguito dell’Unificazione. Pochi dati danno la misura del successo. Il Pil pro-capite della Sassonia-Anhalt è passato dal 32% di quello della Germania ovest all’inizio degli anni Novanta al 69% oggi.

Il grande balzo è avvenuto nella prima metà degli anni 90, ma il divario ha continuato a restringersi anche in tutti gli anni successivi. Per fare un confronto con una realtà che ci è familiare, il pil pro-capite del Mezzogiorno è oggi attorno al 55% di quello del Centro-Nord, più o meno lo stesso valore dei primi anni Cinquanta; in Italia il divario ha piccole oscillazioni in meglio o in peggio di anno in anno, ma non mostra una tendenza a ridursi.
In valore assoluto, il Pil pro capite della Sassonia-Anhalt è 38.452 euro, all’incirca come la media dell’Italia. Dunque, in media in Sassonia-Anhalt si sta bene o male come in Italia e molto meglio che nel nostro Mezzogiorno, il cui Pil pro-capite è rimasto a 25.000 euro.

La Germania ha fatto in trent’anni ciò che non è riuscito all’Italia in settant’anni. I nuovi Lander hanno tratto beneficio dai grandi investimenti pubblici e privati in infrastrutture, da miglioramenti della qualità delle istituzioni e da una qualità elevata dell’istruzione e della formazione professionale.
Naturalmente la convergenza ha comportato enormi trasferimenti in capo ai contribuenti dei vecchi lander.

Il che offre ai populisti un terreno fertile per aggregare un consenso di protesta anche a Ovest.
Dunque, cosa è andato storto? Un primo elemento di spiegazione muove dalla considerazione che da ormai una ventina di anni la riduzione dei divari è molto lenta. Per questo, negli ultimi anni, la Sassonia-Anhalt, che ha un importante indotto automobilistico, non ha potuto evitare di essere duramente colpita dalla crisi generale del modello tedesco: il tasso di disoccupazione è salito da un minimo di 6,4% nel 2021 a 8,2% lo scorso agosto. Gli annunciati licenziamenti della Volkswagen (100mila!) fanno paura.
Va inoltre considerato che, a differenza che nel nostro Mezzogiorno, i salari nei nuovi lander sono in linea con la produttività: dato che ci sono ancora gap notevoli fra i salari a est e a ovest, i giovani vanno a ovest.

Un terzo punto, quello forse decisivo, lo si ricava dai dati granulari su ciò che OCSE definisce distretti (una dimensione per cui in Italia parleremmo di provincie) all’interno dei Lander. La Germania è il paese europeo in cui la disparità fra distretti è massima, a parte il Regno Unito. Il punto è che, come e più che in molti altri paesi, la parte più istruita e produttiva della popolazione tende a trasferirsi nelle grandi città. Le campagne e i piccoli centri rimangono esclusi.

Ci sono sicuramente altre cause, non economiche, che hanno pesato, come la paura di perdere identità per via dell’immigrazione, la scarsa empatia del cancelliere Merz o la propaganda antieuropea che domina i social media.

Il tema dell’identità dei cittadini dell’Est è esplorato in un importante Rapporto 2025 del Ministero delle Finanze intitolato “35 anni: Cresciuti nell’unità?”. L’argomento di fondo è che a 35 anni dall’unificazione le tracce della divisione sono ancora ben visibili nella società, nella politica e nell’economia. I giovani nati alla fine degli anni ’80 e negli anni ‘90 hanno vissuto lo stesso percorso educativo e culturale (stessi libri scolastici, stessi programmi tv, stessi film ecc.), eppure – dice il rapporto- l’Est mantiene un’identità forte. In parte questo dipende dall’eredità per certi versi inconscia della DDR, con le tante tragedie familiari spesso nascoste o malamente celate ai giovani. A fronte di questa identità forte, i dati dicono che, sebbene i cittadini dell’Est rappresentino circa il 20% della popolazione totale, la loro quota all’interno delle posizioni dirigenziali si attesta solo al 12%. Nei consigli di amministrazione delle cento più grandi aziende tedesche non c’è nessun dirigente provenite dall’est. Nella cultura i vertici dei grandi musei, teatri, fondazioni, e istituzioni culturali continuano a essere assegnati quasi esclusivamente a figure provenienti dall’Ovest.

Vi è quindi una percezione di abbandono e di emarginazione da parte degli elettori dell’est. È difficile dire quanto contino le disparità di reddito e quanto le questioni identitarie. Certo preoccupa scoprire quanto sia difficile integrare due popoli tanto simili, anche se con trascorsi recenti molto diversi.

(la Repubblica del 14/09/2026)

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