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TORNIAMO A STUDIARE ED INSEGNARE SERIAMENTE

Piuttosto che lanciarsi in polemiche futili sul calo dei bocciati, oppure in chiassose dimostrazioni al grido “ci vogliono più soldi per la scuola”, una società matura come la nostra dovrebbe riflettere su dati più densi di significato, quali i livelli di conoscenza acquisita dai nostri studenti nel percorso formativo e le determinanti a monte. Purtroppo, su questi punti l’attenzione della nostra società è di solito molto limitata, frammentaria, poco rapportata alle scelte sulle misure concrete per migliorare la situazione.
Eppure i dati su questi aspetti oggigiorno abbondano, provengono da fonti diverse ed indipendenti (OCSE, INVALSI, test di ammissione all’università, etc.), sono il frutto di attente prove, e soprattutto non danno segnali contraddittori. Tutti convergono sulla stessa conclusione: il Paese accusa ancora un grave divario nel grado d’istruzione dei giovani rispetto ai paesi sviluppati, con effetti ad ampio raggio su crescita economica e benessere sociale. Come dimostrato dalle economie più dinamiche dell’Asia, che da tempo occupano i primi posti nelle medesime classifiche mondiali, in mancanza di un impegno intenso e prolungato di tutta la società nell’istruire masse ed elite non si genera progresso né economico, né sociale, ma si arretra inesorabilmente.
Che esista un divario sfavorevole per il Paese non vi possono essere dubbi, perché confermato negli anni e da diverse ricerche. L’ultima indagine del programma PISA dell’OCSE mostra che nel 2010 in tutte e tre le prove del sapere (lingua madre, matematica e scienze) gli studenti italiani si sono collocati al di sotto della media dei paesi OCSE, in compagnia con greci e spagnoli, anche se meglio di rumeni e bulgari. Ma risultato ancor più preoccupante, dal confronto con gli esiti della stessa prova nel 2000 emerge che, mentre nel saper di matematica e di scienze si registra qualche miglioramento (tra 2 e 5%), nella padronanza della propria lingua nessun avanzamento. Sì, triste da ammettere, i giovani italiani conoscono poco la loro lingua. La conferma si coglie in tante occasioni ed ancora nell’età avanzata, ad esempio nella confusione di termini, e quindi di idee, che caratterizza molti dibattiti pubblici e privati, oppure nell’esperienza diretta del docente universitario che in sede di laurea si ritrova perfino studenti preparati che commettono errori di grammatica o di sintassi nella tesi di laurea, col conseguente dilemma se si deve valutare solo la conoscenza della materia di esame o anche la preparazione linguistica.
Molto ci sarebbe ancora da dire su questa carenza e le sue conseguenze, ma per ragioni di spazio, è meglio considerare l’interrogativo conseguente, che attualmente assilla studenti e docenti: sono questi i risultati di un’insufficienza di fondi pubblici e privati per l’istruzione? Contrariamente alla vulgata delle piazze, i dati finanziari non avvalorano questa tesi. Nel pregevole Rapporto dell’OCSE appena pubblicato (Education at a glance 2011) si incontra una messe imponente di dati che permette ogni confronto, ma alcuni sono quanto mai indicativi. L’Italia risulta aver destinato all’istruzione nel 2008 il 4,8% del PIL, in maggioranza fondi pubblici (4,1% PIL), aumentati dell’8% rispetto al 2000.
La Germania vi ha destinato la stessa percentuale del PIL, non ha incrementato la quota rispetto al 2000 e i suoi studenti hanno conseguito un grado di conoscenza, secondo il test PISA, nettamente superiore a quello degli studenti italiani, pur essendo ancora distanti dai primi paesi, Corea e Finlandia, lasciando da parte Cina-Shanghai. Come mai Italia e Germania spendono la stessa proporzione ma ottengono risultati così distanti? In particolare, la quota della popolazione italiana tra 25 e 34 anni che ha raggiunto il più elevato livello d’istruzione, pur essendo salita, è ancora tra le più basse nel raffronto internazionale ed inferiore a quella tedesca.
Naturalmente andrebbero condotti seri test econometrici per mostrare quanto sia determinante il fattore finanziario. Resta tuttavia che l’Italia ha speso nel 2008 per studente più della Germania sia in assoluto, sia in rapporto al reddito pro-capite, aumentando il suo impegno dell’8% rispetto all’inizio del decennio.
Parte del problema, pertanto, risiede nell’efficienza con cui sono stati usati quei fondi. Più del 95% delle erogazioni per l’istruzione è servita per spese correnti, contro il 91% in Germania e Francia, e ben due terzi sono stati assorbiti dalle retribuzioni dei docenti, una quota più grande che negli altri due paesi. Al tempo stesso, la retribuzione media per docente è risultata inferiore a quella tedesca e alla media dei paesi OCSE, ma superiore a quella francese. Il distacco però che si accorcia se misurato in rapporto alle ore d’insegnamento, oppure in relazione al minor numero di studenti per insegnante in Italia. Quindi il dislivello retributivo è meno macroscopico di quanto appaia, se si tiene conto della durata dell’insegnamento e della densità delle aule.
Un’altra parte del problema va quindi individuata nella qualità dell’insegnamento, che mostra una modesta capacità di penetrazione nel bagaglio culturale che dovrebbe accompagnare i giovani nell’affrontare le sfide del vivere sociale e del lavoro. Ma va ammesso che pesa anche il limitato interesse ed impegno dei giovani nell’apprendere, che è il prodotto di diversi fattori, non ultimi il rendimento relativamente insoddisfacente dell’investimento in istruzione e il distacco tra scuola e mondo del lavoro.
Non è affatto facile stabilire quanta parte di responsabilità sia da attribuire ai quattro attori coinvolti nel problema (pubblico, docenti, discenti e famiglie), ma ciascuno ne condivide la responsabilità e da ciascuno dipende la soluzione. Dal soggetto pubblico nel saper programmare i percorsi di studio, riformare gli insegnanti e fare uso efficiente delle risorse, dai docenti nel migliorare la loro formazione e l’insegnamento, dagli studenti e dalle famiglie nel dar prova di una nuova disposizione ad apprendere insieme a un maggior impegno. Ma soprattutto occorre una società che in ogni sua componente avverta come un serio pericolo per il suo divenire restare indietro nel sapere.

Fonte: Articolo del 9 ottobre 2011

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