• mercoledì , 17 Luglio 2024

Solo l’Europa dell’Est si salverà dalla crisi dell’economia occidentale

S&P ha colpito ancora: l’agenzia di rating, che l’estate scorsa diede corso alla prima stazione della Via Crucis del Governo Berlusconi, ha nuovamente declassato, di ben due livelli, l’Italia, insieme a Francia e Spagna. E lo ha fatto nello stesso momento in cui ha scritto nel suo giudizio che l’ambiente politico italiano è migliorato sotto l’esecutivo presieduto da Mario Monti mentre, se si vince la sfida con l’opposizione al cambiamento, le ulteriori riforme possono dare un contributo ad una maggiore competitività.
La reazione da noi è stata sconfortata piuttosto che sconfortante: ma come? Ci siamo detti. Abbiamo fatto, in meno di un semestre, ben tre manovre per un ammontare complessivo di un’ottantina di miliardi e siamo ancora qui a ricevere bacchettate sulle dita come se non fosse cambiato nulla ? E subito si è diffusa la tentazione di spaccare il termometro, come se così fosse possibile non preoccuparsi della febbre. Dalli alle agenzie di rating ! E’ la nuova parola d’ordine.
E’vero, S&P e le sue consorelle (che si esprimeranno nei prossimi giorni) non sono l’oracolo di Delfo, non hanno il monopolio della verità e soprattutto conservano parecchi scheletri nei loro armadi. Guai, però, a scambiare gli effetti per le cause: è il nervosismo dei mercati a trasformare in un tifone anche un modesto temporale. Ma non avrebbe senso farsi un’agenzia in proprio per sentirsi dire – come se fosse lo specchio della matrigna di Biancaneve – che noi europei siamo i più belli del reame.
In ogni caso, è sempre più difficile orientarsi nei meandri della crisi. Ed è ancor più difficile accettare un rating tanto severo come quello di venerdì scorso, che inciderà sicuramente non solo sul livello dei tassi di interesse (le più recenti sottoscrizioni di titoli avevano fatto sperare nell’avvio di una inversione di rotta) ma anche sul quadro politico dell’Europa. Il declassamento della Francia avviene quando sono in vista le elezioni presidenziali francesi e ad insidiare Nicolas Sarkozy non sono i socialisti ma madame Le Pen. Bersani si è accorto che il direttorio franco-tedesco non ha funzionato. Alla buon ora: quando il presidente francese ed Angela Merkel sorridevano compiaciuti all’indirizzo dell’esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi da noi venivano indicati come la prova provata di un cambio di Governo che restituisse d’acchito l’onore e qualche punto di spread al nostro Paese. Ma ormai la situazione è tanto grave che non vale più neppure la pena di recriminare.
Che i mali dell’Italia non fossero dipendenti da Berlusconi e dal suo stile di vita ormai è evidente anche agli avversari più acerrimi. Nessuno, però, fino ad ora, è stato in grado di individuare il virus e di indicare una terapia efficace. E’ sempre più inquietante il dubbio che sia il nostro modello sociale a minare la competitività della struttura produttiva europea ed occidentale. Nessuno si interroga sui motivi per cui ad essere in declino sono i Paesi più ricchi e civili del mondo. Il fatto è che, per poter competere sui mercati globalizzati, non è più possibile garantire standard di diritti e di condizioni di lavoro come quelli conquistati in decenni di vita democratica. Ma nessuno riuscirà mai ad imporre ad un operaio europeo di lavorare e vivere come un suo collega cinese. Non è un caso che la crisi si incarognisca nell’Eurozona ovvero nel novero dei Paesi in cui più avanzato è il modello sociale, mentre i Paesi dell’Est europeo, in generale, sembrano più in grado di cavarsela, nonostante che a loro tocchi di fare da sé, senza poter contare sugli strumenti di salvataggio, in verità poco concludenti, messi in campo a livello europeo con la funzione di salvare gli Stati. Quegli apparati sociali, derivanti dallo smantellamento degli apparati del , sono più leggeri e flessibili tanto da risultare molto più competitivi e convenienti sullo scenario internazionale.
Il motore del Continente si sposta ad Est; l’Europa benestante (quella che sognava gli obiettivi di Lisbona 2000) si contorce nel suo declino. Nell’occhio del ciclone non è l’economia, né la struttura produttiva, ma gli Stati con i loro apparati pubblici e i loro sistemi fiscali e di welfare. Nella Grande depressione del secolo scorso le politiche pubbliche e l’intervento dello Stato nell’economia poterono alleviare le sofferenze delle popolazioni. Di qua e di là dall’Oceano, in Europa come negli Usa, i sistemi pubblici di sicurezza sociale furono istituiti nel primi anni ’30, sulla scia del New Deal rooseveltiano. Oggi quegli strumenti di protezione sociale non solo rivelano la loro inadeguatezza a cogliere le sfide demografiche, occupazionali e dei mercati del lavoro, ma diventano sempre più la causa della inaffidabilità degli Stati nei confronti di quanti detengono i titoli del loro debito sovrano, che vanno a cercare, nell’ambito dell’economia globalizzata mercati ed investimenti più sicuri e redditizi. Così, le politiche pubbliche si rivelano non solo impotenti nel fronteggiare le nuove emergenze ma devono imporre ai sistemi economici – deprimendone lo sviluppo – pesanti sacrifici nella speranza – sempre più prossima all’illusione – di impedire il default degli Stati.

Fonte: Occidentale del 16 gennaio 2012

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