• domenica , 14 Luglio 2024

Rilanciare subito le infrastrutture

Mercoledì 1 dicembre assisteremo ad una manifestazione di protesta se non proprio inedita, assolutamente inusuale e rara: gli imprenditori del settore edile e delle costruzioni – dai capimastro diventati padroncini alle grandi aziende che si occupano della mega infrastrutture – sfileranno davanti a Montecitorio insieme con i lavoratori loro dipendenti. Fianco a fianco i sindacati di categoria e l’Ance, l’associazione dei costruttori aderente a Confindustria. La quale, per l’occasione, ha varato una campagna di comunicazione choc, che sembra nata più per reclamizzare un’iniziativa di lotta sindacale che per promuovere un cantiere: un primo manifesto, che a Roma da giorni campeggia in piazza Venezia, reca il volto di un operario con tanto di casco giallo in testa, e ricorda come nell’edilizia siano andati in fumo 250 mila posti di lavoro; un secondo manifesto ritrae una famiglia, madre e padre operai con una figlia, con sotto la scritta “Il futuro si costruisce insieme”.
Il motivo della protesta è racchiuso in poche cifre che fotografano una situazione diventata insostenibile: in quattro anni, dal 2008 al 2011, quello che è sempre stato uno dei comparti che più ha contribuito al pil nazionale, avrà perso qualcosa come 29 miliardi di investimenti (-18%) perché segnano il passo tanto le nuove abitazioni (-34% in quattro anni) e l’edilizia non residenziale privata (-15,6%), quanto i lavori pubblici, che sono in contrazione dal 2005 e che nell’arco di sette anni (fino al 2011) saranno diminuiti del 32%. Insomma, una vera e propria recessione, su cui ora rischia di pesare la riduzione delle risorse per nuove infrastrutture del 14% in termini reali contenuta nella legga di Stabilità per l’anno prossimo, taglio che nel triennio 2009-2011 arriva al 30%, segnale di un disimpegno dello Stato nella realizzazione delle opere pubbliche che non è compensato da una politica di apertura verso i privati (ai quali va concessa la gestione delle opere realizzate se si vuole che investano). Di questo passo, Ance e sindacati calcolano che ai 250 mila posti di lavoro già persi fin qui, di cui 180 mila di occupati diretti e 70 mila di indotto, se ne aggiungeranno altri 40 mila (30+10 mila), visto che le ore lavorate sono calate del 15%. E a essere bloccate non sono solo le grandi opere – la convocazione del Cipe è rimasta in stand by per mesi, e solo recentemente ha sbloccato qualche infrastruttura – ma anche quelle di piccolo taglio che dipendono dai Comuni. In più, sulle imprese grava anche il pesantissimo ritardo nei pagamenti da parte della committenza pubblica.
Si dirà: l’edilizia non è certo l’unico comparto a soffrire la crisi. Vero. Ma a parte che, come sottolinea il presidente dell’Ance Paolo Buzzetti, questo è l’unico settore che può fare da volano per la ripresa occupazionale, va considerato che il Paese ha bisogno come il pane di un programma di infrastrutturazione, sia di ammodernamento dell’esistente che di nuove opere. Dunque, rilanciare le costruzioni significherebbe dare una scossa di modernità di cui c’è assoluta e prioritaria necessità. Dubito che una manifestazione risvegli attenzioni politiche sopite, ma almeno un occhio al fatto che, una volta tanto, imprenditori e lavoratori marciano uniti, è sperabile che qualcuno lo dia. Anche perché potrebbe essere la prima di una lunga serie di queste proteste.

Fonte: Il Messaggero del 28 novembre 2010

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