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Piccolo bilancio a 3 anni dal crac Leheman

A distanza di tre anni dal settembre 2008, quando inizia la più grave crisi finanziaria ed economica mondiale degli ultimi ottant’anni, sono poche e deludenti le decisioni assunte dai governi e dai regolatori dei mercati per scongiurare ricadute e correggere gli errori.
In compenso sembra forse essere maturata nei governi delle principali economie del mondo qualcosa di più rilevante: la consapevolezza, mai così forte, che, stante la globalizzazione dei mercati, dalle crisi finanziarie ed economiche, il mondo non può più uscire con iniziative nazionali ma con decisioni internazionali coordinate ed armonizzate da adottare globalmente; da occidente ad oriente, dalle economie di mercato alle economie pianificate, dalle dittature alle democrazie. Le crisi cioè dissolvono i confini ed azzerano le ideologie.
Probabilmente oggi il mondo conosce meglio le cause delle crisi, la loro velocità di propagazione, la difficoltà di trovare strumenti per affrontarla. Sono venute meno riserve intellettuali, come per esempio la valutazione del concetto di debito. Prima del crack Leheman l’attenzione dei governi e delle istituzioni internazionali era focalizzata principalmente sull’ammontare dei debiti pubblici e poco sui debiti privati, perché si riteneva che la solvibilità di uno stato sovrano derivasse solo dalla capacità di rimborsare il debito espresso dai suoi titoli pubblici. Poi le crisi bancarie negli Stati uniti , ad iniziare da quella sui mutui immobiliari subprime non onorati dai risparmiatori americani, hanno mostrato che i debiti privati se non onorati a livello sistemico si traducono in maggiore debito pubblico. La rivalutazione dell’importanza del debito aggregato ( sia pubblico che privato) ha cosi consentito di ridisegnare una graduatoria di solvibilità nella quale alcuni Paesi hanno visto peggiorare il loro ranking; altri, come l’Italia, lo hanno visto migliorare.
Probabilmente oggi il mondo ha anche maggiori chiarezza sulle smagliature del sistema dei controlli sui territori della finanza già noti e maggiore visione e cognizione sulle nuove terre emerse nel mondo della finanza, sulle quali il sistema dei controlli non opera affatto.
Ma le questioni aperte sono ancora molte sia nel primo che nel secondo campo.
Nel campo delle regole permangono intere le difficoltà nell’integrare regole europee con regole globali. Il processo non sarà ne breve né facile da percorrere. La finanza senza regole ha mostrato la potenza di creare profitti molto elevati capaci di influenzare decisioni degli stessi governanti nell’esatto momento in cui essi tentano di imbrigliare l’assenza di regole che sconfina nell’arbitrio.
Quanto invece agli aspetti tecnici più circoscritti, problemi aperti prima della crisi finanziaria internazionale permangono anche tre anni dopo. La lamentata inefficienza dei fondi comuni per esempio non nasce con la crisi dei subprime, l’arbitrio operativo e l’oligopolio delle agenzie di rating era noto così come era nota la circostanza che non rispettassero i principi regolatori che pure erano stati formulati dalle autorità di Vigilanza. Era infine noto che le transazioni sui titoli avvenissero dopo il varo della Mifid progressivamente su piattaforme soggette a minori controlli e senza vantaggi per i risparmiatori.
Da questo punto di vista sembrano essere caduti nel nulla anche gli ammonimenti della Consob .
L’esigenza di ri-regolare o di regolare ex novo i vasti territori sui quali l’economia di carta ha potuto autoalimentarsi perdendo il raccordo con l’economia reale è ormai chiara. Occorrerà trovare il giusto equilibrio tra regolazione necessaria e burocratizzazione eccessiva. Il mercato dovrà prosperare con nuove regole, non morire soffocato dall’eccesso di regole. E, soprattutto, occorrerà che ad ogni regola corrisponda una chiara sanzione per i trasgressori, senza la quale ogni norma esce dalla categoria giuridica per divenire solo un precetto morale.

Bruno Costi

Fonte: 31 ottobre 2010

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