• mercoledì , 24 Luglio 2024

Re Dollaro salverà Eurolandia?

E se fosse il dollaro a dare una mano ad Eurolandia? Da solo non basterebbe, i paesi del Vecchio Continente devono fare la loro parte, ma il dollaro, un dollaro forte potrebbe dare l’aiuto che serve sul fronte più difficile, quello della crescita dell’economia. Il concetto è semplice: se il dollaro si apprezza nei confronti dell’euro diventa più facile esportare negli Stati Uniti e nei paesi le cui valute sono agganciate al dollaro la Cina innanzitutto perché le merci europee su quei mercati costeranno meno, mentre costeranno di più le importazioni. Poiché i mercati europei, salvo la Germania, non potranno contare molto sulla domanda domestica a causa dei tagli alla spesa pubblica imposti dalla crisi dei debiti sovrani, il traino principale alla crescita non può venire che dalle esportazioni che a loro volta trainerebbero gli investimenti. E alle esportazioni un euro debole farebbe un gran bene.
Il Servizio Studi e Ricerche di Intesa San Paolo stima che per l’Italia un apprezzamento del 10% del dollaro rispetto all’euro vale lo 0,4 per cento di aumento del prodotto interno lordo e dell’1,2 per cento delle esportazioni in termini reali (del 3,4 per cento in termini nominali, cioè al lordo dell’inflazione). Il prezzo da pagare, l’aumento dello 0,3 per cento dell’inflazione, sarebbe tutto sommato sopportabile. Intesa San Paolo indica anche quali sarebbero i settori ad avvantaggiarsi di più, che sono ovviamente quelli che hanno una maggiore propensione a vendere nell’area del dollaro: meccanica, elettrotecnica, elettronica ed elettrodomestici, oltre al ‘made in Italy’ e, fuori dal manifatturiero, il turismo perché l’euro debole renderebbe più convenienti le vacanze degli stranieri nell’area dell’euro e meno convenienti quelle degli europei fuori. Aumenterebbero inoltre i margini delle imprese esportatrici.
A trarre maggiore beneficio da tutto ciò sarebbe la Germania, che già ha registrato una crescita del 3,6 per cento nel 2010, e dove si sta avviando una interessante dinamica dei consumi interni. Ma anche l’Italia avrebbe la sua parte, sia perché trainata dalla stessa Germania, sia per la sua autonoma capacità di esportare verso i mercati extraeuropei.
Il problema a questo punto è superare la volatilità dell’ultima settimana e cercare invece di leggere il destino del dollaro nei prossimi 12 mesi, operazione assai difficile e dai responsi molto contraddittori. Tra gli analisti c’è infatti una strana dicotomia di posizioni, con le grandi banche americane, da Goldman Sachs a JP Morgan, che prevedono un lieve indebolimento del dollaro, tra il 4 e il 6 per cento di qui a fine anno, le banche europee come Barclays Capital che prevedono un suo apprezzamento verso quota 1,20 contro l’euro e i siti indipendenti di previsione finanziaria che prevedono apprezzamenti ancora più consistenti. La previsione più drastica, quella di The Financial Forecast Center, che ha indovinato parecchie volte le sue previsioni in passato, arriva a indicare un dollaro in rafforzamento costante fino ad arrivare nel prossimo agosto (le previsioni arrivano fin lì) a un cambio con l’euro di 1,081, il che vorrebbe dire un aumento del 20 per cento rispetto al cambio attuale.
L’Economist prevede per il 2011 un dollaro forte, anche se non in questa misura e sulla stessa linea sono l’economista Kenneth Rogoff, nonché i tre più accreditati guru valutari sentiti da Bloomberg.
Le ragioni dei sostenitori del dollaro forte e di quelli del dollaro debole sono tutte assai rispettabili e le argomentazioni credibili. I secondi, gli analisti che ipotizzano il deprezzamento della valuta americana verso l’euro, si basano soprattutto sul peso enorme sulle prospettive del dollaro dei deficit gemelli, quello della bilancia commerciale e quello del bilancio di Washington, nonché la perdita di credibilità internazionale della valuta che potrebbe essere determinata dal cosiddetto QE2 (quantitative easing 2), ovvero il piano di acquisto di Buoni del Tesoro Usa dal parte della Federal Reserve che sta procedendo al ritmo di 75 miliardi di dollari al mese per un totale indicato in 600 miliardi di dollari.
L’altro partito invece, quello di coloro che vedono un dollaro in rialzo, ritengono limitati gli effetti del QE2 e rinviato nel tempo l’impatto dei deficit gemelli. Ciò che conterà quest’anno, a loro parere, è soprattutto la ripresa dell’economia americana, che secondo le previsioni dovrebbe attestarsi tra il 3,5 e il 4 per cento contrapposta alla flebile crescita (intorno al 2 per cento) e alla debolezza fiscale dell’area euro dovuta alla perdurante crisi dei debiti sovrani di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna.
La ripresa americana in effetti è ormai più di una illusione ottica. Giovedì sera parlando dagli schermi della Cnbc il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke l’ha definita “stronger”, più forte e anche il Beige Book pubblicato la settimana scorsa dalla stessa Fed induce ad un cauto ottimismo. La ripresa è visibile in molti settori e in molte aree del paese, non è una corsa ma una marcia che si sta facendo più spedita, con qualche al momento appena percettibile effetto sull’occupazione che dovrebbe però diventare più significativo nei mesi a venire con una riduzione della disoccupazione sotto il 9 per cento per la fine di quest’anno e all’8 per la fine del prossimo. Meglio di così per un po’ sarà impossibile fare per via del settore che resta il grande malato dell’economia americana, quello immobiliare, che è tradizionalmente ad alta intensità di lavoro e che trascina nella sua crisi i settori collegati. Finché i prezzi delle abitazioni e degli immobili commerciali non riprenderanno a salire (si prevede una ulteriore discesa tra il 6 e l’11 per cento nel 2011), il che avverrà solo quando ci saranno assai meno case, uffici e negozi vuoti, da questo settore importantissimo ci si può aspettare molto poco.
Per il momento però il resto va, i consumi crescono sia pure non entusiasticamente, e crescono soprattutto gli investimenti dopo due anni di fermo, trainati dai profitti elevati delle imprese. Questo all’economia americana basta per rimettersi in moto anche se non a ricreare tutti i posti di lavoro distrutti dalla crisi.
Dall’altra parte della bilancia c’è l’euro, che non è affatto uscito dalle sue difficoltà e per il quale tutti unanimemente prevedono un anno quantomeno turbolento. Gli strumenti che l’Europa sta apprestando e rinforzando per sostenere i paesi deboli avranno si auspica la loro efficacia stabilizzatrice, ma gli analisti si aspettano comunque una ulteriore stretta fiscale, una compressione dei redditi da lavoro nei paesi meno competitivi e, alla fine, anche una ristrutturazione del debito.
Come se il coté conti pubblici non bastasse, c’è anche quello dell’economia reale, che a parte Germania e satelliti fa assai fatica a riprendere il passo. Le ragioni sono note, la bassa produttività nei paesi dell’area sud, la scarsa internazionalizzazione delle imprese e la loro dimensione, i pochi investimenti in formazione, innovazione e ricerca (sempre nei paesi dell’area sud) e, a frenare la domanda interna, elevati tassi di disoccupazione e una spesa pubblica sempre più sotto pressione. Ultimo tassello, la fragilità del sistema bancario, problema grave non solo in Spagna dove le Cajas sono in grave difficoltà, ma anche nel centro dell’Europa sana, in quella Germania che è il cuore economico del continente.
Un export più vivace potrebbe allora darci una mano sostenendo la crescita, gli investimenti e in qualche caso anche l’occupazione. E un po’ di crescita in più darebbe sollievo anche ai debiti pubblici, per le maggiori entrate e perché migliorerebbe quel rapporto debitopil che è la nostra croce quotidiana. Naturalmente dollaro permettendo.
Se anche le cose prendessero questa piega virtuosa non sarebbe tuttavia il caso di stappare champagne. I prezzi delle materie prime sono tutti in vistoso rialzo e, al contrario di quanto sempre avvenuto in passato, non sembrano essere sensibili al rafforzamento del dollaro. Se le cose dovessero andare così, ovvero materie prime e dollaro che salgono insieme, l’inflazione importata potrebbe diventare un problema e la Banca Centrale Europea si troverebbe a dover prendere in considerazione un aumento dei tassi, che avrebbe effetti rilevanti sulla ripresa economica, sul peso dei debiti pubblici e sull’andamento dei mercati finanziari. A quel punto saremo tutti nelle mani della Bce perchè la scelta difficilissima spetterà solo a Francoforte.

Fonte: Affari e Finanza del 17 gennaio 2011

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