• mercoledì , 17 Luglio 2024

Quei sassi sul sistema impresa

Nell’ingranaggio del mercato pesano ostacoli posti dal decisore pubblico.
La recente nomina del ministro dello Sviluppo conferisce significato di viatico allo studio L’economia italiana tra crisi e nuova globalizzazione eseguito dall’area ricerca economica di Banca d’Italia guidata da Salvatore Rossi. Il Foglio ne ha anticipato i contenuti principali sotto il titolo «Per una politica industriale liberal-liberista», un ossimoro che invita a una riflessione generale.
Lo studio parte dalla considerazione che mentre la crisi ha solo sfiorato il sistema finanziario, la recessione globale che ne è conseguita ha inferto alla nostra economia reale danni più ingenti: 24 trimestri di Pil contro 13 della Germania e 12 della Francia. Solo chi è tenuto alla difesa d’ufficio può considerare che minore crescita della produttività e del Pil, divario tra i costi di lavoro per unità di prodotto, perduranti da oltre un decennio, siano un dato statistico, la media tra un Nord al livello della Baviera e un Sud sotto quello della Grecia. Per Banca d’Italia, è la struttura produttiva frammentata, tradizionale e famigliare ciò che ha ritardato l’adeguamento sia alla rivoluzione tecnologica sia alla globalizzazione: donde la necessità di azioni pubbliche per rimediare ai «fallimenti del mercato».
Lo studio ribadisce ciò che è ormai acquisito per tutti, che la politica industriale non debba ricalcare quelle rivelatesi fallimentari degli anni 70 e 80, discrezionali e dirigiste. Eppure, ai bei tempi, anche quelle venivano giustificate dai fallimenti del mercato. Un costrutto ideologico che presenta molteplici vantaggi per il decisore pubblico: evita la fatica di capire i meccanismi che determinano i comportamenti degli operatori; offre il dividendo politico di dimostrare l’utilità della propria esistenza; scambiando la causa con l’effetto, garantisce la giustificazione ex post della necessità dell’intervento. Posto che l’economia di mercato si basa sul presupposto che l’interesse collettivo sia il risultato della ricerca degli interessi individuali, l’intervento pubblico si giustifica solo se chi governa realizza quello che i singoli vorrebbero ma non riescono a realizzare.
Ammettiamo che la frammentazione delle nostre industrie sia la causa del divario di produttività e non un tentativo di sopperirvi: ma davvero la soluzione sarebbe abbassare i costi informativi sui mercati esteri, chiedere a enti pubblici, società statali e ministeri di collaborare per sostenere le imprese che vogliono investire all’estero?
Ma se è almeno 30 anni che si parla di promuovere efficienza e collaborazione tra i ministeri degli Esteri e del Commercio estero, qual è il cieco e quale l’orbo? Si dice «indurre le imprese a consorziarsi per conseguire beni di club»: con quali mezzi indurle a attraversare la strada?
Come terzo pilastro, lo studio propone di «rendere attraenti i nostri territori agli investimenti esteri per gli effetti di spillover da multinazionali e subfornitrici»: gli investitori americani da qualche settimana dispongono del rapporto della loro ambasciata a Roma, con un giudizio demolitorio sulla nostra legislazione del lavoro. Il progetto di Pietro Ichino di riportare a unità intelligibile il corpus regolamentare di 3.000 pagine stratificatosi negli anni, in cui neppure più gli esperti riescono a destreggiarsi, dagli iniziali consensi è passato al silenzio: fallimento del mercato?
Una “politica industriale” richiede ben di più di una cura ablativa conclusa da un simbolico falò. Posto che ogni imprenditore vorrebbe diventare più grande perché così guadagna di più, prima di dire che il mercato non ha funzionato bisogna cercare a fondo nel bilancio dei rischi e delle opportunità le ragioni per cui un operatore decide di non seguire quello che pure apparirebbe essere il suo interesse.
È un radicale cambiamento di paradigma: cercare e poi cercare ancora, nella convinzione che se l’ingranaggio è bloccato è molto probabile che sia perché qualcuno ci ha messo dei sassi, e che quel qualcuno sia proprio il decisore pubblico: nel caso della frammentazione delle industrie, sono evidenti i sassi che provengono dalle cave del regime fiscale, e da quelle delle norme legislative e degli accordi contrattuali sul lavoro. Il processo di consolidamento e di aggregazione richiede anche l’iniziativa delle associazioni: ma l’abnorme importanza che da noi hanno i contratti nazionali rispetto a quelli aziendali ha conferito ruolo politico alle organizzazioni rappresentative delle parti sociali, dilatandone le strutture e allontanandole dai luoghi dove si produce ricchezza (e si misura la produttività), proprio quando, ridottesi le grandi imprese, è il nostro nuovo ceto medio a esprimere vivacità imprenditoriale. Sono tante le cave dei sassi.

Fonte: Il Sole 24 Ore del 17 ottobre 2010

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