• mercoledì , 24 Luglio 2024

Quel milione di persone eliminate in cento giorni

CHE fare di fronte al massacro siriano, si chiede Adriano Sofri in un appassionato articolo su Repubblica (10 febbraio). Eppure esiste, ma in questo caso non viene attivato, un Tribunale penale internazionale, costituito per procedere in giustizia di fronte a crimini contro l’ umanità come quelli che vengono commessi da 11 mesi nelle strade di Damasco, di Homs, di Aleppo. Purtroppo i veti di Russia e Cina hanno bloccato l’ avvio di una condanna, se pure ancor blanda, da parte dell’ Onu. Si ripetono quei rituali d’ impotenza che troppe volte hanno affossato le proposte d’ intervento collettivo contro azioni genocidarie in corso in qualche parte del mondo. Peraltro non è stata sempre così priva di effetti, a cominciare dalla ex Jugoslavia, l’ iniziativa per cambiare profondamente le basi del diritto internazionale introducendo una legittimità d’ intervento collettivoa costo di mettere in forse l’ intangibilità della sovranità nazionale laddove, sovente a opera o con la complicità dei governi vengono perpetrati crimini di massa come il genocidio, persecuzione dei diritti umani, efferatezze belliche. Se l’ intervento è mancato, almeno ha funzionato la punizione. Da questo punto di vista l’ esperienza più significativae drammatica è quella del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir) dove nel 1994 venne compiuto uno dei genocidi più atroci della storia recente. Le vicissitudini, le difficoltà e i successi di questa Corte sono stati ora narrati da uno dei suoi principali protagonisti, una magistrata italiana, Silvana Arbia, di straordinario coraggio, determinazione e capacità giuridica che ha dedicato sette anni di vita nel cuore dell’ Africa perché fossero portati davanti alla giustizia e condannati alcuni fra gli ispiratori e autori di un delitto di proporzioni mostruose, tendente, su incitamento del governo hutu alla distruzione della minoranza tutsi. Il resoconto dell’ Arbia, che ha la carica di procuratrice della Corte, prende alla golae sconvolge chiunque lo legga ( Mentre il mondo stava a guardare, Mondadori), tanto che l’ editore ha creduto bene nella controcopertina apporre l’ avviso “no fiction”, quasi temendo che apparissero inverosimili molti degli episodi descritti. Il primo processo di cui l’ autrice ci parla porterà all’ ergastolo Jean-Paul Akayesu, sindaco di Taba, un importante centro culturale del Paese, sotto la cui autorità erano state massacrate2 mila persone. La sentenza ha un’ importanza storica: Akayesu sarà infatti la prima persona giuridica condannata per genocidio da che era stata data una definizione di questo crimine quasi cinquant’ anni prima, il 9 dicembre 1948, quando l’ Assemblea generale dell’ Onu adottò la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Inoltre il processo Akayesu ha dato l’ occasione al Tpir per definire secondo il diritto internazionale lo stupro e le violenze sessuali all’ interno della categoria dei crimini di genocidio, in quanto di una strategia di annientamento. Qualche anno fa, ricorda ancora l’ Arbia, riflettendo sulla tragedia ruandese, Boutros Boutros-Ghali, ex segretario generale dell’ Onu, dichiarò: «Per noi genocidio erano le camere a gas. Non siamo stati capaci di comprendere che anche con un machete era possibile commetterlo! In Ruanda non si è ricorsi a sistemi capaci di trucidare centinaia di persone alla volta. Il massacro è stato commesso manualmente e individualmente. Con armi primitive, essere umano dopo essere umano, in un bagno di sangue che ha fatto letteralmente a pezzi quasi un milione di persone in cento giorni. Circa 10 mila al giorno. Un genocidio perpetrato con una ferocia e allo stesso tempo con una rapidità e un’ efficienza spaventose. Uccidevano i soldati governativi e i miliziani, ma anchei normali cittadini. Il vicino di casa, il negoziante, il parroco, il vigile di quartiere, l’ ex compagno di scuola improvvisamente si erano armati di machete, bastoni chiodati, pistole e si erano trasformati in implacabili mietitori di vite».

Fonte: Repubblica del 13 febbraio 2012

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