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Sui patronati il Governo non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo

Eravamo curiosi di conoscere come sarebbe finita la vicenda del taglio del finanziamento pubblico ai Patronati promossi dai sindacati e dalle altre associazioni. Il maxi-emendamento ha riservato una sorpresa: si è ridotta la dimensione del taglio che sarà pari a 30 milioni di euro all’anno per il triennio 2011-2013.
Il Governo, nel formulare il maxi-emendamento, ha corretto l’impostazione iniziale, molto più severa. Infatti, tra gli emendamenti alla manovra presentati dal relatore Antonio Azzollini, uno (comma 12 terdecies) su un ammontare contabilizzato di 397 milioni imponeva un “sacrificio”, in totale, di 87 milioni. In sostanza, la riduzione dell’ammontare previsto è stata confermata: anziché in un solo anno, tuttavia, è stato spalmato in un triennio.
Un’altra modifica importante riguarda le modalità del taglio. Praticamente viene meno ogni aspetto di carattere strutturale. L’emendamento del relatore Azzollini conteneva, sia pure con riferimento ad un solo anno, una rimodulazione dell’aliquota di prelievo sul gettito contributivo dallo 0,226% allo 0,178%.
Sarà il caso, però, di ricordare brevemente come funziona il meccanismo. A cominciare dalla disciplina vigente. A decorrere dal 2001, il finanziamento pubblico ai Patronati (che è ripartito secondo criteri ragguagliati all’attività svolta) è costituito, come già ricordato, dal prelevamento dell’aliquota dello 0,226% sul gettito dei contributi obbligatori incassati dai maggiori enti previdenziali. La stabilizzazione di tale aliquota ha determinato un costante aumento delle risorse destinate, dal momento che la base imponibile – ovvero il monte retributivo – è, per sua natura, in evoluzione. I risparmi ottenuti, in un triennio non più in un solo anno, continueranno a compensare gli effetti che sarebbero derivati dall’applicazione dell’incremento contributivo pari allo 0,09% previsto nella legge n. 247 del 2007. Questo “passaggio” merita un minimo di approfondimento.
Quando il Governo Prodi nella passata legislatura – su sollecitazione dei partiti comunisti e della Cgil – volle superare il cosiddetto scalone (l’innalzamento dell’età pensionabile da 57 a 60 anni a partire dal 2008 per i trattamenti di anzianità) voluto dalla legge Maroni del 2003 una delle voci di copertura chiamava in causa la cosiddetta razionalizzazione dei maggiori enti previdenziali. Per garantire il risparmio anche in mancanza degli effetti della razionalizzazione, Tommaso Padoa Schioppa chiese ed ottenne di introdurre una misura compensativa (appunto l’incremento dello 0,09% di tutte le aliquote a partire dal 2011) nel caso in cui i risparmi promessi a quel titolo non fossero poi così certi (come evidentemente si è verificato, almeno in parte).
Così, per evitare un aumento generalizzato del costo del lavoro in un periodo di crisi come l’attuale, il relatore aveva pensato bene di proporre il taglio del finanziamento pubblico dei Patronati sindacali.
Poi, tra il dire e il fare si sono messi di mezzo – con cautela e discrezione, ma con fermezza – i sindacati i quali hanno chiesto ed ottenuto una rimodulazione quantitativa del taglio e cassato ogni possibile soluzione (come il riproporzionamento dell’aliquota) che avesse un significato di carattere strutturale. Il Governo ha prestato ascolto. Così, nel maxi-emendamento, la norma sui Patronati è stata riscritta.

Fonte: Occidentale del 19 luglio 2010

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