• domenica , 14 Luglio 2024

Profitti di miliardi coi farmaci scomparsi

Dagli ambienti sanitari sollecitato ad approfondire la questione dei “farmaci scomparsi” (“Linea di confine”, 14 settembre), cioè di quei prodotti, soprattutto oncologici, di assoluta validità che le case farmaceutiche mettono in Rete in sempre minor misura per il basso profitto ricavabile, in confronto all’ alto costo ricavabile da quelli derivanti dalla ricerca biologica. Tema che varrebbe anche un dibattito sulle insufficienze insite in un libero mercato non regolato che risponde alla sola legge del profitto. Il fenomenoè partito dagli Stati Uniti e ho cercato qui una documentazione diretta. “The Lancet Oncology” di agosto, la più autorevole pubblicazione del settore, documenta, infatti, come, se nei Paesi ricchi siamo in grado di curare circa l’ 80% dei bambini col cancro, solo il 20% dei bambini hanno la fortuna di vivere nelle zone avanzate e di avere, quindi, accesso alle cure. La metà dei fallimenti terapeutici (che riguardano, del resto, anche gli adulti) sono attribuibili, per contro, all’ abbandono della terapia dovuta alla povertà, alla assenza di infrastrutture, alla inefficienza complessiva. Detto questo «c’ è un amara ironia – afferma Michel Paul Link, presidente della Società americana di oncologia – nel fatto che i progressi nella cura dei bambini si basano su farmaci relativamente a buon mercato, disponibili fin dal 1970 con regimi che possono essere somministrati per lo più in ambito ambulatoriale. Eppure queste terapie non sono disponibili per la maggior parte dei bambinie il fatto che non siamo riusciti a garantire tale protezione a tutti i bambini del nostro Paese, ricco di risorse proprie, si presta a un triste commento sul sistema di erogazione della nostra assistenza sanitaria. Ciò è particolarmente sconvolgente poiché la causa risiede nella somministrazione alternativa delle costosissime terapie blockbuster emerse dalle ricerche molecolari che assicurano un profitto alle imprese di 2 miliardi di dollari all’ anno, mentre i farmaci a basso costo, spina dorsale a tutt’ oggi della terapia curativa per i tumori infantili (e anche per molti degli adulti), ormai negli Stati Uniti scarseggiano. Così gran parte dei progressi fatti non giungono ai pazienti e noi non stiamo applicando ciò che già sappiamo. Non stiamo raccogliendo i benefici nella sanità pubblica dei nostri investimenti nella ricerca. È realistico il sospetto che il divario tra ciò che sappiamo sulle malattie e cosa facciamo per prevenirle e curarle diventerà sempre più ampio». Gli effetti dalla scomparsa dei farmaci ha cominciato a farsi sentire anche in Italia, come abbiamo già scritto su segnalazione del professor Umberto Tirelli e della dottoressa Mariagrazia Michieli responsabili dell’ Istituto nazionale tumori di Aviano. Ora sono tornati ad informarci che nel loro ospedale su 9 pazienti in attesa angosciosa della carmustina scomparsa, indispensabile per il trapianto nei linfomi, la farmacia ospedaliera, bussando per 4 mesi alle porte dei colleghi di mezza Europa, è riuscita a reperire le fiale indispensabili. Per gli altri se non si giungerà a buon fine, bisognerà allungare ancora i tempi di attesa o ricorrere a farmaci sperimentali. «Cosa fare per arginare questo fenomeno inquietante» si chiedono gli scienziati italiani, respingendo giustamente la proposta di legge americana che si limiterebbe ad obbligare le case farmaceutiche a un preavviso di 6 mesi, prima di sospendere la distribuzione, il che porterebbe solo a un nuovo tipo di mercato nero? Assai meglio il blocco delle registrazioni per i nuovi prodotti oncologici biologici inflitta a quelle ditte e multinazionali che direttamente o attraverso le loro filiali non fornissero più i farmaci tradizionali che costano poco ma sono indispensabili per numerose terapie salvavita. Per intanto si potrebbe organizzare una banca centrale per questi prodotti presso il ministero della Salute e far produrre una quantitativo di scorta dall’ Ospedale militare di Firenze. Alle volte serve il contrario delle privatizzazioni.

Fonte: Repubblica del 3 ottobre 2011

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