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Visco: ridurre il peso del fisco sul lavoro, Paese fermo da 24 anni

I progressi ottenuti dall’Italia sul terreno delle riforme e della finanza pubblica «vanno preservati» e disperderli avrebbe conseguenze gravi perché il margine di fiducia che risparmiatori e mercati ci accordano è stretto. Non basta: «L’uscita dalla procedura di deficit eccessivo dei conti pubblici concessa dall’Europa è un primo frutto ma non va dissipato».
Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, raccomanda un “avanti piano” per la navigazione della politica economica italiana, e consiglia una rotta che, nel medio termine, passi per «selettive» riduzioni d’imposta, tali da privilegiare prioritariamente l’occupazione, a cominciare dalla riduzione del cuneo fiscale che grava sul costo del lavoro. Quanto alla spesa pubblica, serve una lavoro certosino per recupere efficienza e risorse da indirizzare sugli investimenti. Intanto, però, è necessario riprendere un’azione di riforma che «ha perso vigore nell’anno passato anche per il progressivo deterioramento del clima politico». E occorre seguire un approccio organico, perché un programma ben disegnato, anche se non viene realizzato domani, può incidere da subito sulle aspettative degli operatori. Soprattutto, è necessario realizzare rapidamente i provvedimenti attuativi delle riforme avviate: «È un tratto ricorrente dell’esperienza storica del nostro paese: le principali difficoltà non risiedono tanto nel contenuto delle norme, quanto nella loro concreta applicazione».
Nelle venti cartelle scarse delle sue Considerazioni finali Visco è apparso prudente e non ottimista sulle prospettive immediate dell’economia italiana: «Anche quest’anno si chiuderà con un forte calo dell’attività produttiva e dell’occupazione», ha scandito, proprio mentre l’Eurostat diffondeva il dato sul 40,5% di giovani disoccupati in Italia. Poi, ha lasciato uno spiraglio per l’arrivo della ripresa a fine 2013: «L’inversione del ciclo economico verso la fine dell’anno è possibile». Ma «dipenderà dall’accelerazione del commercio mondiale, dall’attuazione di politiche economiche adeguate, dall’evoluzione positiva delle aspettative e delle condizioni per investire, dalla disponbilità di credito». Il Governatore ha inoltre ricordato i costi di una recessione che «sta segnando profondamente il potenziale produttivo, rischia di ripercuotersi sulla coesione sociale». Rispetto al 2007, infatti, il Pil è già caduto del 7%, il reddito disponibile delle famiglie del 9, la produzione industriale del 25 per cento. Ma soprattutto, Visco ha evidenziato che queste difficoltà hanno radici strutturali: «Non siamo stati capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti geopolitici, tecnologici e demografici degli ultimi venticinque anni» afferma Visco, secondo il quale «l’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica».
Il ritardo accumulato è connesso a tante caratteristiche italiane che riguardano le modalità di accumulazione del capitale, la specializzazione e l’organizzazione produttiva, il modello di welfare, le vecchie rendite di posizione, il funzionamento della Pa. E se oggi la situazione è grave, la colpa è anche dei «rappresentanti politici» che «stentano a mediare tra interesse generale e interessi particolari: i cittadini ricevono segnali contrastanti e incerti». Oggi, dice il Governatore, le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire che la trasformazione necessaria del nostro sistema produttivo abbia successo. E ricorda che la crisi ha accentuato il divario fra le imprese che hanno dimostrato capacità di innovare prodotti e processi e quelle che faticano a rimanere sul mercato.
Un altro sforzo va fatto sul terreno della scuola e della formazione. «Molte occupazioni stanno scomparendo: negli anni a venire i giovani non potranno semplicemente contare di rimpiazzare i più anziani nel loro posto di lavoro». Servono dunque condizioni che permettano la nascita di imprese nuove, di nuove opportunità d’impiego. «Sin d’ora – ammonisce – si devono creare nuove chance di impiego» e rafforzare i «sistemi di protezione, pubblici e privati, nei periodi di inattività». Il paese, dice Visco, «ha bisogno di condizioni favorevoli all’attività d’impresa, alla riallocazione dei fattori produttivi».
Davanti a banchieri e imprenditori il governatore rivendica il ruolo della politica monetaria nell’aver evitato nella fase acuta della crisi il tracollo del credito e dell’economia, e torna a sottolineare che anche la manovra tradizionale sui tassi si è rivelata efficace e che, se sarà necessario, su questo terreno si interverrà nuovamente. Visco ricorda inoltre l’azione puntuale e costante della Vigilanza nello stimolare le banche al rafforzamento patrimoniale e a tenere alta la guardia sulle coperture delle sofferenze. Ma invita comunque gli istituti di credito, afflitti da una bassa redditività, ad agire sui costi e chiede agli azionisti, in particolare alle fondazioni, di «rinunciare ai dividendi quando necessario» e di «accettare la diluizione del controllo favorendo all’occorrenza l’aggregazione con altri istituti».
Poi, lancia un richiamo ai protagonisti dell’economia: «Le riforme non possono essere sempre chieste a chi è altro da noi. Tutti dobbiamo impegnarci: imprese, lavoratori, banche, istituzioni». E conclude: «Non bisogna aver timore del futuro – dice – del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti».

Fonte: Sole 24 Ore del 1 giugno 2013

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