• venerdì , 14 Giugno 2024

Più governance per aiutare i piccoli

Non vogliamo essere dei banchieri professionisti ma non per questo siamo degli sprovveduti, abbiamo imparato a dire no Alessandro Azzi Conflitto di interessi, sofferenze e cabina di regia i nuovi nodi per il credito cooperativo Rischi e costi Il sostegno nella recessione I prestiti incagliati nel 2009 per le Bcc sono cresciuti del 20% e le sofferenze del 36% raggiungendo una quota del 3,6% sugli impieghi Mentre il fatturato dei Piccoli cadeva, la banca di relazione non faceva mancare i finanziamenti e nei casi più sventurati era l’ ultima a uscire.
Il credito cooperativo si vanta di essere la banca dei pro.pro., dei professionisti e dei produttori. Persino il presidente nazionale della Federcasse, Alessandro Azzi, fa l’ avvocato e il lunedi e il martedi riceve a Montichiari, vicino Brescia. Amedeo Piva che presiede la banca del Veneziano è un dentista, Carlo Feruglio capo della Bcc di Staranzano e Villesse è un imprenditore agricolo ramo asparagi bianchi, Mara Moretti è avvocato e presiede la banca della Val di Chiana, Toni Bilotta è un imprenditore del vetro ed è a capo della Bcc di Maierato in Calabria, Maria Bonfanti fa la commercialista e guida la Bcc di Sesto S. Giovanni, Maurizio Capogrossi è un primario di Genzano e dirige la banca locale mentre Giuseppe Alai presiede il Consorzio del Parmigiano Reggiano e guida anche la Bcc reggiana. Di banchieri part time che si dividono tra l’ azienda/studio e la poltrona di presidente ce ne sono ben 427, tanti sono gli istituti di credito cooperativo e tutti insieme rappresentano una novità che fa discutere. «Non vogliamo essere dei banchieri professionisti ma non per questo siamo degli sprovveduti e abbiamo già imparato a dire i nostri no» precisa Azzi. In verità è successo tutto in fretta, mentre ci rallegravamo che il consolidamento avesse fatto nascere in Italia almeno due player internazionali, dal basso stavano acquistando forza le Bcc. C’ è chi, ai fini della battaglia politica contro gli immancabili poteri forti, ha voluto vedere un rapporto causa-effetto tra i due fenomeni, mentre è accaduto qualcosa di più semplice: il mercato si è segmentato. E in basso ha lasciato spazio a un modello di banca di relazione nata sul sagrato della chiesa, che vive di un fittissimo scambio di informazioni e si presenta come una protesi finanziaria della comunità o del distretto industriale. Del resto un motivo ci sarà pure se continuano a nascere nuove banche. A Parma lavora il comitato promotore di una Bcc, in Veneto è stata chiesta l’ autorizzazione per la Bcc Città di Padova e via di questo passo. Un «hausbank» fedele La dimostrazione che il mercato si sta segmentando arriva da un apparente paradosso. Alle Bcc capita di aiutare un cliente-impresa a partire e a diventare grande e subito dopo capita di perderlo. Senza rimpianto, come una mamma che guarda il figlio andar via di casa perché inizia a frequentare l’ università. E’ successo per gruppi dell’ alimentare e della ristorazione che sono cresciuti rapidamente e hanno cominciato ad avere bisogno di volumi di risorse che la cooperativa non poteva fornire. «Le nostre banche si devono concentrare sulla piccola impresa, non ha sempre senso rincorrere le medie – non si stanca di ripetere Azzi -. Meglio fare nuovi clienti, aprire nuovi conti correnti, ripartire continuamente dal basso». Il modello della banca a rete in questo ultimo anno ha ricevuto apprezzamenti da ogni dove. Nei talk show è stato presentato come paradigma di corretta pratica bancaria e la consacrazione c’ è stata con Papa Ratzinger che nella Caritas in veritate l’ ha citato come un esempio di «amore intelligente». Anche in questo caso la spiegazione è facile. La Grande Crisi ha esaltato la funzione anticiclica assolta dalle Bcc che nel 2009 hanno aumentato gli impieghi del 6,7% (in regioni come Lazio, Umbria e Sardegna addirittura del 15%). Mentre il fatturato medio dei Piccoli cadeva rovinosamente, la banca di relazione non faceva mancare i finanziamenti e nei casi più sventurati, a Camerano o a Fliottrano, era l’ ultima a uscire da aziende andate in default. Come un hausbank fedele al proprio cliente fino all’ ultimo atto. Tributati gli elogi, la domanda che gli osservatori cominciano a porsi è un’ altra: in termini di aumento delle sofferenze quanto è costato al sistema Bcc svolgere una funzione anticiclica? Posto che i banchieri, anche quelli part time, preferiscono parlare di «peggiorata qualità del credito», i prestiti incagliati nel 2009 per le Bcc sono cresciuti del 20% e le sofferenze del 36% raggiungendo una quota del 3,6% sugli impieghi (in precedenza era del 2,8%) che non è giudicata emergenziale ma «solo il prezzo della nostra coerenza». Naturalmente si tratta di medie, perché al Sud le sofferenze sono molto maggiori che al Nord ma per il 2010 le previsioni sono improntate a un cauto ottimismo. Il primo semestre dell’ anno in corso dovrebbe essere migliore del secondo semestre 2009 e di conseguenza vista la ripartenza seppur lenta dell’ economia il 2010 dovrebbe dare risultati migliori dell’ anno precedente. Il che vorrebbe dire per le Bcc aver superato un esame di maturità, aver dimostrato che pure sotto recessione il modello mutualistico ha tenuto e non c’ è stata la temuta valanga. Un giudizio ponderato lo si potrà emettere solo quando ci saranno dati più precisi per valutare gli stock e soprattutto i nuovi flussi di sofferenze ma la sensazione di oggi è quella appena riferita. L’ autonomia e il modello Superato un esame, per le Bcc l’ agenda ne prevede uno successivo: fino a che punto un modello a rete crea eccessiva dispersione di risorse e va dunque riportato a regia comune? I dirigenti di Federcasse sono convinti che il sistema Bcc o resta autonomo o si sgonfia e quindi non ha senso porsi l’ obiettivo di diventare un nuovo (grande) gruppo bancario verticale forte di 4.200 sportelli (il Monte dei Paschi conta 3 mila filiali). La peculiarità del modello Bcc va dunque preservata ma non per questo si deve rinunciare alla funzione di indirizzo nei confronti delle singole banche. Il caso emblematico è rappresentato dal conflitto di interesse. Con un sistema autonomo e tanti imprenditori-presidenti c’ è il rischio che si creino sul territorio dei veri «padroni della banca». Per la cronaca Denis Verdini presiede da anni il Credito cooperativo fiorentino. Come impedire, allora, che i soci forti giochino due parti in commedia, quella di datori e quella di beneficiari dei prestiti? Oggi il massimo della concentrazione del credito su un’ unica impresa o gruppo collegato è fissato al 25% del patrimonio. Quando si discute del suo fido il presidente esce dalla sala del consiglio e precauzioni simili vengono prese per quei professionisti, avvocati e commercialisti, che hanno loro clienti oggetto di affidamenti. Ma è lecito discutere se questi accorgimenti possano bastare come efficace soluzione di governance. La dirigenza Federcasse pensa che in termini di riduzione del rischio di concentrazione si possa fare di più. E il presidente Azzi per la sua Bcc del Garda ha fissato a 10 milioni di euro il massimo del fido che può essere dato a un singolo soggetto. In termini percentuali è circa il 5%, una cifra molto più bassa dell’ attuale limite del 25%. E’ possibile che in un arco di tempo non lungo tutte le Bcc arrivino a fissare tetti più rigidi e a introdurli dentro i loro statuti proprio per rendere manifesto il principio del frazionamento. «Il vantaggio del piccolo imprenditore nel diventare socio di una Bcc non sta nel poter aprire la cassa e attingere a piene mani, ma nelle condizioni vantaggiose che la banca gli riserva e nel trovare una vera hausbank» sostiene Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse. Divisione dei compiti Un’ altra modalità di regia risiede nella politica dei gemellaggi. Quando una banca locale si trova in grave difficoltà per carenze gestionali, come a Pachino in Sicilia, scatta un gemellaggio. In questo caso da parte della Banca di Sesto S. Giovanni. Treviglio ha salvato invece le banche del Cilentano. La banca di Bene Vagienna nel Cuneese si è presa cura di Alcamo prescrivendole una dieta. In venti anni ci saranno stati una ventina di gemellaggi, senza esborso di denaro pubblico e con un trasferimento di cultura bancaria quasi sempre in direzione da Nord a Sud. Ma al di là dello slittamento lessicale che porta a chiamare gemellaggi delle vere e proprie parate in extremis, l’ intenzione è far sì che le federazioni regionali possano discutere i piani strategici delle singole realtà locali. Con che obiettivi? Coordinare l’ espansione sul territorio, evitare dispersione di risorse (oggi 150 miliardi di raccolta sono gestiti da oltre 400 soggetti diversi) e soprattutto arrivare a una razionale divisione dei compiti. In questo aggiornamento dello schema mutualistico a rete le banche locali dovrebbero focalizzarsi sui problemi del territorio (un esempio positivo è il bond di distretto lanciato nel Varesotto) mentre il sistema Bcc si dovrebbe occupare di fornire una serie di prodotti e servizi finanziari che diventano competitivi solo se il loro ammontare soddisfa le economie di scala. Ma riusciranno i nostri eroi a conciliare autonomia e sinergie?

Fonte: Corriere della Sera del 13 luglio 2010

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