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Stabilità finanziaria ecco la sfida dell’Eurotower

Quando Trichet divenne governatore, il 1° novembre 2003, l’euro valeva poco più di un dollaro e veniva da molto più in basso, avendo toccato sotto la guida di Wim Duisenberg gli 80 centesimi di dollaro. Duisenberg si era dovuto adattare a fornire liquidità ad un’economia tedesca squilibrata dopo la riunificazione, che aveva bisogno dell’euro debole per esportare e riprendersi dalla stretta operata dalla Bundesbank per reprimere il boom immobiliare, seguito anch’esso alla riunificazione. Quando Trichet arrivò, tuttavia, era già iniziata la lunga espansione della quantità di moneta americana, la politica richiesta da un paese in guerra che non voleva allo stesso tempo, rinunciare alle facilitazioni fiscali ai consumi. Burro e cannoni, come ai tempi del Vietnam, e dollaro debole come risultato. Tale politica è continuata fino a oggi. E l’euro ha oscillato attorno a valori pari al 40% in più del 2003. Il governatore francese si è adattato al nuovo ruolo di guardiano della stabilità monetaria europea. La parte più interessante del suo mandato, tuttavia, non riguarda la lotta all’inflazione, dettata dallo statuto della Bce, ma la stabilità finanziaria, obiettivo indicato nello statuto della Fed ma espressamente omesso da quello della Banca centrale europea. Lo scoppio della crisi finanziaria, nel 2007, iniziata oltre Manica e oltre oceano, ha richiesto un adattamento rapido ai gestori dell’euro. Nella prima fase della crisi, estate 2007, la Bce si è trovata a dover approntare una politica di assistenza massiccia al mercato interbancario europeo, congelato dopo il fallimento della Northern Rock e la crisi Usa dei subprime. Alla Bce ha fatto comodo avere procedure moderne e tecniche di assistenza che permettevano di raggiungere direttamente le istituzioni bancarie in difficoltà. La Fed, accintasi allo stesso compito, si scontrava con l’antiquato sistema dei primary dealer i quali, ricevuta la liquidità dalla banca centrale, tendevano a tenersela loro invece di passarla al mercato.
Aggravatasi la crisi, Trichet ha dovuto dedicarsi al compito che lo statuto della sua banca ignorava, soccorrendo le banche europee con prestiti a scadenza persino annuale, e sospendendo il metodo delle aste competitive per distribuire la liquidità tra le banche stesse. Il denaro della Bce è stato somministrato a tasso fisso e in quantità illimitate alle banche in difficoltà e si è decisamente allargata anche la gamma dei titoli e dei crediti bancari accettati in garanzia dei prestiti della Bce. Poichè tra i più colpiti dalla crisi erano gli istituti creditizi tedeschi, che per anni avevano assorbito titoli cartolarizzati di mutui subprime confezionati dalle banche d’affari americane ed europee più o meno come a Napoli si confezionavano le “ecoballe”, le ardite operazioni di intervento condotte da Trichet e dai suoi tecnici non hanno sollevato troppe obiezioni da parte germanica.
Ben altro atteggiamento è stato assunto dalla dirigenza tedesca, dai banchieri centrali alla leadership politica, alle misure successive che Trichet ha dovuto introdurre: il soccorso finanziario della Bundesbank agli stati sovrani dei paesi periferici dell’Europa. Questo si è reso necessario quando la necessità di rifornire le casse delle proprie banche in difficoltà ha indotto le tesorerie degli stati periferici a emettere debito pubblico in quantità massicce. Trichet, come non aveva avuto esitazioni a comprare titoli cartolarizzati privati, non ne ha mostrate nemmeno quando si è trattato di comprare titoli del debito pubblico. A tutt’oggi ne ha comprati per la bellezza di 160 miliardi di euro.
Qui l’eresia è divenuta palese, anche se formalmente difendibile. Lo statuto della Bce proibisce alla banca di finanziare le tesorerie degli stati membri della Ume. Ma il mercato privato per i titoli dei paesi periferici europei si è dissolto quando Merkel e Sarkozy hanno preso a menzionare la possibilità di esigere la partecipazione degli investitori privati al salvataggio degli stati periferici europei. Sciagurata è stata in tal senso la dichiarazione di Deauville del 28 ottobre 2010 dei due, seguita dalla decisione dell’intera Ume presa a Bruxelles il giorno seguente. Alla partecipazione dei privati al salvataggio degli stati periferici mediante sacrificio di parte del valore dei titoli di stato acquistati, Trichet si è opposto con tutte le sue forze, ma a Deauville e poi a Bruxelles è stato sconfitto. E, come aveva previsto e annunciato, nei giorni che seguono il 28 ottobre 2010, comincia a manifestarsi il contagio ai paesi grandi della Ume, Spagna, Italia e Belgio, che vedono il differenziale di rendimento tra i propri titoli e quelli tedeschi crescere fino a livelli che ne rendono il servizio insostenibile a tassi normali di crescita del Pil. Si raggiunge, nei mesi successivi, rapidamente il 5% e si sfiora il 6%. Nell’agosto 2011 il fenomeno scatenato dagli improvvidi politici francotedeschi raggiunge l’acme, con una crisi del debito italiano la cui responsabilità va attribuita anche alle azioni, e specialmente alle omissioni del governo italiano, che raggiungono e superano la soglia del credibile.
In questa luce va vista e letta la lettera che, proprio in agosto, Trichet e il suo successore Mario Draghi, sono costretti ad inviare al governo italiano. La politica di sostegno dei titoli italiani da parte della Bce, infatti, non trova solo l’opposizione della Germania all’interno del consiglio diretttivo di quella istituzione. Di fronte all’incredibile comportamento del governo italiano, che canta mentre Roma brucia, anche gli altri direttori, che rappresentano paesi più moderati della Germania in faccende monetarie, sono sconcertati. Le dimissioni di Jurgen Stark, che seguono quelle di Axel Weber, peggiorano la situazione e rendono inevitabile che non solo il governatore in carica, ma addirittura il suo successore, in quanto italiano, siano costretti a chiedere specifici adempimenti al governo italiano, specificandone scadenze e modalità. La lettera da loro firmata è assai simile a quelle che, nella crisi asiatica del 1997 il Fmi condotto da Stanley Fischer e indirizzato dal segretario americano del Tesoro Lawrence Summers, diresse alle autorità politiche sudcoreane, che non poterono esimersi dall’accettarle. Rispecchiavano la filosofia del Washington Consensus. Ma allora i falchi all’interno del Fmi e del governo americano erano i due famosi economisti, autori dello stesso Consensus. Nel caso di Trichet e Draghi sono state le colombe a capo della Bce a dover scrivere la lettera, essendone richieste dai loro colleghi del direttorio, dalla Bundesbank e dal governo tedesco, per poter continuare nel supporto del debito italiano.
Trichet ha fino all’ultimo cercato di impedire la dichiarazione di Deauville e la decisione di Bruxelles. Ritiene che i differenziali sui debiti pubblici dei paesi periferici siano stati aperti dalle improvvide dichiarazioni e decisioni dei menzionati politici, essenzialmente per motivi di bassa cucina elettorale. Dalle conseguenze di esse la Bce è stata costretta a interventi di portata, qualità e direzione assolutamente inusitate e che devono continuare mentre a livello politico si mostra, nei paesi creditori e debitori, una mancanza di responsabilità sconvolgente. Se si legge la intervista che Trichet ha concesso a un giornale tedesco e poi le sue dichiarazioni al Parlamento europeo, ci si rende conto della protervia con la quale i politici continuano ad ignorare l’urgenza che la situazione richiede, per baloccarsi sulle condizioni statutarie e operative della istituzione che dovrà sorgere, a sostituto o complemento della Bce, per affrontare il salvataggio dei debitori sovrani europei.

Fonte: Affari ei Finanza del 17 ottobre 2011

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