• martedì , 16 Luglio 2024

Sanità, i partiti in corsia

Fra qualche giorno non se ne parlerà più. I Nas per una settimana batteranno a tappeto gli ospedali e faranno rapporti e denunce. Se dovessero applicare, davvero, la legge e i regolamenti sanitari innumerevoli reparti verrebbero chiusi immediatamente, molte sale operatorie sbarrate a tempo indeterminato e non pochi pronti soccorsi interdetti al pubblico. Naturalmente non se ne farà nulla anche se qualche altro magistrato, sull´esempio di Roma, aprirà una delle solite inchieste sulla malasanità che, al momento venuto, daranno alimento ad altre cronache sconsolate. È possibile tentare, invece, un discorso che non confonda l´indecenza logistica e gestionale di molti nosocomi con l´abitudine di medici e infermieri di andare a prendere il caffè indossando il camice? È possibile tentare di indicare alcune delle cause che producono danni e suggerire rimedi percorribili, pur sapendo che gli uni e gli altri sono stati da tempo individuati e pubblicamente ribaditi in mille occasioni?
Non sfuggirò all´ovvietà ricordando che il Servizio sanitario riflette la società civile, il livello educativo, il senso di appartenenza comunitaria dell´ambiente in cui opera. La differenza palpabile tra un ospedale di Reggio Emilia ed uno di Reggio Calabria, tra Bari e Bolzano, tra Napoli e Padova si presterebbe ad interessanti quanto ininfluenti analisi comparative. A volte, peraltro, la compenetrazione va molto al di là del rispetto del divieto di fumo in ambulatorio o delle macchine in tripla fila nei vialetti di accesso ai padiglioni. L´Alto commissario anticorruzione, Gianfranco Tatozzi, in uno studio sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nella pubblica amministrazione, indica proprio nel settore sanitario uno di quelli a maggior rischio nella realtà meridionale: dalla gestione dei fondi alle assunzioni di affiliati alla mafia e alla camorra, dalla gestione degli appalti al controllo dei servizi. La Campania, ad esempio, ha il triste primato della prima Asl, quella di Pomigliano d´Arco, sciolta per infiltrazione camorristica.
Ma anche dove non c´è la malvivenza camorristico-mafiosa il degrado di molte strutture ha raggiunto livelli scandalosi. A macchia di leopardo, perché sovente, nella stessa azienda vi sono isole di eccellenza accanto a carenze da terzo mondo. Proprio su queste colonne alcuni mesi orsono ho denunciato che al San Camillo e in altri ospedali romani il pronto soccorso in certi giorni di punta doveva respingere anche i ricoveri urgenti: i letti erano tutti occupati e così anche le barelle delle autoambulanze – impossibilitate, perciò, a ripartire – dove sostavano a tempo indeterminato pazienti che non si sapeva dove stendere. Ebbene, in quella stessa struttura vi è un centro trapianti (idem nel vituperato Policlinico Umberto I) di livello internazionale, con risultati superiori alla media europea.
Sul banco di accusa nelle denunce e nelle polemiche di questi giorni sono stati posti in primo luogo medici e infermieri. È questo il frutto di una distorsione ingiusta che nasce dal fatto che i camici bianchi rappresentano l´interfaccia diretta del paziente. Questi non entra mai in contatto con il direttore generale, col direttore sanitario, con quello amministrativo, con l´apparato burocratico i cui vertici sono ormai tutti di nomina politica, soggetti a continua rotazione o destituzione (restano in carica in media fra i 18 mesi e i tre anni). Il cosiddetto manager, anche quando è capace e volenteroso, non ha di fronte un tempo lungo, una prospettiva pluriennale di lavoro, la certezza che viene da una professionalità riconosciuta e indiscussa. Spesso è dotato di fondi insufficienti in rapporto ai compiti che gli sono fissati e al soddisfacimento delle richieste. Il taglio o il rinvio della spesa è la sua vera arma. Anche gli appalti per le pulizie, per la mensa e per altre incombenze discendono da influenze clientelari politico-sindacali. Ci vuole coraggio, determinazione e soprattutto garanzia di un potere indipendente di gestione per controllare davvero, giorno per giorno, che i capitolati che dovrebbero fissare i codici di applicazione (ad esempio le camere chirurgiche vanno pulite dopo ogni operazione, le corsie due volte al giorno e così via) siano rispettati e le inadempienze duramente sanzionate.
Se anche per questo si deve rispondere ai padrini degli appaltatori il controllo non è certo severo. E parliamo degli amministratori di stimata capacità, non collusi intrinsecamente con la corruzione, come si è visto con il caso di Lady Asl, quando si crea un legame vizioso tra il controllore che gestisce tutti i bandi e il controllato (ditta delle pulizie o altro).
Ne consegue, comunque, che anche la recente esplosione di motivate denunce, partite dall´esemplare inchiesta giornalistica di Fabrizio Gatti su “L´Espresso”, conduce alla tesi, infinite volte sostenuta su queste colonne: l´occupazione partitocratica della sanità è causa di continui guai e ha, oltre tutto, annullato gli spazi di responsabilità dei dirigenti amministrativi e sanitari. Di più: ha dissolto il senso di appartenenza tra apparato di direzione, soggetto a una permanente fluttuazione e condizionamento politico, e azienda. Non sarà mai la “sua” azienda quella dove il dirigente sa che a ogni cambiar di vento politico sarà, nel migliore dei casi, traslocato.
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Infine, ma andrebbe posta al primo posto, vi è la questione degli stanziamenti pubblici per la sanità. Proprio nella “Linea di confine” di ieri ho citato il Rapporto Ceis-Sanità dove si dimostra che la crescita della spesa nel settore ci vede terz´ultimi in Europa, mentre, quanto a dimensioni, siamo in coda alla media dei 22 paesi più industrializzati del mondo. Il risvolto di questo “successo” sta nei tagli strutturali che ci condannano ad usufruire di ospedali fatiscenti e antiquati e a trascurarne, oltre ogni limite europeo, la manutenzione. Per l´igiene, più che nei Nas, resta da sperare nelle difese immunitarie di ciascuno di noi. Anche questa è una scelta politica. Del resto abbiamo sotto gli occhi il punto di arrivo di una scelta maturata, appunto, negli anni Ottanta e che permeò anche la sanità con lo slogan “più privato e meno Stato”.
Si agognò a logiche di mercato, alla competizione, alla trasformazione delle Unità sanitarie in “aziende”. Ai designati dai partiti s´impose la corona del “manager”. Il resto è cronaca quotidiana. Non posso concludere queste brevi riflessioni senza, però, mettere in guardia contro la svalutazione in atto, anche negli ultimi frangenti, del nostro Servizio sanitario. In gran parte del Centro Nord esso funziona, con i pochi mezzi a disposizione, a livelli paragonabili ai migliori standard europei. E anche nel Centro-Sud, laddove ci siano uomini e donne preparati, impegnati, dediti alla loro missione risultati, anche brillanti, non mancano.
Non bisogna dimenticare che persino i migliori, quando lavorano a tempo pieno, hanno remunerazioni molto inferiori a quelle europee. Talvolta va loro richiesta, per contro, una maggiore umanità e gentilezza nel rapporto con i malati e i famigliari.
La ministra della Salute, Livia Turco, ha inaugurato il suo mandato con l´impegno a mettere al centro del Sistema il paziente. Se vuole riuscirvi deve riportare in primo piano, con piena responsabilità, la professionalità del personale sanitario, di tutto il personale sanitario: medici, infermieri, amministratori. La politica deve fissare le linee di azione, le prospettive strategiche (più prevenzione, più cure a domicilio, più assistenza agli anziani, più medicina scolastica, fonti di finanziamento, ripartizione fiscale tra centro e periferia, il contributo privato, tanto per fare alcuni esempi). Ha l´obbligo, altresì, di fissare e garantire i livelli essenziali di assistenza e l´eguaglianza anche territoriale dei cittadini (un Fondo per il Mezzogiorno). Occorre inoltre promuovere strumenti autonomi e indipendenti di controllo. Per il resto la politica deve ritirarsi il più rapidamente possibile, senza sotterfugi o camuffamenti, dalla gestione degli ospedali e delle Asl. Se, per contro, anche il centro sinistra continuerà ad accamparsi all´interno delle corsie, allora ci risparmi almeno le ricorrenti litanie sul riformismo al di là da venire. Nessuno sa che farsene.

Fonte: La Repubblica del 9 gennaio 2007

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