• martedì , 9 Dicembre 2025

Quattro idee per ribattere al “Liberation day”

di Fabrizio Onida

In attesa delle prossime (purtroppo imprevedibili) mosse di Trump, vediamo qualche punto di una possibile agenda dei governi europei. Primo, mettere sul piatto della bilancia dei prossimi negoziati un rapido avvicinamento delle spese per la Difesa verso il 2% del Pil minimo per i singoli paesi Ue: un obiettivo da calibrare nel quadro della Nato a fronte dell’impegno a concordare una programmazione congiunta di un graduale disimpegno statunitense dalle basi militari Usa in Europa.

Secondo, avviare uno studio su come tassare quanto gli Usa incassano indisturbati dalla vendita in Europa di servizi (un attivo di 104 miliardi di dollari nel 2023 che per due terzi compensava un disavanzo nelle merci di 166 miliardi della bilancia dei pagamenti Usa). L’attivo bilaterale nei servizi deriva da voci come intermediazioni finanziarie, canoni da telecomunicazione, ricavi da e- commerce, licenze di brevetti, diritti d’autore. Una voce attiva che Trump si dimentica di citare quando tuona contro l’Europa che “deruba” gli Usa, che salirebbe non poco se si includessero i ricavi da servizi venduti dalle filiali Usa all’estero.

Terzo, se Trump insiste nei suoi progettati severi tagli ai finanziamenti di alcune importanti università statunitensi, che stanno già turbando le amministrazioni accademiche e la comunità scientifica, accogliere la proposta dei ministri di almeno 12 paesi Ue, rivolta ai governi nazionali e all’ attuale commissaria Ue per l’innovazione Ekaterina Zaharieva, di varare rapidamente un vero piano di incentivi pecuniari e burocratici per attrarre verso le migliori università europee i docenti e i ricercatori in fuga da oltre Atlantico: una sorta di “brain gain” ad almeno parziale recupero del “brain drain” degli ultimi decenni ( Bordignon-Pisauro su La Voce,info dell’8 aprile).

Quarto, teniamo d’occhio la Cina nel grande gioco delle alleanze che segnerà i prossimi decenni della geopolitica mondiale. Nel suo libro “Rischi fatali” di 20 anni fa Giulio Tremonti citava Napoleone che nel 1816 avrebbe detto: “Quando la Cina si sveglierà il mondo tremerà”. Forse adesso non ci siamo lontani e l’Europa potrebbe riformulare la proposta di uno “Strategic Economic Dialogue” lanciata nel lontano 1972 da George W.Bush e il presidente cinese Hu Jintao con l’obiettivo di favorire l’innovazione nel settore privato, come ricorda Henry Paulson 74esimo Segretario del Tesoro Usa nel suo libro “Dealing with China (Headline 2015).

Di ritorno dal suo ultimo viaggio a Shanghai, Tom Friedman intitola il suo sempre mordente editoriale sul NYT del 2 aprile “Ho appena visto il futuro. Non era in America”, citando il nuovo campus Huawey con 104 edifici che ospitano 35.000 scienziati-ingegneri e puntano ad attrarre i migliori tecnologi e ricercatori cinesi e stranieri. Ogni anno la Cina sforna 3,5 milioni di laureati STEM, pari al numero totale di laureati, PhD e docenti di tutte le discipline negli Usa.

Ogni prodotto complesso varato sul mercato, dalle auto elettriche agli i-phones ai vaccini mRNA, esce da giganteschi complessi ecosistemi manifatturieri aventi al centro il colosso cinese capace di produrre ogni oggetto “non solo a costo inferiore ma di migliore qualità, più veloce, più intelligente e crescentemente dotato di intelligenza artificiale (I.A.)”, campo in cui ormai la piattaforma cinese DeepSeek compete con OpenAI, Google DeepMind e altre. Nel solo 2024 la Cina ha installato 100,000 colonnine di ricarica veloce per autoveicoli, mentre a novembre 2021 gli stanziamenti del Congresso Usa avevano prodotto soltanto 214 unità di ricarica in 12 Stati.

Mentre con il rozzo linguaggio dei dazi Trump intacca seriamente il rapporto di fiducia dell’America con i maggiori paesi dell’Eurasia (Giappone, Corea, India, Australia) per contrastare l’ipotesi di una crescente area di influenza della Cina. I paesi volenterosi della Ue e il Regno Unito dovrebbero alzare la propria voce per affermare una visione alternativa di cooperazione Est-Ovest con la Cina, scongiurando l’invasione militare di Taiwan e rafforzando gli interventi di lotta al sottosviluppo e al disastro climatico. Il comunismo in versione cinese-vietnamita, diversamente dalle nostalgie imperiali della Russia di Putin e unitamente allo spirito buddista e hindu che peraltro convivono pacificamente in tante regioni dell’Asia sud-orientale, possono alimentare la speranza in un mondo non troppo lontano di pace e tolleranza dei diversi popoli.

(Sole 24Ore, 12 aprile 2025)

Fonte: Sole 24Ore, 12 aprile 2025

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