• giovedì , 18 Luglio 2024

Tobin tax, le lobby in azione per avere le esenzioni sul trading

Il testo originale della legge andrà in discussione al Senato in Commissione bilancio il 5 dicembre. Le banche si battono per ottenere l’esenzione su alcune interessanti fonti di entrata, come le commissioni sulle attività dei day trader.
La Tobin Tax è uscita dalla Camera nella forma prevista dal Disegno di legge di Stabilità, che non convince nessuno, ma accompagnata da un ordine del giorno che chiede di abbassare le aliquote previste allargando al contempo la base contributiva. Quell’ordine del giorno, firmato dal Francesco Boccia del Pd e Antonio Borghesi di Italia dei Valori, è stato approvato con 433 voti favorevoli, 8 contrari e 6 astenuto, ma è stato accompagnato da un parere negativo del governo. Quel parere negativo non è dovuto all’affezione del ministero dell’Economia per il testo originale quanto dal programma di cambiarlo al Senato, dove andrà in discussione mercoledì 5 in Commissione Bilancio, ma non nella direzione indicata dall’ordine del giorno approvato pressoché all’unanimità da Montecitorio.
Sulla Tobin nelle ultime settimane si è scatenata una imponente azione di lobby, prevalentemente da parte delle banche, che si battono ottenere l’esenzione su alcune interessanti fonti di entrata, ovvero le commissioni sulle attività dei day trader che utilizzano le loro piattaforme per le operazioni on line, le obbligazioni, delle quali sono non solo intermediari ma importantissimi emittenti, e i derivati che anch’essi transitano dalle loro piattaforme. Il ministero dell’Economia sembra in linea con questa posizione e lo scenario che si prospetta è l’arrivo all’ultimo momento utile (per evitare una vera discussione) di un emendamento del governo che scimmiottando il modello francese faccia pagare l’imposta solo sul saldo quotidiano (salvando il day e il fast trading), esenti le obbligazioni e tutti o quasi i derivati e, per salvare il gettito, aumenti sostanzialmente la tassazione sugli scambi azionari. Il Disegno di legge di Stabilità arriverebbe così modificato alla Camera dove, visti i tempi strettissimi, potrebbe essere quasi inevitabile il ricorso alla fiducia.
Questa soluzione è il modo più semplice per neutralizzare gli effetti della tassa sui bilanci delle banche, ma i suoi effetti collaterali sarebbero assai rilevanti. Il primo è quello di colpire gravemente la parte sana del mercato azionario, ovvero gli investitori di medio e lungo termine, lasciando tutto lo spazio alla speculazione che del mercato aumenta la volatilità ma non lo spessore. Il secondo, legato al primo, è di spingere fuori dall’Italia molti titoli e molte transazioni, colpendo così l’industria del settore con la conseguente perdita di alcune migliaia di posti di lavoro (tra 5 e diecimila quelli a rischio). Il terzo è di assottigliare il gettito che, come dimostra l’esperienza francese, rischia di rivelarsi una piccola frazione di quello previsto.
L’alternativa c’è, e si vedrà se il Senato questa volta riuscirà a farsi condizionare meno del governo dalle lobby ed a indicare la soluzione più efficiente. La trama di questa soluzione traspare dall’ordine del giorno approvato dalla Camera, ovvero estendere al massimo la base imponibile, includendo quindi azioni, obbligazioni, derivati e anche i titoli pubblici che il disegno di legge esenta, e applicare a tutte le transazioni (escluso il mercato primario) un’aliquota molto bassa dello 0,01 per cento, non tale da influenzare le scelte di investimento né da determinare lo spostamento degli scambi in altri paesi. Con una soluzione di questo tipo nessun comparto verrebbe penalizzato, non ci sarebbe un vantaggio sufficiente nel cambiare mercato per ragioni di opportunismo fiscale, si eviterebbe la perdita di posti di lavoro e si salverebbe anche il miliardo di euro di gettito previsto dalla legge di stabilità.
In vista della battaglia tutte le parti in causa hanno cominciato ad affilare le armi, compresa quella della disinformazione. La più clamorosa è quella sui derivati, di cui si chiede l’esenzione perché la Tobin danneggerebbe moltissimo le aziende. Le danneggerebbe sicuramente se l’imposta fosse in percentuale sul valore nozionale del derivato e non sul suo costo, ma nella realtà la giusta preoccupazione per le aziende nasconde quella meno confessabile per il mondo della finanza pura, a parole tanto vituperato. Sono i numeri della Banca dei Regolamenti Internazionali a dirlo in un rapporto che fotografa la situazione alla fine di giugno scorso. Il totale dei contratti derivati mondiali a quella data ammontava a 640 mila miliardi di dollari (quasi dieci volte il pil mondiale), dei quali solo poco più di 50 mila miliardi, meno di un decimo, hanno come controparte un soggetto non finanziario, ovvero un’azienda dell’economia reale. Il resto è finanza pura, quella che dall’esenzione della Tobin sui derivati guadagnerebbe veramente.

Fonte: Repubblica del 4 dicembre 2012

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