• domenica , 21 Luglio 2024

Tutto quello che può andare storto anche se l’Italia filerà dritta

Il ministero dell’Economia è riuscito, questa mattina, ad assegnare tutti i nove miliardi di titoli di stato registrando il netto ribasso dei tassi di rendimento medio al 3,251 per cento dal 6,504 per cento di fine novembre. Il rapporto Bid-to-cover è salito a 1,7 da 1,4 del collocamento di novembre. Il dicastero ha anche assegnato Ctz a due anni per 1,733 mld e il rendimento è crollato al 4,853% dal 7,814% dell’asta precedente. In calo lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, tornato sotto i 490 punti base.
Non basta ancora? Nemmeno il sacrificio della meglio gioventù italiana soddisfa l’appetito del mostro e il 2012 s’annuncia sotto il segno di Loki, ingannatore e maligno, colui che, secondo i germani, attenta all’ordine universale. Il governo dei tecnici sta mettendo fine, niente meno, al contratto sociale firmato dalla generazione dei cinquantenni. Pensioni e case sono l’alfa e l’omega del welfare all’italiana. Offrirle per entrare nel Walhalla sarà sufficiente a placare l’ira dei teutonici guerrieri? Ieri lo spread, il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi, è arrivato a quota 518 punti. Né consolano il lieve ridimensionamento a fine giornata (505 punti) o il fatto che lo spread resti alto anche per Spagna e Francia. Soprattutto perché il nostro paese tra oggi e domani ha in programma aste di titoli per circa 20 miliardi di euro. Ma allora, con l’Italia in recessione e il resto del Continente a crescita zero virgola, come si fa a risolvere la crisi dei debiti sovrani?
La prossima tempesta. I giganti di ghiaccio marciano in testa ai cavalieri dell’apocalisse germanica e già si sentono i latrati di Garmr, il cane infernale. I tassi sui Btp vanno oltre il 7 per cento. In questi giorni banche e imprese aggiustano i bilanci per mettersi al riparo dalla bufera che può scoppiare quasi per caso, anche se l’Italia svolgesse nel modo migliore i suoi “compiti a casa”. Domenico Lombardi, Senior fellow della Brookings Institution, cita un eventuale esito infelice dello scambio dei titoli del debito pubblico greco che invece di portare alla stabilizzazione della crisi greca aprirebbe la via a un default incontrollato.
Per ora si calcola che i creditori di Atene dovrebbero sopportare volontariamente un “haircut” del 50 per cento del valore dei titoli di debito in proprio possesso, più del 21 per cento negoziato a luglio. Soltanto così la Grecia tornerebbe a un livello di indebitamento sostenibile. Ma se non tutti i creditori accetteranno “volontariamente”? Altro che default controllato. E l’abbandono delle trattative dell’hedge fund Vega Asset Management complica già le cose.
Tra gli eventi che potrebbero far deragliare la fuoriuscita dalla crisi, qualsiasi cosa l’Italia faccia, ci sono anche un nuovo abbassamento del rating di uno o più fra i grossi debitori sovrani dell’Eurozona; oppure l’impossibilità del Fondo salva stati (Efsf) di collocare con successo obbligazioni per finanziare i suoi programmi di assistenza; infine, il crac di un qualunque istituto di credito europeo. L’ultima eventualità sembra remota dopo il mega salvataggio della Bce, ma il diavolo s’annida sempre nei dettagli. L’incognita maggiore riguarda sempre l’Italia: ce la farà il viceministro dell’Economia, Vittorio Grilli, a collocare oltre 200 miliardi di titoli entro la prossima Pasqua a tassi d’interesse sopportabili?
Il paracadute di Mario Draghi. Il presidente della Bce poteva scegliere di proteggere i governi, invece ha scelto le banche. Prestiti triennali all’un per cento è una manna dal cielo, quasi come i dollari di Ben Bernanke. Finora si sono avute richieste per 500 miliardi di euro, 115 dagli istituti italiani. Riempiranno i serbatoi vuoti, e questa era una necessità. Faranno ripartire l’economia finanziando famiglie e imprese? Tutti lo sperano, ma lo stesso Draghi ammette di non saperlo. Non rincuora il fatto che i depositi overnight delle banche presso l’Eurotower abbiano raggiunto un nuovo record a quota 411,8 miliardi di euro,una cifra notevolmente più elevata dei 384,3 miliardi dello scorso massimo storico, segnato nel giugno 2010: infatti più è alto il livello di liquidità parcheggiata, più è basso il tasso di fiducia sul mercato interbancario. La Bce avrebbe potuto alzare un argine attorno ai debiti sovrani, stabilendo un target ai tassi di interesse sostenibili (5-6 per cento ad esempio), pur restando sul mercato secondario, cioè senza acquistare direttamente dai governi. Una barriera inattaccabile dalla speculazione. Ma per la Bundesbank ciò equivale a salvare il vizio con i soldi della virtù. A questo punto, Draghi ha aggirato l’ostacolo prendendo di petto il punto più debole nella cinghia di trasmissione tra finanza ed economia reale: il sistema bancario.
Il credit crunch. Il male cova nel Vecchio Continente, a cominciare dai colossi tedeschi ancora pieni di titoli tossici. Salvate più o meno direttamente dai governi, le banche non sono state ripulite. Dal 2009 hanno usato i titoli dei paesi deboli per fare cassa e si sono riempite di bond irlandesi, portoghesi, spagnoli, italiani e greci, giocando sull’aumento degli spread: hanno comprato quando erano bassi e venduto quando sono saliti in alto. Non possiamo certo dimenticare che la danza macabra sul debito italiano comincia a luglio con la Deutsche Bank che si libera in un colpo dei Btp in portafoglio: solo il 27 luglio vende titoli di stato per sette miliardi di euro. Le banche europee hanno bisogno di 200 miliardi secondo il Fmi, 115 di cui 15 in Italia secondo l’Eba, l’Agenzia bancaria europea. Finché non avranno messo fieno in cascina, lesineranno i prestiti a famiglie e imprese. Basterà a impedirlo la liquidità della Bce? O non c’è forse bisogno di coinvolgere la Fed e il Fmi, perché o ci salviamo tutti o non si salva nessuno?
Operazione baby boomers. La domanda è legittima, specie dopo le prime scettiche reazioni dei mercati di fronte ai passi dell’Italia. Nel nostro paese il grande progetto del Dopoguerra si basava su due pilastri: libertà di costruire e poche tasse sugli immobili. Bisognerebbe rileggere il dibattito sul piano Ina casa del 1949, tra il liberale Epicarmo Corbino e il democristiano Amintore Fanfani. Il keynesismo fanfaniano, al di là delle intenzioni, rimase sempre minoritario rispetto alla leva fiscale. Persino i governi che, dagli anni 70 in poi, hanno dovuto introdurre stangate per tener dietro all’irresistibile corsa della spesa pubblica, si sono mossi con mano leggera sugli immobili. Tutto questo è finito. Da ora in poi, la casa non sarà più il rifugio ideale e il sostituto di uno stato sociale inefficiente. Il grande progetto riformista si fondava sul finanziamento in deficit dello stato sociale: pensioni a ripartizione, assistenza sanitaria universale, occupazione protetta per legge.
La manovra Monti cancella con un tratto di penna le conquiste dei sessantottini. Chi è nato dopo il 1952 lavorerà di più e percepirà prestazioni ridotte (anche se su standard europei). Viene messo in discussione anche il privilegio concesso ai lavoratori autonomi di riscuotere l’assegno senza aver versato i contributi. Prossima tappa, la “mobilità in uscita”, alias licenziamenti. Insomma, il vecchio contratto sociale non esiste più. Un nuovo patto è tutto da scrivere e sarà il tema della nuova legislatura. Niente del genere è stato fatto, in così poco tempo e in così vaste proporzioni, in Germania, in Francia o in Spagna. Cos’altro vogliono i mercati, specialmente in uno scenario di basso sviluppo in tutto il mondo?
Addio Brics. La Russia come sempre fa storia a sé, tutti gli altri stanno rallentando, con il Brasile in leggera contrazione e la bolla immobiliare cinese ormai sgonfia. Il patto sino-giapponese per isolare yen e yuan dall’euro e dal dollaro, al di là della sua efficacia, è un ulteriore segnale di paura. L’unico raggio di sole viene dall’economia americana. Dunque, la Germania si chiude in se stessa, l’Asia cala le saracinesche, l’America incerta pensa alle elezioni. Non c’è una locomotiva alla quale agganciarsi, né un driver tecnologico abbastanza potente. E quando gli animal spirits giacciono esangui, non resta che la sfera di cristallo.

Fonte: Il Foglio del 28 dicembre 2011

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