• martedì , 16 Luglio 2024

Più che il pezzo di carta conterà il corso di studi

E’ tanto tempo che se ne parla che qualcuno è arrivato a dubitare perfino che esista il valore legale del titolo di studio. Due consigli dei ministri non sono stati capaci di decidere: ci si affiderà quindi a una “consultazione pubblica su internet”. Una procedura certo innovativa, che ricorda il deliberative polling che suscitò un fugace interesse qualche anno fa. Ma soprattutto un precedente non bello, in vista dei tanti scogli disseminati sulla rotta del Governo. Vedremo.
Bisogna cambiare prospettiva, considerare il sistema nella sua interezza, comprendendo cioè, oltre alle università, gli studenti che le frequentano e le imprese dove essi verranno assunti. Il sistema è strutturalmente uguale a quello delle carte di credito, delle televisioni generaliste, dei sistemi operativi dei computer: tutti mercati – o, se il nome disturba – reti, a due versanti, piattaforme usate da due distinti gruppi di utenti, ciascuno dei quali si avvantaggia dello sviluppo dell’altro. I titolari di carte di credito hanno interesse a che la carta venga accettata dal più gran numero di negozi, e i negozi che la carta sia nel portafoglio del più gran numero di clienti; e così telespettatori e inserzionisti, utenti di telefonini e sviluppatori di apps per smartphone. Qui su un versante stanno gli studenti, che hanno interesse a un’ampia offerta di posti di lavoro, sull’altro, imprese e organizzazioni che hanno interesse ad avere tanti candidati preparati. Il sistema universitario è la piattaforma, il suo “prodotto” è l’informazione: l’impresa vuole sapere che cosa è stato assimilato negli anni di studio; lo studente, a quali lavori può accedere, e con quali aspettative di guadagno.
Impresa privata e operatore pubblico stanno entrambi sul versante lavoro: ma con esigenze diverse. Il privato ha il vincolo del contratto di lavoro, e l’obbiettivo dell’efficienza. Il pubblico ha il vincolo dell’art. 97 della Costituzione, per cui l’organizzazione della P.A. è stabilita per legge e l’ingresso consentito solo per concorso: un impianto creato con la preoccupazione della legittimità. Il privato chiede informazioni “analogiche”, qualitative: corsi frequentati, preferenze, attitudini, comportamenti. Il pubblico può usare informazioni “digitali”, dati precisi, semplici, che non diano luogo alle contestazioni cui si andrebbe incontro con criteri soggettivi. Vincolato dalla legittimità, e quindi costitutivamente meno efficiente del privato, il pubblico deve ricercare gli spazi interstiziali in cui conquistare margini di efficienza senza cadere nella discrezionalità. Il governo aveva trovato una strada astuta: abbassare il livello di ammissione al concorso, a questo bastando il “pezzo di carta”, la laurea triennale, dovunque e comunque ottenuta; e usare i bandi del concorso per porre condizioni atte a selezionare i candidati, crediti formativi specifici, eventuale laurea magistrale, aprendo alla possibilità di aggiungere università frequentate e risultati conseguiti. Su questo il governo non è riuscito a decidere: e tutto è stato rinviato.
Se il “prodotto” è l’informazione, elementi essenziali sono il valore dell’università, dei suoi corsi, del suo modo di valutare gli studenti, sinteticamente espresso dal voto di laurea. Se il pubblico ha problemi a utilizzare queste informazioni in sede di concorsi, non c’è nessuna ragione che esse non siano disponibili, sia agli studenti quando scelgono dove iscriversi, sia alle imprese quando scelgono chi assumere. La realtà finora è stata che la maggioranza delle università ha fatto leva sulle preoccupazioni di legittimità del pubblico, si è opposta ad essere valutata, e ha privato così studenti e imprese di uno strumento di efficienza. Pare che almeno questo ostacolo sia stato rimosso, e che le università e i corsi saranno valutati da un’agenzia. Vedremo.
Sono molte di più le informazioni che le università potrebbero raccogliere e che aumenterebbero il valore del loro “prodotto”. Per i loro studenti, informazioni sui risultati che hanno ottenuto quanti li hanno preceduti, facilità di accesso al lavoro e remunerazione a medio termine. Per le imprese private, “profilature” su competenze e attitudini degli studenti. Le università possono fare resistenza al ranking, ma la concorrenza preme. Non è chiaro se ad essere stato rinviato è anche il sacrosanto divieto a improbabili istituti e università telematiche di conferire titoli di laurea. Ma ormai sono università prestigiose (il MIT tanto per citarne uno) a offrire corsi on line trovando modi seri per tradurre in crediti formativi le partecipazioni telematiche; e le industrie hanno incominciato a usare come fonte di informazioni i dati personali che i ragazzi mettono sui social network.
Un problema aggiuntivo è costituito delle idoneità richieste, anche in sede europea, per esercitare professioni particolari – medico, magistrato, progettista di dighe e ponti, ecc. Riconoscendo agli ordini professionali il potere di accertare l’idoneità, si genera un conflitto di interessi: chi ha il potere di consentire l’ingresso nell’ordine ha interesse a limitarlo per ridurre la concorrenza. Siccome questo conflitto, alla pari del deficit di efficienza della Pubblica Amministrazione, è probabilmente ineliminabile, la soluzione per entrambi è ridurre il loro campo di applicazione. Per la P.A. l’ambito delle attività economiche; per gli ordini professionali il numero. Va bene richiedere che siano medici a dichiarare idonei ad esercitare altri medici, e notai i notai: ma ci sono associazioni private a cui non si vede perché dallo stato ( o dalle regioni) debbano essere riconosciuti poteri di rilievo pubblico. Sono tante, non solo quelle dei personal trainer e degli igienisti dentali. Vedremo.

Fonte: Sole 24 Ore del 31 gennaio 2012

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