• mercoledì , 24 Luglio 2024

Tante misure, poca crescita

Un fortunato tormentone ministeriale recita che «la crescita non si fa per decreto». Figuriamoci «per maxi emendamento»! Nel documento messo a punto dal governo c’ è di tutto un po’ . Considerarlo un’ organica piattaforma per la crescita del Pil è onestamente difficile. E sicuramente non si presta a fornire «scosse» oppure a evocare il mito della «rivoluzione liberale». Detto quindi che il maxi emendamento non sarà studiato in nessuna università come testo chiave di politica economica per promuovere la crescita nelle società tardocapitalistiche, sarebbe però sbagliato sottoporlo a un trattamento indifferenziato. Buttarlo via totalmente non avrebbe senso. Qualunque sia il governo che si prenderà cura dell’ Italia nel 2012, alcune di quelle misure sarà bene che le implementi. Tutto ciò che va in direzione di liberare l’ economia va dunque incoraggiato, e riguarda i servizi pubblici locali, le professioni, le attività impresa-commercio. La mobilità degli statali è una significativa discontinuità che sarebbe sbagliato disconoscere e che sicuramente agiterà il fronte sindacale. La sottovalutazione dell’ export, invece, ha del lunare perché equivale a darsi la zappa sui piedi. Infine far pagare la decontribuzione dell’ apprendistato ai parasubordinati reca con sé l’ inconfondibile sapore della beffa. RIPRODUZIONE RISERVATA **** I nuovi incentivi per l’ apprendistato valgono 25 mila ingressi in più L’ azzeramento dei contributi per l’ apprendistato nelle aziende fino a 9 dipendenti per un periodo di tempo fino a tre anni va nella direzione di favorire un incremento dell’ occupazione giovanile. E visti gli ultimi dati Istat ce n’ è sicuramente gran bisogno. In concreto significa, infatti, ridurre il costo del lavoro dell’ 1,5%. Un taglio che difficilmente farà stappare bottiglie di champagne ai datori di lavoro, ma che può incentivare nuove chiamate. Oggi l’ intero sistema produttivo dà occupazione a circa 700 mila apprendisti di cui 220 mila nelle sole aziende artigiane. Se lo stock, dunque, è 700 mila ogni anno entrano in produzione «nuovi» 80 mila apprendisti. Grazie a un provvedimento come quello annunciato, quanti nuovi posti di lavoro si potranno creare? Le prime stime parlano di un potenziale del 30% ovvero 25 mila giovani occupati in più. Non siamo, dunque, davanti a una «svolta» ma a una misura di buon senso e fortemente voluta dagli operatori. Sarebbe interessante se una ripresa di interesse per l’ apprendistato si sposasse anche a una maggiore attenzione per i mestieri d’ arte che promettono ai giovani profili professionali di assoluta eccellenza. 14,2% **** 3 anni: il periodo di esenzione dai contributi per l’ apprendistato nelle Pmi **** L’ aliquota del 28% e la (doppia) beffa per le partite Iva Detto della bontà del provvedimento sull’ apprendistato, è singolare che per finanziarlo il governo voglia alzare di un punto percentuale la contribuzione per i parasubordinati e le partite Iva iscritte alla gestione separata dell’ Inps. Si arriverà così al 28%. I co.co.pro. finanzieranno con i loro soldi l’ assunzione degli apprendisti! Qual è il ragionamento che sta dietro questo paradosso sociale? Il governo pensa di rendere meno vantaggioso per i datori di lavoro il ricorso al lavoro flessibile e quindi aumenta gli oneri. Peccato che questo presupposto non si sia mai verificato: già da diversi anni la contribuzione sale, ma in parallelo è cresciuto anche il ricorso ai parasubordinati e alle partite Iva monocommittenti. I datori di lavoro tendono a scaricare sul co.co.pro. l’ aumento contributivo e di conseguenza la logica della deterrenza va farsi a benedire. Per le partite Iva – che dovrebbero rientrare nel provvedimento – la beffa è doppia. Un consulente pagherà contributi previdenziali doppi rispetto ad altri professionisti iscritti alle loro Casse (e non alla gestione separata Inps). **** 28% La percentuale di prelievo per i co.co.pro. con le nuove regole **** Servizi pubblici locali e ordini professionali, non è mai troppo tardi La liberalizzazione dei servizi pubblici locali, dunque, dovrebbe partire. Comuni e Province avranno l’ obbligo di testare il mercato per mettere a gara l’ affidamento dei servizi. Se il governo sarà conseguente questo significherà disboscare il «socialismo municipale», perché in base alle normative europee o indice una gara o comunque il Comune dovrà gestire in proprio il servizio, tagliando le società municipalizzate. Ma le giunte leghiste saranno d’ accordo o faranno ostruzionismo? Un principio importante, poi, dovrà essere quello di verificare l’ efficienza dei servizi locali dal punto di vista delle tariffe. Dovrà diventare costo standard quello più vantaggioso per il cittadino. Tutto ciò darà crescita? Dovrebbe favorire nuovi soggetti e per questa via aumentare occasioni di lavoro e allargare il business. Più complessa è la riforma degli ordini professionali che il governo prevede in 12 mesi. È prevista la possibilità di costituire società tra professionisti e derogare ai minimi tariffari fissati dagli ordini. Il confronto con le rappresentanze si presenta serrato e chi conosce il terziario invita a non farsi illusioni. L’ occupazione nel breve non aumenterà. **** 12 mesi: è prevista tra un anno la riforma degli ordini professionali **** Con la nuova mobilità degli statali si riapre il test con il sindacato La norma che prevede la mobilità per i dipendenti pubblici va nella direzione giusta di introdurre meccanismi di flessibilità dentro un sistema endemicamente rigido. Non la si può etichettare come pro-crescita, ma sicuramente riprende il filo dei discorsi sulla riforma che si erano interrotti. Ogni anno le amministrazioni saranno chiamate a monitorare il personale in soprannumero e a ricollocarlo utilizzando magari forme contrattuali più flessibili. Trascorsi 3 mesi il personale che resta eccedente viene collocato in «disponibilità», si interrompe il rapporto di lavoro in cambio di un’ indennità pari all’ 80% dello stipendio. I risparmi conseguiti con queste procedure andranno per il 50% a premiare il merito e per il 15% alla formazione del personale in mobilità. La norma è in forte discontinuità e coniuga ricerca dell’ efficienza e meritocrazia. Un avvocato del diavolo obietterebbe che si tratta di una norma-vetrina: facile da scrivere, molto più difficile da condurre in porto. I lavoratori del pubblico impiego ritengono di essere stati già abbastanza penalizzati dalla varie manovre e c’ è quindi da fare i conti con una reattività sindacale piuttosto pronunciata.E il miracolo dell’ export che serve solo per andare ai talk show Nei talk show il ministro di turno gonfia il petto e narra le meraviglie del nostro export, gloria e vanto dell’ italica imprenditoria. Manca solo l’ inno nazionale! Per carità, è tutto vero. Le nostre medie aziende e anche i vituperati distretti hanno continuato a macinare vendite all’ estero sui mercati tradizionali (Ue e Usa) e su quelli emergenti (Cina, Brasile, Russia, India). Insomma se c’ è qualcosa che riesce a muovere il Pil oggi è proprio il made in Italy. Spenti i riflettori delle tv, però, dell’ export i ministri se ne dimenticano. Ancora nessuno ha spiegato chi e perché abbia «freddato» l’ Ice, e ora il governo se ne esce con la creazione di una «piccola agenzia» in condominio tra Esteri e Sviluppo economico e con risorse limitate a disposizione. Intanto la rete estera è abbandonata a se stessa e sono numerosi gli impegni con fiere e manifestazioni che abbiamo dovuto disdire. L’ export avrebbe bisogno di strumenti di garanzia per le piccole e medie imprese, di investimenti con la logica del private equity, di meccanismi che leghino la creazione di reti di imprese all’ internazionalizzazione. Ma evidentemente nel governo c’è un deficit di competenze.

Fonte: Corriere della Sera del 4 novembre 2011

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