• giovedì , 18 Luglio 2024

Un’altra politica industriale contro la crisi

«Sa di quale strumento ho sentito la mancanza in questi mesi? Di un fondo per le ristrutturazioni aziendali gestito come un private equity da intermediari di mercato». Claudio De Vincenti è il sottosegretario allo Sviluppo economico con la pesantissima delega alle Politiche industriali.
Ogni volta che un’azienda annuncia esuberi viene chiamato in causa e nei suoi uffici si organizzano i primi incontri, le verifiche, la ricerca di soluzioni. Pur in un contesto recessivo De Vincenti e i suoi possono dire «di aver salvato oltre 60 dei casi che sono arrivati al ministero» e si sarebbe potuto fare molto di più se, per l’appunto, fosse stato in opera quel fondo di private equity.
Un’operazione coronata da successo ha riguardato la Micron di Avezzano, che aveva deciso di uscire dal business dei sensori di immagine. L’impianto permetteva destinazioni alternative e così si è formata una newco composta dal management uscente e da un socio franco-tedesco che ha rilevato lo stabilimento, ha portato in Italia una parte delle produzioni localizzate negli Usa e ora Avezzano punta a diventare la «fonderia europea» per il silicio dei telefonini e della microelettronica.
Un altro caso in via di soluzione è quello della Euroallumina in Sardegna. L’azienda è chiusa da 4 anni e i lavoratori sono in Cig. La multinazionale russa proprietaria ha firmato con il governo un’intesa impegnandosi a riaprire l’impianto previo un ammodernamento tecnologico che permetta di usare una bauxite più economica.
«Qual è stato il nostro contributo nei vari casi? Stipuliamo contratti di sviluppo a fronte del piano di investimento dei nuovi proprietari ed eroghiamo un contributo nell’ordine del 10-15% a fondo perduto o l’equivalente a finanziamento agevolato. Gli strumenti di intervento vanno valutati caso per caso, sapendo sempre che le risorse pubbliche sono oro e vanno centellinate».
Anche la vicenda della Bridgestone di Bari era iniziata con i peggiori auspici e l’irrevocabile decisione della proprietà giapponese di chiudere. Si sta evolvendo invece con la decisione di portare a Bari produzioni oggi importate da fuori Europa e di destinare in Puglia gli incrementi di domanda.
Dal racconto dei casi risolti emerge chiaramente come la «politica industriale possibile» sia fatta non di mega-piani o di grandi pensate ma proceda all’insegna del cacciavite lettiano. Si girano le viti e i bulloni giusti, si spende con oculatezza e si cerca di far valere la moral suasion ministeriale.
Rimane però il dossier dei famosi 150 punti di crisi, ai quali si sono aggiunte vere crisi di settore (siderurgia e elettrodomestici), e il quesito diventa: quante di quelle aziende andrebbero dichiarate irrecuperabili? Ha senso mettere nella stessa stanza d’ospedale malati con prospettive di vita opposte o non è meglio in qualche caso staccare la spina?
De Vincenti risponde che «la spina la stacca il mercato perché come ministero abbiamo il dovere di verificare tutte le strade possibili». Con un caveat preciso, però. «Non si usano soldi pubblici per salvare l’insalvabile, non possiamo permetterci sprechi». Esistono però aziende chiuse che non riapriranno più dove la collettività paga la cassa integrazione anche da 6 anni.
Si può continuare all’infinito? «Rispetto a queste situazioni, il ministro Fornero aveva ragione. Avremmo bisogno però di un’assicurazione per l’impiego (Aspi, ndr) più robusta dell’attuale, che non duri all’infinito ma comunque più a lungo di quanto previsto dalla riforma, con un sussidio a scalare e soprattutto servizi per l’impiego che incalzino il lavoratore con offerte alternative».
De Vincenti nega poi che quella della siderurgia sia una crisi di settore. «Terni, ad esempio, paga la crisi del gruppo Thyssen ma è tecnologicamente avanzata e bisogna solo accelerare la vendita a un investitore industriale che assicuri all’impianto umbro un ruolo importante».
I problemi della Lucchini a Piombino e Trieste sono dovuti a problemi di indebitamento, all’invecchiamento di alcuni impianti ma sarebbe sbagliato fare di tutt’erba un fascio. «Non è la crisi di un intero settore, anche se apprezzo l’operato del commissario Tajani che sta cercando di impostare una politica europea della siderurgia che affronti sovracapacità produttiva e dumping ambientale dei cinesi».
De Vincenti sostiene che il governo non pensa a politiche di settore basate su sussidi e ciò vale anche per gli elettrodomestici.
«Stiamo affrontando le crisi Indesit e Whirlpool. Nel primo caso ci è stato detto da parte dell’azienda che il radicamento italiano non verrà meno e idem per la Whirlpool. L’idea è di concentrare in Italia le produzioni a maggiore valore aggiunto. Abbiamo chiesto a Indesit un rafforzamento della ricerca e sviluppo per le nuove tecnologie della casa e magari la domotica. E’ chiaro che possiamo agire solo in questa maniera, la nostra strumentazione è fatta di contratti di sviluppo e di ricerca».
E concentrare Indesit, Whirlpool e Electrolux-Zanussi in un unico polo italiano? «Se il Polo avesse un senso noi lo favoriremmo, ma non mi sembra che sia così».

Fonte: Corriere della Sera 8 luglio 2013

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